di Sergio Capaccioli
13.01.2023 – 08.00 – Incontriamo oggi Coach Giovanni Pignataro, tecnico della fase difensiva su cui quest’anno la società giuliana ha accettato di investire parte del suo impegno sportivo. Il progetto sperimentale specifico di preparazione della fase difensiva, gestito da un allenatore di lungo corso come Pignataro porta a Trieste un bagaglio di esperienze trascorse cui possiamo annoverare quelle di Fogliano, allenando la seniores femminile, a Pasian di Prato con le giovanili, a Bagnaria Arsa e Gorizia in coppia con Luca Lombardo nella seniores maschile oltre che da giocatore in Lombardia e diversi Club in regione.
Lei ricopre la carica di preparatore delle difese delle Under del Venjulia Rugby Trieste dalla stagione sportiva 22/23; ci spiega nel dettaglio in cosa consiste il suo ruolo?
“Iniziamo col dire che l’allenatore della difesa è un ruolo professionale, inserito in un contesto professionistico; quindi non sembra il caso definirmi così, mi sento piuttosto il testimone della corretta propedeuticità che deve esistere nel percorso dedicato al sistema difensivo delle varie compagini. Gli accordi con la Società riguardano i settori dalla u13 fino alla u19. Bisogna specificare che la mia è una figura nuova che si è inserita a settembre in un contesto tecnico consolidato, con modalità e tempi ben collaudati. Sono impiegato a pieno regime nelle under 13 e 15 mentre stiamo ora completando il planning per i ragazzi più grandi.”
Come organizza il lavoro durante la settimana?
“In ognuna delle categorie ho a disposizione 45 minuti settimanali nelle quali concentrare il discorso difesa, chiaramente gli altri allenatori trattano l’argomento anche in altri momenti quando lo reputano necessario. Ho creato un gruppo whats app nel quale sono presenti altri sette allenatori oltre me dove propongo la programmazione già il giorno precedente la seduta. Gli altri hanno tutto il tempo per confermare o per proporre aggiustamenti tecnici su cui discutere, inoltre tutti vedono tutto; lo scopo di questo gruppo è che attraverso la condivisione ci possano essere spunti di riflessione ed arricchimento reciproco, me compreso.
Quali tipologie di esercizi propone ai giocatori?
“Se volessi rispondere pienamente alla otterresti una risposta chilometrica, piuttosto parlo di suddivisione dei 45 minuti: nella prima parte tratto la difesa del singolo, ovvero il placcaggio, nella seconda trattiamo il movimento collettivo, parcellizzato in una o due fasi di gioco, nella terza verifico quanto fatto, proponendo un gioco modificato (con placcaggio o senza, dipende dagli obiettivi) che contenga gli argomenti appena trattati sia a livello singolo che collettivo, dove con le regole imposte ai giocatori cerco di far accadere il più frequentemente possibile la situazione d’interesse”
Quali sono i trucchi del mestiere?
“Trucchi del mestiere non ne conosco, so solo che ogni allenatore di qualsiasi sport, e non importa neanche a che livello operi, se vuole definirsi tale deve avere in mente due concetti: programmazione ed aggiornamento continuo, il tutto condito dal rispetto reciproco del ruolo nel rapporto con i giocatori. Se devo definirlo un “trucco” allora altro elemento importante è il carisma di un coach, che poi altro non è che la sua credibilità in seno alla squadra. Se hai carisma puoi usare l’arma della persuasione, cioè convincere i ragazzi che ne valga la pena, che siamo tutti sulla stessa barca e remiamo nella stessa direzione. Un allenatore non crea alcuna motivazione nel ragazzo, se un giovane scende in campo ha già le sue proprie motivazioni, un coach si limita ad indirizzarle per l’obiettivo comune.
La psicologia è importante per lavorare con i giovani?
“Il livello psicologico è forse il più difficile, la parola ‘difesa’ andrebbe abolita perché controproducente nell’immaginario dei ragazzi, si dovrebbe parlare di attacco al portatore ed attacco per recuperare la palla. Nel rugby c’è un attacco per andare in meta ed un attacco per riprendersi la palla e segnare a propria volta. Il lavoro psicologico (sul campo e non) su questo concetto – se efficace – potrebbe spostare più frequentemente il rapporto di forze, tra l’adrenalina dei ragazzi con l’ovale in mano e ragazzi altamente determinati a rientrare in possesso della stessa, a favore dei secondi.”
Com’è lavorare con gli under15? Atleticamente e a livello di attitudine al lavoro.
“Il giovane nella under 15 si affaccia al rugby strutturato. Il lavoro mentale del coach verso i ragazzi, sullo spostare la percezione del sé, travasandola verso un senso della collaborazione, è importantissimo. Inoltre inizia il processo di aggregazione dei fondamentali di gioco difensivi appresi nel mini che terminerà nella seniores, quando i giocatori in formazione si definiranno (si spera) formati. Per questo con loro ci vuole una giusta pazienza che forse non si ha in altre categorie: “fare, disfare, rifare” , questo il mantra del coach under 15 in questa categoria dove tra i giocatori le differenze intellettive e fisiche possono ancora essere enormi. A livello atletico si cerca di colmare eventuali lacune motorie e posturali ancora esistenti soprattutto nel gesto del placcaggio mentre nell’attitudine si inizia a sviluppare la determinazione, che non è altro che una aggressività controllata . La qualità della salita difensiva è l’obiettivo stagionale.
E con gli Under19 invece?
“Nella Under19 lo scopo è quello di creare giocatori che sappiano prodursi in impatti importanti che aumentino la frequenza di placcaggi dominanti, propedeutici al recupero del pallone, contestualmente che conoscano i principali modelli di sistemi difensivi e sappiano quando adottarli in partita questo, richiede il giusto lavoro muscolare in palestra, il giusto lavoro atletico che sviluppi l’agilità per reagire efficacemente di fronte alle incertezze poste dai portatori di pallone, la giusta attenzione in allenamento per la lettura del gioco avversario e sua anticipazione. Con loro meno accenti paternalistici e si cerca un rapporto orientato sulla meritocrazia: ‘se dai, ottieni’, naturalmente sempre attenzione agli aspetti psicologici ed ai momenti ‘no’ che tutti possiamo avere, ma aiutarli ad evitare di nascondersi nel mucchio e sottrarsi alle loro responsabilità, il mondo degli adulti è ormai ad un passo”
Non tutti i giocatori nelle formazioni giovanili arrivano con lo stesso livello di preparazione, soprattutto ad inizio anno, come si può superare un “ostacolo” simile?
“Qui entra in campo il gruppo, fare allenamenti separati, per recuperare la lacuna, potrebbe essere una soluzione ma potrebbe creare problemi psicologici tra i giocatori che poi si ripercuoterebbero nelle dinamiche di gruppo ed in partita. Una soluzione migliore per non rallentare troppo la programmazione, può essere l’inserimento o il reintegro graduale nel tempo; in questo l’allenatore deve affidarsi ai ragazzi più preparati e chiedergli di aiutarlo nel far crescere chi ancora non è al loro livello. Con il loro esempio ed aiuto diretto il processo di omogenizzazione del gruppo sarebbe accelerato; senza contare che si lavorerebbe caratterialmente sulla disponibilità verso gli altri da parte degli atleti più talentuosi”
Ci sono alcuni allenatori che impostano la preparazione su un duro lavoro fisico, mentre altri non tolgono mai il pallone da qualsiasi esercizio dei loro allenamenti. Quale dovrebbe essere, secondo lei, il metodo di preparazione ideale?
“D’istinto rispondo duro lavoro e con palla in mano! Uno sport di combattimento non può prescindere da una certa asprezza nella preparazione, tra l’altro diventa uno degli aspetti più apprezzati da chi realmente ama il rugby. Io farei esercizi senza la palla solo quando, durante la preparazione atletica si cerca di migliorare la pura tecnica di corsa. Per il resto sempre palla in mano, è qui che si vede la creatività e la voglia di fare dell’allenatore/preparatore nel buttare giù l’allenamento. Ad esempio, se facciamo esercizi di esplosività ed agilità per migliorare il cambio di passo e/o l’accelerazione; è bene affrontarli con la postura che si ha in partita, cioè con la palla in mano. Personalmente quando posso mi attengo a quanto sopra ma non sempre decido solo io”
A suo avviso, quali saranno i più grandi cambiamenti nei prossimi anni circa le metodologie di allenamento?
“Sarei troppo provinciale se dicessi che non ne ho la minima idea? Sicuramente le metodologie dovranno fare i conti con i continui cambiamenti e ritocchi al regolamento a cui annualmente stiamo assistendo. Variazioni portate per assicurare più spettacolo e dare più sicurezza ai giocatori, per aumentare i tempi di gioco giocato. In questa ottica posso pensare all’adozione di metodologie ancora più spinte per aumentare la comprensione del gioco, per far si che il portatore attacchi sempre meno lo spazio occupato e sempre di più l’intervallo, dando più continuità al gioco ed allo spettacolo, riducendo gli impatti; magari vedo anche una introduzione ancora più massiccia di attività psicocinetiche, per dare più risalto all’intelligenza sportiva.
Fino a poco tempo fa esisteva una netta separazione fra la metodologia sintetica di stampo anglosassone e quella globale già di appannaggio delle squadre latine, una miscela fra le due credo sia una buona scelta per dare più accuratezza all’esecuzione del gesto e nel contempo una maggior comprensione del gioco in funzione del concetto di anticipazione[g1] , parola sempre più cara ai guru del rugby.”
Come reputa stia andando la stagione sino a questo momento nel suo reparto di competenza e nel complessivo? Vede progressi nel percorso di crescita?
“Una premessa: allenare la difesa è più difficile che l’attacco, l’attacco è creativo, è appagante, possibilmente premia gli sforzi della squadra; la difesa è più cruda, più sottoposta alla disciplina, più inquadrata nel mirino arbitrale; diciamolo, meno interessante nella mente e nel cuore dei ragazzi. Di conseguenza è più dura far cambiare atteggiamenti, attitudini e tecnica. Per questo so che l’analisi dell’andamento richiederà un periodo medio/lungo. Nel pratico, gli allenatori della U13 sono contenti della “intrusione” e condividono la mia visione, con la u15, dove collaboro direttamente con Sebastiano Cecco nella conduzione della squadra, gli indizi di una certa disciplina difensiva li stiamo vedendo. Nelle categorie superiori avrò spazio più consistente a brevissimo quindi non mi esprimo ora.”
Quando ha iniziato questo percorso sperimentale si era prefissato degli obiettivi?
“Sperimentale solo nella sua collocazione nel palinsesto societario, il programma tecnico/tattico che ho presentato a tutti i tecnici è stato largamente condiviso ed accettato perché riconosciuto didatticamente valido nella sua filiera logica. L’obiettivo personale è quello di favorire –nel tempo- un cambiamento metodologico negli allenamenti; la domanda è la seguente: se in partita trascorriamo mediamente il 50% del tempo palla in mano e l’altro 50% del tempo nel tentativo di non far segnare e di riprendere il possesso, perché alleniamo le due fasi con una percentuale del 70Vs30 per cento a favore dell’attacco? La risposta l’ho già data prima ma sono sicuro che anche una difesa importante, serena ed avanzante, che crea frustrazione negli avversari e li costringe a calciare e ridarti il possesso dia soddisfazione come un attacco efficace.”
Come gestisce i rapporti con il resto dello staff tecnico del Venjulia RugbyTrieste?
“Con gli altri sono stato chiaro da subito, non intendo essere un allenatore che viene ad intromettersi nella metodologia e nell’atmosfera dei loro allenamenti, imponendo tattiche difensive non appartenenti al sistema di gioco dei singoli tecnici. Il programma approvato inizialmente si basa sui principi del gioco del rugby, e come detto all’inizio io fungo da garante che tra le varie categorie ci sia un percorso logico ed omogeneo nello sviluppo del sistema difensivo. Quindi ecco la programmazione girata in anticipo ed avallata dai titolari della categoria. Possibilmente cerco di coinvolgere abbondantemente i tecnici titolari nello svolgimento della programmazione difensiva perché non è mio ruolo diventare un ulteriore punto di riferimento per gli atleti; due allenatori bastano ed avanzano! Soprattutto intendo rispettare ed agire in sintonia con la filosofia del gioco propria degli allenatori -anche quando non è la mia- perché la squadra è la loro. Faccio un esempio spicciolo, se nella filosofia di un allenatore la difesa consiste prevalentemente nella ricerca di non prendere meta allora lo indirizzo verso un sistema di difesa “drift”, se per un altro tecnico difendere vuol dire recuperare terreno e palla al più presto possibile allora insisto su allenamenti per il contatto dominante e sistemi difensivi “rush” o “blitz”.
Con queste premesse credo di poter essere identificato da tutti come una risorsa, un valore aggiunto alla loro attività.”
Quindi nella struttura della metodologia della singola seduta siete voi collaboratori che portate le idee su cosa proporre?
“Per quanto mi riguarda dico di si, il mio portare idee sulla difesa, consentirà ai tecnici titolari di concentrarsi su tutti gli altri aspetti; inoltre, col tempo, la mia conoscenza più o meno approfondita di tutti i giocatori della giovanile che passano da un a categoria all’altra, potrebbe essere di aiuto nel processo di gestione degli atleti. Questo naturalmente vale anche per il nostro preparatore atletico.”
Dove si vede fra cinque anni?
“Nel futuro spero ancora tanta pallaovale, allenare per me vuol dire prima di tutto trasmettere ad altri i valori che il rugby mi ha dato, lo vedo come un modo per fare qualcosa per il mio prossimo.
Il progetto difesa, quest’anno al via in forma embrionale, spero si contestualizzi più decisamente la prossima stagione per deciderne anche la sua efficacia; per questo spero sono ottimista nel vedermi sotto l’alabarda ancora per un bel po’. Dove si vedrà tra cinque anni è una domanda alla quale credo nessun allenatore, anche professionista, sappia dare una risposta. Un atleta, se vuole può restare anche 20 anni in un club, ma il coach è legato a tantissime variabili.
Aggiungo che il mio primo brevetto federale l’ho sfruttato dando una mano nel Rugby Trieste 2004, dopo 15 anni sono tornato dove tutto era iniziato, sarei felice ed onorato di chiudere il cerchio qui a Trieste…e vediamo che succede…”
[s.c]


