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sabato, 10 Dicembre 2022

La fiera dell’est. Fra Letta e Salvini, nella partita italiana sul gas

27.08.2022 – 08.44 – Matteo Salvini: “Se il prezzo non scende, bisognerà razionare luce e gas”; Enrico Letta: “La Russia interferisce con le elezioni per favorire la destra”. La politica è in pieno festival: niente di strano, si chiama campagna elettorale. Se Letta evoca lo spettro dello schiacciasassi russo per spaventare gli elettori (così, se qualcuno perde, perde per un fattore esterno), e lo fa dal basso di una triste iniziativa di comunicazione in rosso e nero che non vincerà il premio per la meglio riuscita dell’anno (non funziona, anzi al PD fa danni: la coalizione di centrodestra vola verso il 50 per cento di preferenze), Salvini dice invece il vero, ma potrebbe farlo meglio, e si resta con una faccia un po’ così, perché si sarebbe potuto dirlo da ben prima del dopo Ferragosto. Anzi, da subito: da febbraio.

L’Italia è in crisi energetica, ed è una crisi senza precedenti in questo secolo, che spinge la sua economia, già da recessione e strangolata da un debito pubblico che supera il 156 per cento del PIL, verso il crollo, e fa dimenticare le ambizioni sull’ambiente, sulle rinnovabili e sugli arcobaleni. La Russia ha ridotto significativamente i flussi del suo gas naturale verso alcune nazioni europee, quelle ritenute ostili, da quando l’Unione Europea stessa, seguendo una decisione motivata dalla guerra in Ucraina, ha imposto le sanzioni economiche. Dal 24 febbraio a oggi, abbiamo via via ricevuto meno gas. Una sorpresa? Niente affatto, tant’è che altre nazioni stanno già peggio di noi e anzi, secondo molti esponenti politici UE, il gas russo avrebbe dovuto essere tagliato immediatamente, subito dopo lo scoppio del conflitto: il 27 marzo, il gigante ucraino dell’energia Naftogaz, attraverso il suo amministratore delegato Yuriy Vitrenko, ha accusato le nazioni dell’Unione di essere complici di Putin e di “finanziare la guerra”. La richiesta dell’Ucraina era quella di un embargo totale, immediato: richiesta impossibile da sostenere soprattutto per paesi fortemente dipendenti da quella fonte d’energia, come la Germania e l’Italia. Il 3 aprile, l’embargo su tutto (gas e petrolio) “subito” lo proponeva anche Enrico Letta con un tweet, e da una posizione di governo. Mosca, naturalmente, nega di stare utilizzando il gas come arma; chiaramente credere che sia così sarebbe ingenuo, e d’altra parte il gas è russo, ed è la Russia a poter decidere cosa vuole fare con una risorsa che è sua. Ancora più ingenuo poter pensare che sia possibile dire di star subendo un ricatto di Putin, come se da questa parte del fronte non si fosse fatto niente per attaccare Putin (non parliamo di giusto o sbagliato, ma di azione e inevitabile reazione); per finire, impossibile continuare a credere che bomba o non bomba la Russia possa per sempre essere un partner che continua a fornire gas proprio ai paesi ostili alla sua politica, nonostante l’inasprimento delle sanzioni e l’invio, da parte di questi paesi (fra i quali l’Italia), di armi che vengono usate direttamente contro il suo esercito. L’UE compra dalla Russia, ogni anno, il 40 per cento delle riserve di gas; d’estate ne consumiamo di meno, ma l’inverno energetico comincia a ottobre, non a dicembre, e rimane quindi solo un mese. Diciamo che finora ci è andata bene: anche per non portare l’Unione Europea al collasso energetico totale – reazione al quale non avrebbe potuto esserci altro che un allargamento del conflitto, quindi una guerra Nato-Russia – Vladimir Putin ha continuato a rifornirci. Via via meno, con i prezzi che (complice la speculazione, e anch’essa è naturale in tempo di guerra) salivano, fino a oggi: nessuna sorpresa. Piuttosto, si potrebbe pensare, un non volerne parlare fin che c’era Mario Draghi, per non spaventare troppo l’opinione pubblica che – se si fosse spaventata – avrebbe tolto il sostegno all’Ucraina (che già non sembra dimorare, di per sé, nell’animo della maggioranza degli italiani). Un silenzio condito con variopinte assicurazioni su fonti energetiche alternative, con tanti “domani staremo meglio”. Ma siccome adesso ci siamo, all’inverno, e il clima da campagna elettorale è rovente e con le riserve vicine all’80 per cento (la soglia minima chiesta dall’UE, che però non basta se la Russia chiude), se ne parla.

In un anno senza guerra l’Unione Europea usa poco meno di 4 miliardi e mezzo di Megawatt/ora di gas naturale; il calcolo è già stato fatto, e se il prezzo del gas passa da 100 a 400 (le cifre non sono esatte ma grossomodo le proporzioni, se parliamo di indici mondiali, sì), è chiaro che prima, nel 2020, un Megawatt lo pagavo 100, e ora lo pago, appunto, 400 (quattro volte tanto, e se guardo al 2016 le volte sono cinque o addirittura sei). L’Unione Europea fra il 2021 e il 2022 si trova quindi sul collo un costo pari a circa il 3 per cento del suo PIL in più solo in energia. Non c’è solo la guerra in Ucraina, c’è anche di mezzo un forte aumento del fabbisogno di elettricità post pandemia (prevedibile e anzi previsto). Le aziende prima (iniziando da quelle piccole e medie, ma le grandi, che sono divoratrici di corrente, non sono affatto esenti – hanno solo metodi diversi di reagire) e poi i cittadini non ce la fanno più: dal gelataio al falegname e anche semplicemente al barista, è un volare di bollette che non possono esser più pagate, perché a 4 euro la pallina di gelato non la voglio, e via di seguito, in uno snowballing (modo di dire americano che è diventato di moda: “situazione che rapidamente va fuori controllo, come una palla di neve che rotolando diventa una valanga”) che finisce per travolgere le famiglie. Prima i single che proprio tanto felici di viver da soli non sono visto che pagano da subito più di tutti – e buttano via la stufa a pellet, appena acquistata pensando di risparmiare sul gas (anche il pellet è schizzato alle stelle come prezzo; anzi è finito, non si trova più), e poi via via anche le coppie con figli – e scuole dal mantenimento insostenibile, animali domestici che diventano un peso, sport del fine settimana che non si possono più fare perché il conto dei Kilowatt è arrivato anche alla palestra. Auto elettriche? Di fronte agli incentivi, ridiamo: niente corrente a un prezzo accettabile vuol dire niente infrastrutture e niente colonnette di ricarica. Quasi meglio rimboccarsi le maniche, tornare al termico a benzina, e imparare di nuovo il mestiere di meccanico (il mercato dell’usato è esploso, compresi pezzi di ricambio venduti via Internet). Elon Musk, è stato bello.

Per l’area Euro, si parla, già da questa primavera, di proiezioni da brivido: PIL europeo a -1 per cento nel 2023 secondo Berenberg contro una previsione di più 2,2 per quest’anno, mentre Goldman è più “ottimista” e ci dà a un più 0,8 contro un più 2,7 previsto sempre per il 2022. L’Europa ha sorpreso la maggior parte degli osservatori stranieri con la sua reazione all’invasione dell’Ucraina: fronte compatto di resistenza economica e miliardi di euro in sanzioni e in supporto diretto, nonostante la chiara, e ben nota, dipendenza dalla Russia per le forniture d’energia. Il prezzo reale che le nazioni dell’UE e i suoi cittadini si trovano a pagare per la guerra, però, di fronte al mantenimento di sanzioni che supponiamo efficaci, è ben più alto di quattro volte tanto: arriva a riflettersi sulla vita di ogni giorno con un equivalente in media anche di 10 o 14 volte tanto su alcuni settori produttivi, senza nessun segnale, per ora, di stabilizzazione. Ecco perché, a meno che la guerra in Ucraina non si fermi e presto, non possiamo aspettarci nient’altro che un peggioramento delle cose, solo in parte mitigato dai razionamenti decisi (e dagli altri che dovranno esserlo). L’Ucraina, pagine dei giornali a parte, è lontana da una vittoria o anche solo da una possibilità di equilibrio della situazione sul piano militare, e l’unica via d’uscita rapida (e tremenda) sarebbe un uso dell’opzione nucleare, sia essa una dimostrazione tattica con l’impiego di una testata, o una tragedia ambientale di vaste proporzioni, casuale o cercata che sia. D’altra parte la guerra costa molto anche alla Russia, e le operazioni militari che non si concludono rapidamente tendono a non piacer più all’opinione pubblica man mano che corrono i mesi; Putin potrebbe quindi cercare una via di pace in autunno, e, per avere un posto migliore al tavolo delle trattative, il rendere ancora più difficile la situazione energetica dell’UE, incrinando il fronte di supporto magari facendo leva proprio su Italia e Germania, sarebbe una mossa comprensibile. E, confidando anche in un Kosovo che non esplode (ma non è detto), la pace, a condizioni negoziate diverse da quelle richieste da Zelensky (che sono impossibili da soddisfare) è l’unica cosa che può evitarci questo… inverno caldo al contrario, di cui adesso molto si parla.

La lezione che stiamo imparando è quella di quanto poco intelligente sia finire a dipendere, urlando troppi ‘no’ e parlando troppo dei venerdì e del futuro, da una sola fonte di approvvigionamento, dopo aver buttato via decenni d’esperienza, capacità e tecnologia di quell’Italia che, sul come produrla, l’energia, ne sapeva lunga e quarant’anni fa era ai vertici mondiali. Sulle bollette della luce e del gas, l’arbitro ha fischiato il calcio d’inizio già da un bel po’; ma siamo andati in fuorigioco, e nel secondo tempo ci sono di mezzo delle sostituzioni. La palla, ora, passa al nuovo governo italiano. In questa partita, come cittadini e in vista di un voto, non siamo solo spettatori: in campo ci sono i nostri figli.

[r.s.]

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Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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