22.10.2022 – 07.01 – Ai tempi dell’impero austro-ungarico, nel 1875, il Politecnico di Graz era luogo di passaggio dei migliori scienziati dell’epoca; e tra i corridoi affollati di studenti, un certo Antun Lucic incrociò un ‘certo’ Nikola Tesla. Il primo era di origini croate, ma si era rapidamente italianizzato; il secondo era di origini serbe, ma si muoveva nell’eterogeneo mosaico di popoli imperiale. Ma entrambi, il primo come Anthony Francis Lucas, il secondo come Nicola Tesla, avrebbero trovato fama e (s)ventura nei ‘giovani’ Stati Uniti. Lucas sarebbe divenuto il padre, oggigiorno dimenticato in Europa, della moderna industria petrolifera; mentre Tesla avrebbe impresso la sua indelebile orma nella storia dell’elettricità. Ma un altro legame accomuna le due figure, li affratella: Lucas era infatti originario di Trieste, dal quale aveva ricevuto una formazione di base senza la quale non sarebbe divenuto ingegnere, mentre Tesla, pur non essendo legato alla città-porto, apparteneva a quella stessa nazione serba che aveva caratterizzato la storia cittadina.
Le sincronicità, le coincidenze, i fili della storia si annodano e s’intrecciano poi in quella formidabile testimonianza che erano i quotidiani triestini tra fine ‘800 e inizio ‘900. Senza limitarsi alla cultura locale, filtrata dalla nazionalità e dalla classe sociale di appartenenza (quale differenza tra Il Lavoratore, ad esempio, e l’Indipendente!), i quotidiani seguivano anche le grandi vicende internazionali, consci del fascino di una cultura pop ai suoi esordi.
Il Piccolo di Trieste seguì, ad esempio, le vicende di Jack lo Squartatore nella Londra vittoriana e, parallelamente, diede un eccezionale risalto alla figura di Nikola Tesla.
Il galoppante entusiasmo positivista dell’ultimo quarto di secolo si coniugava con un giornalismo disinvolto dove il controllo delle fonti era sconosciuto e le news dall’America erano miraggi di un futuro luccicante di promesse.
Riveste allora un interesse storico seguire come e quanto la figura di Nikola Tesla sia stata commentata, seguita e interpretata dalla stampa locale. Gli approfondimenti del Piccolo che si snodano dal 1896 alla morte nel 1943 testimoniano allora la ricezione di Tesla a Trieste.
Le prime notizie, numerosissime tra il 1890 e il 1910, sono generalmente positive: Tesla viene considerato un uomo dalle grandi promesse, ma serio e dedicato alla causa scientifica. Successivamente, dal 1910 alla prima guerra mondiale, emergono i primi scetticismi, i primi dubbi: Tesla viene considerato un uomo un po’ strambo, teso a fantasticare progetti senza fondamento; alla lode segue la beffa. Il lungo silenzio dal Venti in poi segna anche un calo di valore degli articoli dedicati allo scienziato, pressoché rari, circoscritti all’aneddoto. Il necrologio del 1943, infine, è un rozzo articolo nazionalista; scritto con maestria e proprietà di linguaggio, ma venato di cattiveria; un ‘colpire un uomo morto’, un necrologio teso a rivendicare il merito dell”italiano’ Galileo Ferraris.
La prima menzione risale al 20 maggio 1896, quando un italianizzato “Nicola Tesla”, grazie a cui “l’illuminazione ad acetilene diventerà banale come il gas”, viene ritenuto l’inventore di una nuova “luce artificiale” che verrà prodotta “a distanza, senza comunicazione interpolare, senza combustione materiale e senza azione chimica”.
Non rimane che attendere “l’esposizione universale del 1900, per mostrare ai popoli la realizzazione delle sue promesse”.
Segue un’altra menzione il 18 dicembre 1896, quando nell’edizione serale viene menzionato un certo “Nicholas Tesla” tra gli inventori che mirano a scoprire “l’oro artificiale“, cioè la tecnica per trasformare il metallo in oro. Ci si riferisce alla pietra filosofale e il tono, nonostante le arie da grande scienziato del giornalista triestino, è quello favolistico. Tesla, assieme a tanti altri, viene definito come un alchimista della modernità, un mago con obiettivi ‘magici’, tra le quali per l’appunto scoprire la “sostanza unica”.
Rientra negli entusiasmi di fine secolo, ma venato di igienismo, il riferimento di “Nicola Tesla” (nuovamente italianizzato) citato dall’edizione serale del Piccolo del 21 gennaio 1899. Tesla, si legge, ha “trovato il modo di guarire la tubercolosi mediante correnti di straordinaria tensione”. Gli austriaci però, attraverso il Neues Wiener Tagblatt, sono scettici e osservano come la faccenda sia “assolutamente inverosimile”. Lo stesso autore osserva che “il nome del geniale elettrotecnico venga sfruttato in America per dare il volo a dei canards scientifici”.
Correva invece il 19 dicembre 1898 quando Il Piccolo si interessò del progetto di “Nicolo Tesla” di fornire, con una trasmissione a distanza, tutta l’energia elettrica necessaria all’Esposizione di Parigi del 1900 attraverso la forza generata dalle cascate del Niagara. L’invenzione consiste nel “condurre una energia elettrica di qualunque potenza a qualsiasi distanza, senza bisogno di conduttura”. Ovviamente Il Piccolo immagina immediatamente l’invenzione di Tesla applicata al più importante pezzo di tecnologia mai inventato, ovvero il tram, dove “non ci sarebbe bisogno che di pochi uomini per controllare il movimento, distribuire i biglietti, e per quelle operazioni che non si possono eseguire da lontano”.
Siamo nuovamente nel campo delle invenzioni annedotistiche con “L’elettricità che netta e che lava”, del 14 dicembre 1898, quando si riporta come, secondo Tesla, in futuro ci si laverà con potenti getti di elettricità.
L’elettricità a fine ottocento, è quella ‘magica’ sostanza che, per chi non la conosce, è in grado di fare un po’ di tutto; non sorprende allora che un altro articolo del Piccolo, del 19 ottobre 1898, comunichi che Tesla vuole usare la corrente per produrre sali coi quali concimare la terra, attraverso “un gigantesco apparato elettrico, munito di un alto camino”.
Ricevono inoltre notevole spazio le esposizioni scientifiche; a partire da quella “elettrica di Nuova York” (15 giugno 1898), dove Tesla dimostra di saper far esplodere un piccolo modello di nave da guerra tramite una mina subacquea azionata a distanza con un oscillatore elettrico.
Un argomento ricorrente di quegli anni, presente anche nell’edizione del 29 luglio 1899, è il famoso “telegrafo senza fili“; il giornalista fatica a descriverlo, si avverte quel senso di wonder caratteristico del periodo: si parla di un oscillatore, le cui vibrazioni “agirebbero come i raggi X e penetrerebbero nelle materie più dense: la terra, la roccia e l’acqua, altrettanto facilmente quanto nell’aria e nell’etere”. Pertanto “si potranno spedire da Nuova York a Londra, a Parigi, a Vienna, a Costantinopoli, a Bombay, duemila parole in un istante”.
Qualche settimana prima il 7 luglio 1899, non a caso Il Piccolo aveva discusso la novità del “telefono senza fili“, “scoperta del Marconi, e dei perfezionamenti apportati dal Tesla”.
Un altro elemento precorritrice i tempi, che scorre parallelo alla grande intuizione del chimico Ciamician, è quello dell’energia solare: Nicola Tesla, con un articolo del 21 maggio 1899, concepisce una produzione di elettricità dal sole, onde “far a meno del carbon fossile, del carbone di legno o di altro combustibile nella preparazione del vapore”. Tesla coltiva, a questo proposito, una visione democratica; infatti “l’elettricità diventerà tanto a buon prezzo, che sarà possibile al più povero fabbricante di servirsene”.
È uno dei casi in cui Il Piccolo, infatuato di Tesla, lo definisce “mago dell’ovest”, inventore del “sole che sostituirà il fuoco”.
Il passaggio del secolo segna un leggero calo di popolarità di Tesla che rimane presente nelle conferenze popolari (es. il 19 febbraio 1899, “Gli esperimenti di Tesla e la luce dell’avvenire” del prof. Micks) e agita i battibecchi con Marconi che ne rimprovera le fantasticherie. “Tesla cerchi di telefonare senza fili a 1000 chilometri di distanza, e poi potrà occuparsi di Marte” ribatte in un articolo dove si discute su come comunicare coi marziani (14 gennaio 1901).
Il discorso d’inizio novecento dibatte se Marte è abitato o meno; e, nel periodo della pubblicazione della ‘Guerra dei Mondi’ di H.G. Wells, si lascia affascinare dalla teoria se gli alieni effettivamente esistano.
“Mi sembra – commenta Tesla – che soltanto un cieco può ritenere la terra come l’unico pianeta abitato da esseri intelligenti. Io ho portato i miei apparati a tale grado di perfezione, che posso tentare di costruire una macchina capace di sviluppare tanta somma di energia, da influenzare degli apparati telegrafici e telefonici sensibili sul pianeta Marte” (Il Piccolo, 9 gennaio 1901).

Le atmosfere d’inizio novecento, alla morte della regina Vittoria, sono ammantate di pensieri cupi, si discute e si immagina, accanto alle fantasie progressiste, nuovi devastanti conflitti. Le ‘guerre future’ che, nell’immaginazione del tempo, sono ancora saldamente ottocentesche, quasi napoleoniche. Tesla s’inserisce nel discorso proponendo di sostituire i soldati con i robot (gli ‘automi pensanti’, il ‘soldato dell’avvenire’ come li definisce). Creature nuovamente fantastiche, proprie più della fantascienza che della scienza; Il Piccolo (25 giugno 1900) presenta a questo proposito il primo modello di automa di Tesla, una barchetta comandata a distanza tramite segnali elettrici.
In quegli stessi anni, il 31 dicembre 1899, il ‘pacifico’ Tesla offre l’invenzione della propria torpedine elettrica, nella pratica un battello getta mine, all’ammiragliato russo. L’invenzione è in vendita a 100mila rubli.
Già nel 1901 serpeggiano le prime indecisioni, le prime crepe nell’ammirazione verso Tesla; parlando di un nuovo modello di lampada proposto dal “celebre inventore americano”, l’autore lo definisce come colui “di cui si parla tanto, ma di cui finora si vide tanto poco” (6 aprile 1901).
Nel 1903 l’inventore è però ancora capace di far parlare di sé, e lo fa nell’occasione del dibattito sull’aeronautica e i velivoli, dove propone “un aerostato mosso dalle onde elettriche”. Particolare curioso: stavolta viene definito “il grande elettricista ungherese“.
Poi segue però il silenzio; qualche conferenza sull’elettricità, a scopi divulgativi, certo; qualche menzione a margine, sicuramente. Ma quel genere di articoli entusiasti su Tesla che avevano elettrizzato gli animi a fine secolo sono pressoché assenti. Significativo in tal senso il commento del Piccolo del 18 luglio 1905, durante un divertissement a margine: “Nicola Tesla è, secondo alcuni, dalmato; secondo altri, czeco; certo è che vive e opera in America. Alcune sue invenzioni sono realizzate; parecchie altre però hanno, almeno finora, dell’americanata. Egli non ha niente di comune con l’Edison”.
Un articolo sulla “radiotelegrafia attraverso la terra”, dopo una trattazione scientifica piuttosto lunga per gli standard dell’epoca, si conclude però con un epitaffio notevole:
“Il Tesla è da molti considerato come un rivale di Edison in fatto di scoperte: ma però occorre dire che la maggior parte delle sue invenzioni sono state di carattere immaginario”. La liason si era interrotta, la relazione appassionata di decenni prima andava affievolendosi.
Il necrologio di Claudio Benco, del 17 gennaio 1943, è in tal senso un divorzio, anzi un restar vedovi: se ne critica l’amore ‘americano’ per il denaro, nonostante Tesla non fosse mai stato un magnate quale Edison; lo si definisce “un croato-americano”; e infine il momento di cordoglio diventa occasione per riconfermare il fulgido eroismo italiano, difendendo nell’occasione Galileo Ferraris, secondo l’autore anticipatore di Tesla nei confronti dei “motori a campi rotanti”.
Non c’è in tal senso qui quell’umanità vivace che prorompe dai primi articoli su Tesla, quella fratellanza di popoli accomunati dall’amore della ricerca, quanto piuttosto un testardo incaponirsi su fini dettagli, pur di affermare il ‘genio italiano’.
[z.s.]



