Un (giornalista) americano alla corte di Trieste nel 1867

27.08.2022 – 07.01 – Il giornale The Atlantic rappresenta, nella ricca storia giornalistica americana, uno dei più antichi mensili in attività: dal 1857 ha indagato i più disparati temi, ad esempio a inizio duemila investigando per primo gli abusi e le violenze in Iraq dell’esercito americano, coi lavori sul campo di William Langewiesche.
In maniera non dissimile da quanto compiuto dal Piccolo e, in ambito internazionale, da molte istituzioni ed enti culturali, anche l’Atlantic ha aperto i propri archivi, rendendo disponibili al pubblico secoli di giornalismo.
In quest’ambito è allora interessante indagare quale fosse la percezione di Trieste da parte dei giornalisti americani nell’ottocento; e l’Atlantic rivela in tal senso come prima menzione del porto asburgico un resoconto di viaggio, denominato “Minor Italian Travels“.
L’autore William Dean Howells compie un viaggio in Italia, estendendolo però anche al Litorale austriaco. In quest’ambito Trieste, in maniera non dissimile dagli odierni turisti, viene comparata a Venezia; ma Howells ne analizza anche le caratteristiche sociali ed economiche. Il piglio rimane quello giornalistico, anche allora; ogni tanto si avverte un’inclinazione razzista propria del periodo, specie quando Howells osserva la babele di popoli e lingue triestina. Il viaggio risale al 1867, collocandosi pertanto dopo la terza guerra di indipendenza e, in ambito europeo, nello stesso anno della Comune di Parigi. L’impero austriaco aveva appena inaugurato, dopo la sconfitta, il nuovo sistema duale: nasceva l’impero austro-ungarico (12 giugno). Trieste diveniva inoltre capitale della regione del litorale adriatico Küstenland.

Il primo impatto, per Howells, non è dei migliori, anzi; Trieste è desertica, scabra, lunare.
“Se scegliete di prendere il vaporetto di mezzanotte da Venezia, arriverete a Trieste verso le sei di mattina; la prima cosa che incontrerete saranno le colline, seguite dall’ampia baia punteggiata dalle imbarcazioni dei pescatori. Le colline sono spoglie e nude e vi accorgerete, mentre vi avvicinate, che la città sorge sotto un velo di nebbia ai loro piedi o, in alternativa, si abbarbica ai loro pendii”.

Il pensiero corre immediatamente alla Bora e Howells non ci risparmia gli aneddoti, le leggende popolari, con un tocco di kitch vittoriano: “La scena è singolarmente priva di caratteristiche piacevoli o graziose, e guardando a quei pendii scabri, con quella desolazione interminabile, si crede immediatamente a tutte le storie che circolano su quel vento impetuoso chiamato Bora, che spazza dall’altipiano attraverso tutta Trieste durante certe stagioni. Mentre soffia, le signorine che camminano vicino ai moli in alcune occasioni vengono travolte e finiscono a mollo, involontarie Galatee [uno dei nomi delle ninfe del mare, è una citazione classica, n.d.r.], nella baia, e le persone rimangono in casa quanto più possibile. Ma la bora, nonostante sia così improvvisa e selvaggia, fornisce degli avvertimenti del suo arrivo e i paesani si approfittano di questa caratteristica. Posizionano un uomo sulla cima di una delle colline, e quando sente il primo soffio di Bora suona un corno, che è un segnale a tutti coloro a distanza d’orecchio di afferrare qualcosa che non può essere soffiato via, e rimanervi attaccato fino a quando il vento non cessa. Ciò può avvenire per tre giorni o nove, a seconda dei proverbi popolari”.

L’immagine migliore di Trieste viene però trasmessa dalla descrizione della popolazione: un brulichio di popoli, un alveare umano, un agitarsi di genti d’ogni credo, convinzione e provenienza, accomunati dall’amore per il soldo sonante: “Anche a Trieste il “tipo” italiano, così come a Venezia, si è perso o continuamente influenzato dal carattere misto della popolazione che è particolarmente evidente nel caso della Borsa (Merchants Exchange? Potrebbe anche riferirsi al Tergesteo n.d.r.). Questo è un grande edificio dal tetto di vetro, dove gli uffici del Lloyd austriaco, la grande compagnia di navigazione a vapore, che – molto più del favore imperiale ha contribuito alla prosperità di Trieste – e affaristi di ogni razza s’incontrano giornalmente per chiacchierare sulle ultime notizie e sui prezzi delle merci. Qui un greco, o un dalmata, parla con un ansioso italiano, o con un lento, ma sicuro inglese; qui l’odiato austriaco infastidisce il veneto o il magiaro; qui l’ebreo incontra il gentile su un terreno comune; qui il cristianesimo incontra le superstizioni dell’oriente e ne trae un ottimo profitto di cotone o grano. Qui si vede ogni genere di costume e si sente ogni genere di lingua; ma il nativo triestino contribuisce più di tutti alla varietà delle lingue parlate, non importa quanto straniere”.

Howells procede poi a citare Cantù; possiamo ipotizzare che sia Cesare Cantù, anche se non ne abbiamo la certezza. Il quadro restituisce certamente quanto instabile fosse all’epoca l’appartenenza linguistica, quale errore fosse attribuire alla padronanza di un determinato linguaggio l’appartenenza nazionale.
“Con riferimento al linguaggio” spiega Cantù “nonostante la città sia abitata dagli slavi, la lingua italiana viene utilizzata fino ai villaggi più remoti, mentre fino a poco tempo fa non veniva compresa. Nella città è il linguaggio più comune e famigliare; gli slavi del nord invece utilizzano il tedesco per le faccende diplomatiche; quelli del sud, così come gli ebrei, l’italiano; mentre i protestanti usano il tedesco, i greci l’ellenico e l’illirico. Gli impiegati delle corti civili l’italiano o il tedesco, le scuole ora il tedesco e ora l’italiano, le osterie e i pulpiti delle chiese l’italiano. La maggior parte degli abitanti, in realtà, è bilingue e molti di loro trilingue, senza considerare il francese, che è letto e compreso dall’infanzia. Italiano, tedesco e greco vengono utilizzati per la scrittura, mentre la lingua slava è rimasta nelle condizioni della lingua volgare. Ma sarebbe ozioso voler distinguere la popolazione sulla base della lingua, in quanto il figlio adotta un linguaggio diverso dal padre, e ora preferisce una lingua, ora l’altra; le donne genericamente preferiscono l’italiano; ma molti della classe elevata ora preferiscono il tedesco, ora il francese, ora l’inglese, in quanto, da un decennio all’altro, affari, politiche e mode cambiano. Questo è nei saloni; nelle piazze e nelle vie, si sente invece il dialetto veneziano”.

Fonti: The Atlantic, Minor Italian Travels By William Dean Howells, september 1867

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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