24.01.2023 – 09.36 – Donne di oggi e di ieri, donne di Klimt. Gustav Klimt, morto di polmonite, non vecchio, il 6 febbraio 1918 in una Vienna investita dall’epidemia di influenza spagnola, fu un pittore di successo; un paesaggista in un’Austria, suo paese natale, manieristica, accademica e convenzionale sul piano dell’arte e su quello della vita di allora. L’Austria dell’epoca del vecchio impero degli Asburgo, di Francesco Giuseppe, caro ai triestini: ma non è quello il Klimt che il mondo più conosce e apprezza. Gustav Klimt era figlio di un orafo (da qui, forse, la passione per l’oro che decorerà moltissime sue opere), e aveva una passione per il ritratto e i colori: neppure quello, però, il Klimt del ritratto di Helene spesso inserito fra le raccolte dei quadri più belli del mondo (pur se definizione molto difficile da dare a un quadro, in senso più astratto) è il Klimt che conosciamo. Klimt diventa Klimt quando si arrende al fascino che prova nei confronti di due sue grandi passioni: il Giappone e le donne, che lo porteranno, male dell’epoca e non solo di Klimt, alla sifilide, e con essa alle ischemie e alla debilitazione fisica che, probabilmente, lasciò la strada libera alla polmonite portata dall’influenza che l’uccise. Attorno al 1900 Klimt diventa Klimt quando rompe definitivamente con la normalità artistica per dipingere le cose che sente dentro e vuole rappresentare: è un pornografo, o così viene definito da chi guarda la volta della sala grande dell’Università di Vienna. E poi via via la Secessione, la sua Giuditta, l’oro e i rossi e neri e l’influenza che ha sul giovane discepolo Egon Schiele. L’erotismo; l’immagine di una donna che sarà quella, in fin dei conti, di cent’anni dopo la sua epoca.
Qual era lo spirito del tempo, Cervi? Lo stacco dallo stile accademico, il ritorno, al centro dell’opera, del processo artistico.
“Gustav Klimt partecipa a quella che è stata la terza Secessione europea. Le Secessioni, i momenti di rottura e di distacco dalle convenzioni, iniziano a Monaco di Baviera, poi Berlino e poi Vienna. Quest’ultima proprio a fine Ottocento. Klimt è un artista accademico: l’accademia aveva una funzione, quella di gestire l’arte a tutti i livelli, di amministrarla; un’artista non diventava artista per sua volontà o perché sognava di diventarlo o perché era bravo. C’era una scuola, dove venivano insegnate le tecniche in modo rigoroso ed assoluto: tutti gli studenti che uscivano dall’accademia erano in grado di dipingere tutti quei ritratti che vediamo, quei quadri perfetti di quell’epoca. Erano, per la società di quel tempo, artisti: più o meno bravi, ma artisti”.
Nessuna meritocrazia, nell’arte accademica d’Ottocento?
“Il merito c’era: una serie di personaggi accademici, quindi già artisti, decidevano di far entrare un nuovo studente, un giovane che dipingeva meglio, in questo o quel ristretto gruppo chiuso. I migliori superavano selezioni molto rigorose. Però la strada era una sola: soltanto chi usciva dall’accademia aveva la possibilità, ad esempio, di realizzare il ritratto ufficiale di un personaggio importante, o di poter avere una sua opera in un determinato luogo, di ricevere una commissione importante, e così via. Lo scopo di tutto questo era dare alla borghesia, al mondo, immagini che avessero un senso, che rispettassero la definizione ufficiale di arte e i canoni prestabiliti. Tutto il resto era dilettantismo”.
E i dilettanti, quelli senza ‘timbro d’autore’, non potevano dipingere?
“Il dilettantismo era anzi molto diffuso. Nessun dilettante, però, poteva fare una mostra: non era possibile per un dilettante, fino alla metà dell’Ottocento e prima delle Secessioni, trovare una galleria o qualsiasi tipo di manifestazione o luogo che l’ospitasse se non rivolgendosi a uno dei circoli amatoriali d’artisti, che esistevano ma non avevano nessuna possibilità di essere considerati alla pari degli accademici”.
Le Secessioni causarono quindi una sorta di crollo di potere delle accademie d’arte.
“Non solo le secessioni: l’accademismo era già entrato in crisi con l’avvento della fotografia, fra il 1830 e il 1840. Il ritratto diventava foto: il pittore accademico non serviva più. La pittura accademica era destinata a illustrare, a dare immagine a personaggi che altrimenti non sarebbero mai rimasti nella storia se non attraverso i testi scritti: i baroni, ad esempio, o i ricchi borghesi. La fotografia è nuova, affascina, e ai pittori accademici iniziano a mancare i clienti, cosa mai successa prima in quanto per un ritrattista il lavoro c’era sempre. Le Secessioni in Germania e in Austria proseguono quel mutamento già iniziato prima in Francia, con i pittori impressionisti”.
Quale fu l’elemento chiave che portò a questo nuovo modo di dipingere?
“La fotografia era, naturalmente, in bianco e nero, e quegli artisti vollero esprimersi con una pittura che privilegiava il colore. Dal 1870 iniziarono a studiare i modi e le tecniche per cogliere le immagini del mondo eliminando bianco e nero. Lasciando il resto alla fotografia, che non poteva mostrare il colore. Senza bianco e senza nero, l’immagine impressionista diventò evanescente, perché mancante di struttura. In Germania e Austria il desiderio di superare l’accademismo, cosa che i francesi erano già riusciti a fare, era altrettanto forte: Klimt è quindi uno degli artisti che decide, pur essendo già uno stimato artista accademico, di staccarsi dalle convenzioni ponendo la questione su temi che gli accademici non trattavano. Nel suo caso, l’erotismo e la sessualità, temi tipici di Klimt che saranno poi di Schiele, che saranno di Kokoschka. È una pittura fatta in un modo completamente nuovo, che non privilegia più i valori dell’immaginario ottico proprio degli accademici”.
Qual era la differenza?
“Un accademico, ad esempio, non avrebbe mai potuto dipingere un ritratto che non desse l’impressione della tridimensionalità. Klimt lavorò invece sulle due dimensioni senza cercare di riprodurla. Era un modo per togliere di mezzo le convenzioni, per rivoluzionare: tutto ciò che era accademico andava rivoltato”.
Niente sesso, siamo austriaci. O inglesi o tedeschi.
“Non solo il sesso ma qualsiasi tema che la buona borghesia ottocentesca, amante della polvere nascosta sotto il tappeto, volesse far sparire di scena. Ciò che non era approvato dalla società non poteva essere rappresentato: questa era la regola che gli accademici, per mantenere il loro stato, dovevano rispettare. Tutto ciò che era negativo o sconveniente veniva tolto di vista, e allo stesso tempo rimaneva possibile fuori dall’osservazione. Il sesso era uno di questi temi: il piacere sessuale, soprattutto quello della donna, non era ammesso nella rappresentazione, e contemporaneamente sempre nella stessa società c’era invece grande libertà nelle classi sociali più basse, che facevano ciò che volevano. Un’ipocrisia totale, assoluta, alla quale gli artisti delle Secessioni si ribellarono: Klimt era giovane, sentì il bisogno di reagire, di rimuovere questo blocco e si ritrovò assieme ad altri giovani in una corrente che voleva il rinnovamento. I giovani hanno curiosità e sono rivoluzionari, vogliono sempre cambiare le cose; oggi un po’ meno, forse. Quello di Klimt fu forse l’ultimo gesto di ribellione di quelle generazioni d’artisti; poi arrivarono le avanguardie. Parliamo però di un’altra epoca”.
Klimt dipinge due Giuditte, non solo una.
“Sì. Una è una donna trionfante, la prima; la seconda è una donna incerta e in crisi. Ogni tempo ha la sua arte: ogni arte ha la sua libertà. La contestazione della società ha incontrato sulla sua strada anche il femminismo, uno dei primi momenti in cui la donna ha iniziato a conquistare la sua indipendenza e ad avere un ruolo anche erotico e sessuale. Lo si vede bene proprio con Klimt ed Egon Schiele, artista che nei primi anni del Novecento è completamente erotico. Nella Giuditta c’è la gioia di conquista: la testa di Giovanni, la donna che ha vinto grazie al suo eros. Subito dopo, c’è la crisi: è vero che Giuditta si è ripresa la sua libertà, ma non era ancora la donna che ha sviluppato una sua dimensione, che è pronta. La donna è libera, adesso, ma? Cos’è venuto dopo? Klimt mette in scena questo: prima con una Giuditta trionfante, e poi, qualche tempo dopo, con una Giuditta diventata debole”.
[r.s.][Paolo Cervi Kervischer, artista triestino, da molti anni insegna arte nel suo atelier e nella sua casa. L’abbiamo incontrato ancora una volta con piacere, per parlare di Klimt e del suo tempo]


