04.12.2022 – 14.50 – Cattinara, “Piatto ‘chef’ sullo scontrino? Si, come no: mezza frittura mista di pesce chiesta da dividere in due perché avevamo ancora un po’ di fame, e fatta neanche bene. E i primi? Una porzione di pasta da dieta, a 16 euro a testa. Ci venivo con piacere da anni ma basta, non ci torno mai più”. Gli avventori, inviperiti, se ne vanno dal locale; il personale cerca qualche parola di risposta, un: “L’abbiamo detto, al titolare, che se aumenta i prezzi così perderà i clienti”, poi però, forse un po’ per timore un po’ per spirito di squadra, torna sulla mezza difesa del: “è aumentato tutto, tanto”. Nel frattempo, però, anche se si volesse dire col beneficio d’inventario che in fondo a volte il cliente che si lamenta troppo capita, resta lo scontrino da 79 euro per una domenica trascorsa in due per non far la scelta del rimanere a casa, che lascia al cliente stesso in bocca l’amaro non del digestivo, ma del conto troppo salato. “Questi sono prezzi da ristorante sulle Rive”, sbottano i due allontanandosi; “me ne vado in Slovenia, ho pagato di meno un pranzo di tartufi, completo col dolce, una settimana fa”.
Impennata quindi sempre più diffusa dei prezzi della ristorazione triestina, dal caffè con la brioche al bar che vola verso i 4 euro, al bicchier di rosso come aperitivo che ormai i 4 euro se li è lasciati alle spalle da un po’, alla frittura di pesce di tradizione triestina (i ‘fish and chips’ austro-ungarici, o sardoni fritti) che di euro ne varrebbe 6 e non 22 ed è diventata non più accessibile per chi ha un normale stipendio. Più degli alcolici, nei confronti dei quali il consumatore ormai si è fatto un certo occhio e sa cosa scegliere, a far spendere molto di più di quello che si vorrebbe spesso sono i prezzi ‘a la carte’, quelli delle pietanze proposte a voce, o elencate sulla lavagna all’ingresso, col gessetto, che non ci sono sul normale listino che viene consegnato quando ci si siede. Il ‘primo della casa’, insomma, quello che all’italiano piace chiedere come consiglio, che ci si aspetta più buono perché cucinato il giorno stesso e forse anche un po’ più economico o perlomeno allineato al resto – e che invece costa il doppio. E, man mano che si va verso Natale, si può anche prevedere che i prezzi aumentino ancora, e che la tradizionale cena o pranzo al ristorante diventino qualcosa alla quale si è costretti a rinunciare. Certo c’è la guerra, c’è il problema del gas: impossibile non accettare come dato di fatto l’enorme aumento dell’energia, con bollette fino a cinque volte più alte di prima che gravano anche sui locali e al quale, nel perdurare del conflitto in Ucraina, non si è ancora trovata una soluzione strutturale. Ma non c’è solo questo. Al male si aggiunge il male e sul problema energetico s’innesta una speculazione che è sotto gli occhi di tutti e approfitta, numeri a fronte, della situazione; tutto rientrerà, probabilmente, quando non ci saranno più scusanti, ma dovrà passare almeno tutto il 2023. Nel frattempo ci si dimentica di quanto, a cavallo del Duemila, più che l’euro a fare il male dell’Italia sia stata la pizza che, al di fuori dei controlli, da 5mila lire era passata a 5 euro, e si litiga sui pagamenti cashless guardando il dito e non la luna. Se la pandemia aveva lasciato molti locali chiusi all’estero, in Italia si era resistito: ora c’è un boom di richieste, locali pieni e persone che dopo gli anni dei lockdown vogliono riprendere a vivere e prenotano, prenotano: tutto esaurito. I gruppi italiani di ristorazione, alla fine, nonostante la pandemia sono ancora tutti lì, un po’ malconci ma vivi: non così altre realtà economiche e non così gli stipendi del paese. Con le bollette aumentate, una parte del mondo della ristorazione mutuando i supermercati trova un modo per tirare avanti e vede nuove opportunità, e lo fa ribaltando il costo energetico più alto sui clienti, facendo fronte anche agli aumenti del costo all’ingrosso nello stesso modo e aggiungendoci qualche punto percentuale in più forse per il fieno in cascina. Se non si trova una situazione calmierata, con interventi decisi da parte del Governo che siano in un certo modo simili a quelli sulla benzina, però, finita la cena si arriva alla frutta, ovvero al consumatore che cambia le sue abitudini e alla pizzeria che è anche tavola calda non ci va più. Semplicemente, perché non può. E l’Italia, che del vino e dello slow food ha fatto la sua bandiera, si ritroverà con avventori sempre in fila fuori dai locali, ma locali di un tipo diverso, quelli che più che ‘slow food’ sono ‘low cost’, ovvero catene, grandi centri di produzione e fornitura che consentono al ristorante di esser solo una rivendita, e sushi bar. Nel frattempo, gli esercizi sloveni invadono con la loro pubblicità le radio locali.
[f.f.]


