Salute mentale, una ‘sottopandemia’. Le nuove generazioni più propense a condividere i problemi

17.10.2022 – 10.00 – Lunedì 10 ottobre è stata la giornata mondiale della salute mentale. Per l’occasione, in Italia e nel mondo ci sono state numerose campagne di promozione e di sensibilizzazione al tema. In questa occasione, il Governo italiano ha recuperato alcuni dati del Rapporto 2020 sull’attività psichiatrica territoriale in Italia, riportando che soltanto quell’anno gli utenti psichiatrici assistiti da servizi specialistici ammontano a 728 338; di questi, ben 232 376 sono entrati in contatto per la prima volta con i servizi inerenti la salute mentale durante il 2020. Il report dell’Unicef dello scorso agosto mostra uno scenario preoccupante nella categoria degli adolescenti. All’interno degli indicatori sul benessere equo e sostenibile, Istat aveva elaborato l’”indice di salute mentale”, una misura della salute psicologica elaborabile tramite le risposte a un apposito questionario relativo ad ansia, depressione, perdita di controllo comportamentale ed emotivo e benessere mentale. Stando ai dati forniti da Istat, emerge che tra 2020 e 2021 il calo dell’indice di salute mentale è stato molto marcato tra gli adolescenti, passando in un solo anno da 73,9 a 70,3. 

La pandemia da Covid-19, nel mutare le nostre abitudini sociali, alimentari, lavorative, ha prodotto una vera e propria sottopandemia, espressione del malessere accusato dalle società su più livelli, ma al contempo ha consentito di sdoganare disagi e disturbi sofferti da una parte cospicua della popolazione ben prima del covid. Esacerbando un problema preesistente, la pandemia avrebbe accelerato il processo di sensibilizzazione alle tematiche inerenti il benessere mentale. In effetti, lo scorso anno UNICEF e Gallup hanno condotto un sondaggio che ha dato risultati interessanti: tramite interviste telefoniche a 20000 persone in 21 paesi, è stata rilevata la propensione a condividere i problemi di salute mentale dei giovani tra i 15 e i 24 anni e degli adulti dai 40 anni in su. Stando ai risultati del report, l’83% dei giovani e l’82 % degli adulti ritengono che sia preferibile condividere le esperienze personali e cercare sostegno per affrontare i disturbi mentali – in media: il divario tra categoria giovane e adulta in alcuni paesi risulta decisamente maggiore, segno del fatto che l’atteggiamento verso la salute mentale varia anche significativamente da una generazione all’altra. In ogni caso, la componente giovane propende significativamente per la condivisione. Un dato che fa sperare in un cambio di atteggiamento verso la salute mentale, tema scottante e da sempre stigmatizzato, in alcuni luoghi del mondo relegata ancora alla cerchia chiusa di maghi e santoni, eterno dimenticato delle nostre società.

Il direttore generale dell’Unicef Henrietta Fore ha dichiarato che i governi stanno investendo troppo poco per affrontare i bisogni psicologici fondamentali, e il report parla di “una sfida sottovalutata”. Se nei paesi più poveri del mondo i governi spendono meno di 1 dollaro pro capite per curare i problemi di salute mentale, i paesi di reddito medio-alto non si allontanano di molto, e investirebbero in media circa 3 dollari pro capite – cifre insufficienti per coprire l’estensione e la profondità del problema. Stando ai dati forniti dalla Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, l’Italia è in fondo alla classifica UE per quota di spesa sanitaria destinata alla salute mentale.

Sarebbe proprio lo stigma su queste malattie a generare il cortocircuito sociale per il quale la persona malata, per timore del giudizio sociale, rinuncia a comunicare la malattia e decide di affrontarla senza supporti.
“Non ti impegni abbastanza”, “non vuoi guarire”. Esiste ancora una narrazione velenosa e colpevolizzante che inserisce la malattia mentale nell’alveo della “mente cosciente” e ne fa un oggetto interno alle meccaniche del pensiero; al contrario, quello che definisce i disturbi mentali è proprio una resistenza alla volontà, una componente che sfugge alla consapevolezza; per quanto possiamo essere consapevoli delle ragioni di un comportamento o di un vizio del pensiero, ogni sforzo della volontà viene annullato. Il “limite della consapevolezza” è la vera fragilità di chi soffre di un disturbo mentale. La salute mentale non è soltanto un tema sociale, è anche una questione politica, perché quanto o più delle “malattie del corpo” intercetta la componente della volontà, della scelta e dell’autodeterminazione: ci costringe alla fatica di confrontarci con la fragilità e a chiederci che significato vogliamo attribuirle; ci costringe a domandarci se vogliamo includere la fragilità nel nostro vivere collettivo o se relegarla agli ex-manicomi e alla vita privata delle persone, in modo da non dovercene preoccupare. Prima di fare valutazioni economiche sul denaro da allocare alla salute mentale, rispondere a queste domande è la vera sfida dei nostri governi e delle nostre società, e di tutti noi come amici di persone che soffrono, parenti di persone che soffrono, e malati noi stessi.

[r.m]

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