31.05.2023 – 09.33 – È scomparso ieri, all’età di 92 anni, l’architetto Paolo Portoghesi. Il magister dell’architettura postmodernista in Italia si è spento nella sua casa di Calcata, a Viterbo; un sottile filo rosso però connette la sua opera e in particolare la sua valenza di storico dell’architettura col panorama industriale del Porto Vecchio di Trieste, con particolare enfasi nei confronti della Centrale Idrodinamica e della Sottostazione Elettrica di Riconversione.
Grande progettista a livello mondiale e professore all’Università di Roma ‘La Sapienza’, Portoghesi è stato autore, a metà anni Ottanta, della Moschea e del Centro culturale islamico a Roma e, sempre nella capitale, del Quartiere Rinascimento nel Parco Talenti (2001).
Classe 1931, è stato un accanito studioso della Roma barocca e delle sue tormentate trasformazioni ed era considerato, non a caso, uno dei massimi specialisti degli architetti Francesco Guarini e Francesco Borromini. È stato inoltre teorico della ‘Geoarchitettura’ col quale si proponeva, tra i tanti obiettivi, di “sfruttare il patrimonio degli antichi borghi invece di abbandonarli alla distruzione”. In quest’ambito aveva anche presieduto il settore architettura della Biennale di Venezia (1979-82).
Tra le sue opere ritroviamo quel ‘Postmodern. L’architettura nella società postindustriale‘ (1982) che già ammicca al suo futuro legame con Trieste. Avvicinato infatti alle peculiarità del Porto Vecchio di Trieste ancora tra gli anni Novanta e gli inizi del duemila dall’architetto Antonella Caroli dell’associazione Italia Nostra sezione di Trieste, Portoghesi rimase affascinato dall’insieme totalizzante della zona portuale, il grande complesso dei magazzini e degli edifici asburgici. Scrisse infatti, a seguito di quell’esperienza, l’introduzione alla Guida storica del Porto Vecchio di Trieste, Italo Svevo, 2009 nella quale descrisse bene il waterfront portuale come “non una serie monotona di capannoni, ma un pezzo di città che sembra programmato non per gli spostamenti e la conservazione delle merci, ma secondo un progetto di vita urbana di grande qualità”
Intuendo già, con anticipo di decenni, il suo possibile uso civile; infatti “nel Porto Vecchio, ci si sente ‘in città’ e si sente subito una gran voglia di passeggiare alla maniera dei flaneurs di cui parla Benjamin”.
Successivamente, sempre nel 2009, scrisse anche l’introduzione al testo de La Centrale idrodinamica del porto di Trieste, dove definiva l’edificio, oggigiorno in larga parte sede temporanea del corso di laurea di Infermieristica, “una delle testimonianze più integre e preziose della nostra archeologia industriale, perché si tratta di un complesso architettonico e tecnologico di straordinaria ampiezza e di impeccabile qualità formale”. Ricordando, in questo contesto, l’importanza di conoscere il luogo prima di procedere al suo recupero, infatti “solo attraverso la conoscenza e lo studio approfondito della nostra eredità culturale si creano le premesse più solide ed autorevoli per la sua tutela, conservazione e autentica valorizzazione”.
Il presidente nazionale dell’associazione Italia Nostra Antonella Caroli lo ha ricordato come “un grande che non amava definirsi archistar, che tante volte è venuto in questa nostra città, non solo per incarichi istituzionali come per il PRGC (negli anni Novanta), per il magazzino 26 e la tutela di cittàvecchia, ma anche per visitare con Italia Nostra il Porto Vecchio”.
Portoghesi era uno “studioso attento, aveva subito intuito il percorso per la riqualificazione del distretto storico portuale triestino apprezzandone la sua identità storica che non ha mai pensato di contaminare”.
In conclusione “un esempio per tutti anche per la sua modestia, il saper stare con tutti e comprendere il significato dei luoghi che amava fotografare personalmente”.
Insomma, “un grande che ci mancherà”.

[z.s.]


