Il più grande di tutti è entrato nella leggenda, addio Pelè

30.12.2022 – Il più grande di tutti se n’è andato. La Perla nera, O Rey, per tutti, semplicemente, Pelè, ha lasciato il campo. Ad accompagnarlo fuori un brutto male, che da tempo lo affliggeva e che non gli ha lasciato scampo. Adesso, Pelè non appartiene più a questa dimensione, fatta anche di dolore e sofferenza, ma a quella della leggenda (nella quale, invero, era già entrato con la sua mitologica carriera, durante la quale aveva reso grande il Brasile calcistico e aveva segnato caterve di reti) e dei semidei, raggiungendo in quella stessa dimensione l’eterno “rivale” (solo per i media e per l’opinione pubblica, però: tra i due vi era infatti grande stima e un fortissimo rispetto) Maradona e con lui anche altri fuoriclasse che in ogni tempo hanno calcato i campi da gioco, dall’amico e compagno di squadra in quel Brasile stellare, Garrincha, a Puskas, passando per il nostrano Facchetti e senza dimenticare i mitici Best, Di Stefano, Cruijff e i tanti altri.

O Rey si svela al mondo a 17 anni

La carriera di Pelè, per dire la verità, non ha alcun bisogno di essere ricordata: i suoi numeri, le sue giocate, le sue vittorie sono sotto gli occhi di tutti. Nel calcio, esiste un Brasile prima di Pelè e un Brasile post O Rey: prima di lui, i verdeoro non avevano mai conquistato un titolo mondiale, mentre lui ne vinse da protagonista tre. Il primo ad appena diciassette anni, nel 1958, quando il mondo intero scoprì quello che sarebbe diventato, negli anni successivi, una delle principali icone calcistiche di ogni epoca. Che non giocò mai in Europa, pur andandoci molto vicino: appena dopo il Mondiale del 1958 in Svezia, difatti, l’allora patron dell’Inter Angelo Moratti riuscì ad acquistarlo dal Santos. Ma appena si sparse la voce, l’intero Brasile scoppiò in rivolta e così Moratti decise di rinunciare a quello che sarebbe stato il colpo del secolo.

Il Santos e la breve parentesi Usa, sempre a suon di gol

L’intero arco della sua carriera si svolgerà quindi in Brasile, con la maglia del Santos, con cui mostrerà al mondo di cosa è capace: finte, giochi di gambe, dribbling funambolici, intelligenza tattica, doti atletiche invidiabili e, soprattutto, un senso del gol da fare invidia, che gli permetterà di realizzare, secondo i calcoli Fifa, ben 1281 gol tra incontri ufficiali e non. Soltanto nella parte finale della sua carriera Pelè lascia il Brasile: va infatti negli Stati Uniti, tra i Cosmos di New York. Negli Usa, il calcio professionistico è ancora a livello pionieristico, nel 1975 e Pelè viene chiamato (a suon di quattrini) per contribuire ad accrescerne la popolarità, incontrando negli States un altro campionissimo come Beckenbauer.

Un simbolo non solo calcistico

Negli anni, Pelè è diventato un simbolo del calcio e la sua immagine è stata ampiamente utilizzata, in primo luogo dalla Fifa, ma anche da altre istituzioni, come l’Organizzazione delle Nazioni unite (che nel 1992 lo nominò ambasciatore per l’ecologia e l’ambiente) e l’Unesco. Oggetto di film, libri e videogiochi (primo calciatore in assoluto ad avere questo destino) negli ultimi anni un tumore al colon lo debilita pesantemente. Fino a portarlo alla morte, avvenuta in un terribile 29 dicembre. Se la sua vita terrena si è chiusa qui, però, la sua leggenda non finirà mai: Pelè è definitivamente entrato nell’Olimpo e da adesso, per i devoti del calcio, c’è una nuova divinità.
[E.R.]

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