06.07.2022 – 08.19 – Facile dire, in Europa: “Automobili? Si passa all’elettrico”! La corrente (si parla, ed è meglio, di “energia”, ma in questo caso chiamiamola come il pane e il vino: corrente elettrica), però, nel 2022, manca, e, a meno di non riaccendere per davvero tutte le centrali a carbone, resta poco chiaro come rinunciando a gas e petrolio russi l’Italia possa far fronte alla ripresa della produzione industriale di settembre più che al freddo dell’inverno (dei condizionatori da tenere più bassi, visti i 37 gradi fuori, ci siamo fatti un baffo). Un esempio di come eventi di forza maggiore e naturali come la siccità di questo giugno possano incidere sulla produzione, ad esempio, di elettricità da fonti rinnovabili, ce lo danno i 31 chilometri di lingua d’acqua salata nel Po, quelli di oggi: per tentare di arginare il fenomeno della risalita del mare, che avrebbe (ha già: però potrebbero diventare irreparabili) effetti disastrosi sull’ecosistema della pianura, occorre rilasciare più acqua dolce possibile nel fiume, compresa, in parte via via crescente fin che l’emergenza non sarà passata, quella destinata alla produzione d’energia. Ed ecco che una certa percentuale di ciò che serve al fabbisogno nazionale di corrente non arriva più; chissà che presto, però, non arrivi dalle centrali nucleari del governo di Kiev, ora definitivamente collegate alla rete di distribuzione dell’Europa. Nel 2014, vero anno d’inizio della guerra che insanguina l’Europa, all’Occidente, degli 88 terawatt/ora generati dal nucleare ucraino, andava solo una piccola parte; domani vedremo, si parla per Kiev di speranze di guadagni fino a 1,5 miliardi di euro dall’export di elettricità solo per l’anno in corso (dei quali l’Ucraina ha estremamente bisogno; per ora per le armi, poi per la ricostruzione), e le guerre rarissimamente si fanno solo per ideologia (questa, di ideologia, oltre le apparenze non ne ha). In Italia di centrali nucleari di nuova generazione ancora non si parla in senso compiuto; il paese, già indebitato per oltre il 152 per cento del PIL, con le famiglie che a causa della galoppata dell’inflazione e dei prezzi dell’energia avranno a fine anno mediamente tremila euro in meno (sostituiti dai 200 euro di Mario Draghi, che però valgono solo per qualcuno: “prendo 30 e ti do’ 2”, uno strano Robin Hood), per ora ha una guida politica che pensa ad altro. Enrico Letta il nucleare, fra le energie del futuro, peraltro non lo vuole, pensa ad altro anche lui. E il refrain che si sente è: ‘poco male, la corrente arriverà. Non stiamo così a terra’. Dato per assodato che invece, a leggere i numeri, e non serve neppure esser tanto specialisti, ci si rende conto che male stiamo per davvero, non è solo la corrente a mancare, mancano anche le batterie.
Uno dei fattori cruciali per la decarbonizzazione (che, dopo la tragedia dell’Ucraina, non si verificherà, ahinoi, nel 2030) e un futuro più sostenibile è la disponibilità di litio. È già dappertutto, è onnipresente, ci circonda, c’è in (quasi) qualsiasi batteria che alimenti (quasi) qualsiasi componente elettronico della miriade di oggetti di tecnologia dei quali non possiamo (vogliamo?) più fare a meno. Le batterie al litio sono fondamentali per alimentare i veicoli elettrici con i quali vorremmo sostituire entro una quindicina d’anni (non accadrà) le nostre autovetture a gasolio e a benzina; e se questo non bastasse, servono anche per le centrali che producono corrente elettrica da fonti rinnovabili. La richiesta, da parte del mercato, di batterie al litio è in costante aumento, ed entro il 2030 dovrebbe più che quintuplicare rispetto a oggi fino a toccare tre, o addirittura quattro secondo alcuni analisti, milioni di tonnellate. Da dove arrivano le batterie? Nel 2021, la parte del leone nella produzione l’ha fatta l’Asia, con un 75 per cento del totale mondiale; l’America però cresce molto rapidamente ed è stata la regione che ha avuto il più grande tasso di sviluppo nella produzione degli ultimi 5 anni. E l’Europa? Beh, se l’Asia fa il 75 per cento e l’America fa quasi tutto il resto – ebbene, non c’è. C’è una miniera di litio in Portogallo, il resto (considerato che dalla Russia non arriva più) viene da lontano: Australia, Cile, Stati Uniti poco. La speranza, per l’Europa, è la Serbia. Con la domanda che cresce di continuo, oggi ci si chiede: il litio che c’è nel mondo basta? Una incapacità, indotta o strutturale, ad estrarre litio a sufficienza ritarderebbe o vanificherebbe gli sforzi dell’Unione Europea verso le fonti Green non nucleari e la trasformazione della sua mobilità in sostenibile. Il litio non è un elemento che manca in natura. Le riserve globali sono stimate in 14 milioni di tonnellate, ed esistono progetti innovativi, già in stato avanzato, che puntano a sostituire la batteria al litio con altro (altri elementi; altri tipi di batterie, altri tipi di processi produttivi più efficienti per le batterie al litio stesse). Una stima più realistica del litio che sarà necessario entro il 2030 potrebbe essere quindi di 1,3 o 1,5 milioni di tonnellate, ben dentro le riserve disponibili e senza far temere troppo per i danni all’ambiente derivanti dalle attività estrattive. Nessun rischio di restare senza litio, quindi; e allora, perché ne parliamo?
Occorre porsi le domande giuste al momento e nel modo giusto, ed oggi rispondere che non c’è nessun rischio di scarsità di litio sarebbe sbagliato. La domanda più giusta dovrebbe essere infatti: siamo in grado, con le infrastrutture che abbiamo e la situazione geopolitica attuale, soprattutto in Europa, di far fronte alle esigenze di litio dell’industria e della popolazione per i prossimi 5 anni? Ed ecco che la risposta a questa domanda sarebbe molto più preoccupante: non avendo investito a sufficienza nella sua capacità di approvvigionamento negli ultimi cinque anni e più, l’Europa rischia infatti, entro il 2027, di ritrovarsi in uno stato di carenza e di forte dipendenza; il collasso potrebbe arrivare anche prima. Ecco perché, se qui da noi non si fa, da altre parti invece (Regno Unito, Cina, Stati Uniti e Messico per fare solo qualche esempio) c’è chi di cercare il litio e di siglare buoni contratti, sviluppando nuove catene del valore, si sta occupando.
In Serbia, che di litio ne ha, la concessione fatta alla società Rio Tinto anglo-australiana per attività di prospezione è stata cancellata fra le polemiche il 21 gennaio, poche settimane prima delle elezioni che hanno riconfermato il premier Aleksandar Vucic. Si è detto e si è scritto che è stata tutta una ripicca verso l’Australia dopo quanto successo a Novak Djokovic, lasciato fuori dal campo degli Australian Open; contro la grande miniera che si sarebbe dovuta realizzare, con avvio produzione nel 2027, vicino alla città di Loznica, però, avevano protestato migliaia di ambientalisti, soprattutto a Belgrado e Novi Sad – ambientalisti poco convinti delle rassicurazioni di Rio Tinto e preoccupati per il fragile ecosistema dell’area. Più facile quindi che la decisione sia stata dovuta a motivazioni politiche interne o scelte strategiche diverse, piuttosto che a Djokovic, tenuti in giusta considerazione i due miliardi e mezzo di dollari d’investimento promessi dalla mega-società mineraria; il governo serbo non desiderava, forse, ritrovarsi in difficoltà con l’opinione pubblica proprio a ridosso delle elezioni. Oggi, rispetto a gennaio, tutto è diverso; Vucic è di nuovo saldamente in sella, e parlare di litio con la Serbia prima che sia troppo tardi per l’Europa, evitando di dimenticare i Balcani Occidentali (come si sta facendo) e spostando un po’ di più la nostra attenzione via da oltreoceano e da nord e dai candidati dell’oggi, per portarla più a sud e di nuovo ai candidati di ieri, forse è ancora possibile.
[r.s.]


