13.01.2023 – 08.00 – Definire dei punti fermi nel mondo dell’arte non è cosa semplice. Come determinare se ciò che abbiamo davanti sia davvero arte: lo decide il pubblico, il mercato o l’artista stesso? Ci sono delle regole, degli elementi imprescindibili che permettono di stabilire il valore di un’opera? Ma l’arte è soggettiva, si potrebbe dire. E allora quand’è che ci si può definire artisti, o meglio, esiste un modo giusto per essere artisti?
Partendo dai rigidi confini delle Accademie e arrivando fino al labile mercato dell’arte, dalla rottura dei valori del passato alla scomparsa degli stessi, ne parliamo con Paolo Cervi Kervischer.
Che contesto era quello accademico?
“L’Accademia aveva la funzione di gestire il discorso artistico su tutti i livelli. Un artista non diventava tale senza una formazione a monte, c’erano scuole dedicate, appunto le accademie, dove si insegnavano le tecniche artistiche in modo rigoroso ed assoluto. Chi usciva da qui era un artista formato in grado di dipingere secondo i canoni dell’epoca, poi chiaramente c’erano i bravi e i meno bravi. Dopodiché, anche nel contesto accademico c’era una selezione molto rigorosa per inserirsi nei circuiti dell’arte: i giovani considerati ‘migliori’ dal punto di vista artistico e tecnico venivano scelti, e solo loro avevano la possibilità di dipingere ufficialmente i ritratti e i quadri su commissione.”
E tutti gli altri?
“Tutto il resto era considerato dilettantismo, che era molto diffuso, ma nessun dilettante aveva la possibilità di fare una propria mostra o manifestazione se non all’interno dei circoli amatoriali, senza però alcuna possibilità di venir trattato come un ‘vero’ artista, così come erano invece considerati gli accademici.”
Quando entra in crisi questa struttura?
“L’accademismo inizia ad entrare in crisi con la fotografia, verso metà Ottocento, che da quel momento in poi prese il posto della pittura accademica, destinata ad illustrare e ritrarre personaggi su commissione; pensiamo ai molteplici ritratti della borghesia dell’Ottocento. Si inizia quindi a preferire la foto al quadro e gli accademici entrano in crisi, soprattutto di committenze, che diventano via via sempre di meno”.
Come nasce il concetto di mercato dell’arte?
“Inteso alla maniera moderna, il discorso del mercato dell’arte inizia nei primi del Novecento. Qualche accenno in realtà lo si ha già a fine Ottocento, in Francia, dove conoscitori dell’arte iniziano a far emergere il concetto di collezionismo; anche se quest’ultimo c’è sempre stato anche in passato, pensiamo a Rodolfo II che era un grande collezionista e stiamo parlando del Cinquecento. Nei primi del Novecento inizia però il discorso del collezionismo anche tra le persone ‘comuni’, in questo caso la borghesia, cosa allora ancora molto rara.”
Cosa cambia rispetto al lavoro su committenza degli accademici?
“La finalità è diversa. Quella dell’artista accademico era di fare delle opere, guadagnarci e creare capolavori che eventualmente finivano nei musei. A differenza del discorso del mercato dell’arte non c’era quindi una finalità prettamente speculativa, che nasce invece con questi conoscitori prima, galleristi poi, che impostano il discorso sul valore della novità. Ecco che l’artista diventa allora un innovatore del linguaggio artistico e sulla base di ciò, su quanto, come e quale sia l’innovazione del suo lavoro, i galleristi ne stabiliscono il ‘valore’. L’artista a questo punto deve vivere, e quindi vendere, sottoponendosi molto spesso alla logica del mercato.”
Tra mercato dell’arte e stile personale dove si inserisce l’artista?
“Dipende, ci sono più livelli; negli Stati Uniti ad esempio se non si incontra il gusto del pubblico un artista non vive con le proprie opere. E per me questo è un concetto completamente sbagliato perché stiamo parlando del mercato per il mercato, dove l’artista diventa una fabbrica di opere che se non piacciono vengono buttate, per poi ricominciare subito con altre che possano piacere al pubblico. A questo punto però si rinuncia alla questione artistica della scelta personale. Questo è per la gran parte il mercato moderno, che privilegia artisti di questo genere che hanno trovato la formula giusta e da lì si entra a far parte di circuiti di un certo tipo”.
Esiste allora un modo “corretto” di essere artisti?
“Per me l’artista moderno ‘giusto’ è quello che persegue la sua strada e che è in grado di essere eclettico. Io nel mio caso non creo opere per il mercato, non ho mai pensato di fare un quadro per venderlo, è inconcepibile per me. L’artista attuale è colui che lavora su di sé, sulla sua auto percezione e visione personale, sulla sua cifra – qualcuno direbbe sullo stile, ma quello può cambiare ed evolvere, la cifra invece è qualcosa che caratterizza l’artista nel suo divenire. Al contempo, è altrettanto importante sottolineare che se un artista vuole considerarsi tale, deve comunque entrare in una dimensione mercantile; esporre, farsi conoscere. La grande scommessa, per il pittore libero, è capire come trovare il giusto equilibrio tra fare la propria arte e inserirsi nel mercato”
Se il valore dell’opera è dettata dal mercato, il pubblico quanto conta?
“Acquistare arte oggi è un’operazione di facciata, è spesso un modo per mostrare i soldi che si hanno in tasca. Il pubblico oggi, quello culturalmente interessato all’arte, soprattutto negli Stati Uniti, è stato escluso dai circuiti del mercato, non esiste più. Nel gioco dell’arte contemporanea esso diventa l’ultima ruota del carro, viene sfruttato ma non ha alcuna rilevanza. L’acquirente che spende 500mila euro per un quadro nella galleria di fama internazionale, perché gli viene detto che quello è il valore dell’opera, dall’altro lato viene visto come un gonzo. Io preferisco che chi compra la mia arte la scelga perché ci si rispecchia e ci si ritrova, portando a casa un’opera che davvero ama. Questo è il mio ideale di artista che sopravvive a questo tipo di mercato”.
Esiste il mercato dell’arte ed esistono i circuiti dell’arte. Siamo tornati un po’ al punto di partenza, ai tempi delle accademie, seppure con dinamiche diverse?
“Ebbene sì, siamo tornati al punto di partenza ma sono cambiati i valori. Mentre prima c’era una legge di valore reale – si doveva dimostrare di essere effettivamente bravi tecnicamente e non solo – oggi invece abbiamo una legge che si basa sui valori di mercato e quindi di speculazione. Poi ci sono le eccezioni, ad esempio sempre negli Stati Uniti esiste un mercato parallelo, che è fresco e giovane, che non sente il bisogno di entrare nelle logiche di mercato. Gli acquirenti sono soprattutto i giovani, ragazzi e ragazze che acquistano un’opera d’arte per il piacere di averla a casa, scegliendo artisti meno noti che si collocano fuori dal mercato e per questo ne vengono ignorati. Non dimentichiamo che la fuori ci sono tantissimi artisti strepitosi, straordinari, ne conosco moltissimi, ma sono persone che non sentiamo nominare perché appunto fuori dal mercato dell’arte e dai suoi circuiti.”
Chi può definirsi oggi artista?
“Innanzitutto uno non si autodefinisce artista. Io stesso, con 42 anni di mostre alle spalle in tutto il mondo, ho difficoltà verso chi mi definisce artista. Detto questo, sicuramente aver fatto tante mostre e manifestazioni, essere stimato e aver venduto quadri, garantisce che a un certo punto lo si diventi. Poi, sicuramente una preparazione tecnica e teorica bisogna averla alla base – il disegno, l’uso del colore, la storia dell’arte – ma poi l’arte intesa come tale è altro, quella è propria, personale. La scuola è necessaria, ma deve essere seria: oggi molti insegnano a copiare dalle fotografie, ma il pittore deve saper trasporre un elemento tridimensionale su un supporto bidimensionale, copiando da una fotografia il lavoro è già fatto, farlo dal vero è una vera e propria ginnastica cerebrale. Può essere piacevole, divertente, ma da un punto di vista della preparazione artistica il valore è zero, per essere artisti bisogna essere in grado di vedere e quindi di imparare a vedere. Tutto il resto e studio e lavoro costante, io non passo giorno senza disegnare, è un allenamento. Per diventare un artista servono almeno dieci anni di studi seri tecnici, ci si fa una bella preparazione e poi eventualmente si può pensare di fare carriera”.
Come fu per le accademie, anche il mercato dell’arte è destinato a mutare per sempre?
“Assolutamente sì, e infatti tutto sta cambiando. C’è una bolla speculativa e siamo arrivati a un punto oltre al quale non si può andare, non a caso ora è in atto il grande reset: è la fine di tutto questo, le persone si sono stancate, i prezzi sono andati troppo in alto, la gran parte delle persone non viaggia in quelle dimensioni. Oggi le cose stanno cambiando, esistono anche altre possibilità, sfruttando nuove strade per farsi conoscere – pensiamo ad esempio al web – ed essere eventualmente stimati dal pubblico. Sta tornando qualcosa che doveva tornare, il mondo gira, la storia va avanti, non dobbiamo mai pensare di essere noi il punto di arrivo; ci sarà una bella pulizia e poi riprenderà tutto.”
Tutto cosa?
“I veri valori.”
[n.p]


