28.01.2023 – 07.01 – La Sezione Litorale del Club Alpino Austro Tedesco (Section Kustenland des Deutschen und Oesterreichischen Alpenvereins, DOAV) nacque a Trieste nel 1873; inizialmente impegnato, come il suo fratello maggiore, il tuttora esistente Oesterreichischer Alpenverein, nelle scalate in montagna, trovò presto un maggiore interesse nell’esplorazione delle grotte del Carso. Se la Società Alpina delle Giulie raccoglieva l’adesione dei ceti borghesi filoitaliani e il Club Touristi Triestini dei filoaustriaci, il DOAV attingeva dai cittadini tedeschi di Trieste. Militari e burocrati, pertanto; ma senza dimenticare commercianti e liberi professionisti provenienti dal nord delle grandi città anseatiche e dal sud della Germania.
L’intreccio tra l’accademia, con numerose conferenze a tema speleologico, l’esplorazione delle grotte, con tanto di stemmi del DOAV impressi sulle pareti e infine i numerosi articoli sul giornale sociale dell’associazione, dimostra come il DOAV fosse un’importante rappresentante delle società speleologiche giuliane. L’attività fu disorganizzata, disomogenea, ma straordinariamente intensa; ed è solo per le conseguenze della storia di Trieste nel novecento se il DOAV è stato dimenticato.
La sezione grotte, dopo circa dieci anni di esplorazioni dal 1873, fu fondata ufficialmente il 19 ottobre 1883; era numerosa e straordinariamente bene equipaggiata. Vi militavano infatti 37 soci e 15 di questi erano esploratori a tutti gli effetti. La maggioranza era costituita da studenti universitari, ma vale la pena menzionare anche la presenza di nobili tedeschi (abbastanza rari, nel panorama borghese triestino), tra cui il Barone von Czoernig. Altrettanto abbondante era l’equipaggiamento, radunato in un anno dalla fondazione della sezione Grotte: tantissime lampade moderne e lanterne da minatore, 16 scale di legno, 3 scale di corda e 1 corda di manila. Vi era poi, come di consueto nell’ottocento, un presidente dei grottisti, un cassiere, un segretario e tre direttori per guidare tanto le esplorazioni, quanto le ricerche (ad es. archeologiche).
L’anima del gruppo divenne presto Anton Hanke (1840-91), un ‘veterano’ grottista, che introdusse i più giovani alle prime esplorazioni, portandoli a esplorare cavità di notevole difficoltà, tra cui occorre menzionare quantomeno la Grotta di Padriciano. Si realizzò in questo caso una prima frizione tra i più giovani – inesperti, ma entusiasti di questo ‘sport’ e i soci più anziani che avevano competenze di studiosi, ma che trovavarono la Grotta di Padriciano eccessivamente difficile. Si parlò di un’esperienza ‘traumatizzante’ e occorre considerare come molti dei soci tedeschi avessero quaranta o cinquant’anni, all’epoca un’età notevole per ‘andar per grotta’.
Hanke nel giro di breve tempo iniziò pertanto ad attirare intorno a sé un nucleo interno alla Sezione, composto di studenti impazienti di esplorare oltre i ‘soliti’ limiti.
Dopo la sfida della grotta di Ternovizza e Boriano, questo gruppo di ‘fedelissimi’ tornò alla sfida maggiore per la Trieste di metà ottocento: la grotta di San Canziano, la cui esplorazione era stata interrotta dal 1851. Nel corso di sette anni di lavoro Hanke discese sempre più in profondità, inseguendo lo sfuggente fiume Timavo attraverso due chilometri di percorso, cento metri di profondità e venticinque cascate. Una discesa nelle tenebre che richiese di costruire quella che Mario Galli definiva una “via ferrata sotterranea“, un sentiero che attraverso appigli e scalini consentisse di risalire in fretta qualora si verificassero improvvise piene. Nel 1890 il gruppo di Hanke riuscì ad attraversare la diciottesima cascata e, proseguendo di voragine in voragine, giunse alla venticinquesima, fermandosi infine presso il ‘Lago della Morte‘ e il sifone terminale (5 ottobre).
Occorre sottolineare, accanto all’eroismo dell’impresa, come Hanke non avrebbe mai raggiunto simili risultati senza l’aiuto degli abitanti del Carso, i ‘villici’, verso cui fu sempre di animo generoso.
Inoltre l’associazione attrezzò la prima parte delle Grotte di San Canziano per le visite turistiche, progettando di usarne i guadagni per finanziare le successive discese nell’oscurità. Ritornava nuovamente quel turismo del sottosuolo già presente con la Società Adriatica di Scienze Naturali (SAG) e col Club Touristi Triestini (CTT), col caso paradigmatico della Grotta Gigante.
L’anno successivo Hanke ritornò a esplorare quella che era all’epoca il secondo abisso per profondità del Carso (304 metri), l’abisso dei Serpenti. Era la prima volta che l’abisso veniva visitato (quasi) interamente; Hanke infatti scese fino alla cosiddetta ‘sala del Recca’, una gigantesca caverna dove nell’oscurità gorgogliava l’acqua di un lago sotterraneo. Purtroppo fu la sua ultima esplorazione; già stremato dalle fatiche di San Canziano, fragile di cuore, soffriva all’epoca dell’esplorazione di una febbre che presto si trasformò in una ‘affezione polmonare’. Morirà pochi mesi dopo, il 3 dicembre 1891, riecheggiando la scomparsa di un simile eroe della speleologia giuliana, Anton Frederick Lindner.
La morte di Hanke non interruppe le esplorazioni, ma segnò l’inizio di una fase calante per il DOAV; i giovani che lo seguivano si ritrovarono infatti senza una guida e – dettaglio fondamentale – coi soci più anziani diffidenti e poco propensi a collaborare. Nelle parole di uno dei membri, li ritenevano “troppo giovani per lavorare con loro“. Il DOAV inoltre con questo comportamento si alienò la possibile fusione coi giovanissimi tedeschi della società Hades; questi infatti preferirono unirsi al Club Touristi Triestini che realizzerà con loro le sue maggiori imprese sotterranee.
Fonti: Antonio Hanke (1840-1891), testo di Mario Galli pubblicato su Alpi Giulie 66, Trieste, 1971
Pino Guidi, Cenni sull’attività dei gruppi grotte a Trieste dal 1874 al 1900, Atti e Memorie Comm. Grotte “E. Boegan”, Vol. 32, pp. 85-127, Trieste, 1995
[z.s.]


