27.03.2023 – 15.29 – Se un giorno, andando a Roma, ti fermerai a vedere l’edificio dove ha sede la Corte di Cassazione, rimarrai impressionato da quanto è grande. Le dimensioni imponenti del palazzo servono innanzitutto per contenere l’enorme mole di pratiche arretrate. Ma non solo. Le moltissime stanze servono anche ad ospitare le innumerevoli persone che ivi lavorano alacremente. Ad esempio, la Corte di Cassazione ha un Consiglio direttivo che si è dotato di un Comitato Pari opportunità, il quale è stato colto da un dubbio: posto che esistono le femmine e i maschi, i provvedimenti della Corte Suprema sono rispettosi di questa distinzione, o no? Individuato il problema angosciante, il Comitato ha anche abilmente trovato la soluzione. Infatti, su questo argomento ha formulato un quesito alla Accademia della Crusca, chiedendo un parere.
Se un giorno, andando a Firenze, ti fermerai a vedere l’edificio dove ha sede l’Accademia della Crusca, rimarrai impressionato da quanto è grande. Giunta la richiesta del Comitato del Direttivo della Corte, la brigata dei Crusconi si è immediatamente attivata per redigere un parere sui canoni da seguire per una “scrittura rispettosa della parità di genere negli atti giudiziari”. I problemi sono molti e tolgono il sonno. Ad esempio, se ti trovi davanti una persona che indossa la toga forense ed è dotata di una marcata morfologia sessuale femminile, puoi chiamarla “avvocato” o le manchi di rispetto? Fortunatamente, il parere chiarisce ogni dubbio.
La buona notizia è che viene stabilito che non vanno usati i “segni eterodossi”, cioè l’asterisco alla fine delle parole. Recentemente, si è diffusa in certi ambienti la moda di sostituire le desinenze alla fine delle parole con degli asterischi. Si tratta di un espediente che altro non è che un esercizio di ipocrisia e la Crusca fortunatamente lo boccia senza appello. Da qui in poi, però, le buone notizie iniziano a scarseggiare.
Infatti, la Crusca segue in ragionamento poco o per niente condivisibile, a tal punto ardito da essere lei stessa a doverlo smentire alla fine del suo scritto. L’errore di fondo consiste nel fatto che gli accademici non spiegano quali nuovi utilizzi della lingua italiana si siano affermati nella prassi quotidiana, bensì dicono quali nuove regole andrebbero introdotte nel parlato quotidiano affinché la lingua italiana si adatti ad alcuni orientamenti ideologici. Orrore!
Io, in tanti anni di professione, non ho mai incontrato un’avvocata, cioè una collega frustrata dal fatto di aver scelto una professione che, in apparente spregio del suo genere sessuale, le desse un titolo professionale terminante con la lettera “o”. Puoi essere un avvocato uomo o un’avvocato donna (cambia l’apostrofo) senza che ciò rappresenti una mancanza di rispetto. Ma la Crusca è lanciatissima e non la ferma nessuno. Così, si legge nel parere che, se il nome al maschile finisce con la “o”, al femminile deve concludersi con la “a”. All’avvocato uomo si affianca la avvocata donna. Al medico si affianca la medica. All’architetto si affianca l’architetta.
Il fatto che queste parole, così utilizzate, ci suonino “strane” è la prova dell’errore logico (o dovrei dire ideologico) alla base del ragionamento seguito. Mi spiego: l’italiano è una lingua viva e cambia continuamente. Può ben darsi che prendano piede nuove parole, nuovi modi di dire, nuove regole grammaticali. Quando ciò accade, dobbiamo prendere atto delle novità che già si sono affermate nell’utilizzo quotidiano della lingua. Ma qui, invece, si cerca di fare un ragionamento diametralmente opposto. Qui si sostengono regole e parole che non hanno preso piede, che non sono entrate nell’uso comune e il cui suono è del tutto innaturale, artificioso. Addirittura, grottesco. E te lo dimostro con facilità.
L’Accademia della Crusca sostiene che, per essere rispettosi della parità di genere negli atti giudiziari, quando ci troviamo davanti a una parola che, al maschile, finisce con la lettera “o”, al femminile dovrebbe finire con la lettera “a”. Se stiamo a discutere di un’asserita “parità di genere”, allora deve essere vero anche il contrario. Cioè, quando ci troviamo davanti a una parola che, al femminile, finisce con la lettera “a”, al maschile dovrebbe finire con la lettera “o”. Ad esempio, io, oltre che all’albo degli avvocati, sono iscritto a quello dei giornalisti. E una mia collega donna, al femminile, è una giornalista. Dunque, essendo io un uomo, secondo la regola della Crusca, sarei un… giornalisto! Alla geometra si affianca il geometro. Alla guardia il guardio. Alla sentinella il sentinello. E alla spia? E alla guida turistica? Completa tu, se ne hai voglia o piacere.
La stessa Crusca, rendendosi conto del risultato aberrante delle soluzioni linguistiche che cerca di introdurre, all’ultima frase del parere afferma che no, che sarebbe troppo bizzarro applicare questa regola in favore del maschile. Dunque, va bene l’avvocata, ma non il giornalisto. Quasi volesse porre un limite al grottesco. Con buona pace per la parità di genere.
[Rubrica a cura dell’avv. Guendal Cecovini Amigoni]


