Miramare “nero”: le fortificazioni naziste del 1943-44

11.06.2022 – 07.01 – La dottrina nazista “Blut und Boden” (sangue e suolo) trovò negli ultimi rantoli di vita dell’Impero di Reich espressione nella sfera delle costruzioni belliche: nonostante l’importanza della guerra nell’aria e sul mare, per il nazismo la guerra sulla terra (per la terra?) rivestì un ruolo chiave. Lo stesso concetto dello spazio vitale, del Lebensraum, era connesso a questa visione connessa all’elemento della litosfera, della terra, del sangue. Il filosofo e urbanista Paul Virilio fu il primo a connettere il Blut und Boden con l’epidemia architettonica che imperversò nei territori dominati dal Reich, costellati di un’infinita collezione di bunker e trincee, di casematte e torri antiaeree, di cunicoli e tunnel sempre più addentro alla terra, la “propria” terra.
L’architetto Friedrich Tamms mutuò dalle tecniche utilizzate per le autobahn l’utilizzo pervasivo del cemento armato, perseguendo la costruzione di bunker nazisti definiti “cattedrali dell’artiglieria” dove la forma doveva prevalere sulla praticità e dove “proteggersi era pregare” (chissà cosa ne pensavano i soldati acquartierati!). Se la rimozione dell’ideologia nazista è stata perseguita nell’Europa del secondo dopoguerra con capillare accuratezza, i bunker di Tamms si sono rivelati inamovibili, “resistendo” i tentativi di sradicamento. La seconda generazione degli architetti modernisti e successivamente del brutalismo degli anni Sessanta e Settanta del novecento hanno poi tratto da questi “tumuli”, da questi “sepolcri funerari”, nella definizione di Virilio, i propri modelli. Una conseguenza involontariamente positiva dell’architettura nazista, incongruamente traslata al clima del boom economico.

Il morbo dei bunker non trascurò certo Trieste e il Litorale adriatico, inseriti nella zona di operazioni definita Adriatisches Küstenland, sotto diretto controllo tedesco. I timori di un possibile sbarco alleato incentivarono la costruzione, presso la costa, di bunker, gallerie e batterie contraeree. Trieste, già ricca di rifugi dall’inizio della guerra, si popolò di una vasta collezione di cunicoli e bunker. Il castello e il parco di Miramare, essendo posizionati in una zona altamente strategica, vennero anch’essi muniti di una batteria costiera. Si trattò di un lavoro incompleto, ma imponente: un sistema completo di gallerie e stanze connesso a un gruppo di cannoni.

Il primo rilievo della fortificazione nazista di Miramare risale agli anni del conflitto, ad opera di un reparto militare e paramilitare composto da membri italiani della Commissione Grotte degli anni Quaranta. Successivamente il rilievo e la planimetria della batteria contraerea venne risistemato e pubblicato sull’Annuario del Parco di Miramare del WWF (1975). L’argomento venne poi recuperato nuovamente, con successive esplorazioni, dalla rivista “Progressione” del 1988, ad opera di Pino Guidi.
La fortificazione venne costruita tra il 1943-44 sul lato destro di Viale Miramare, sul fianco di una collina calcarea. Tutt’oggi gli sbocchi delle cannoniere, successivamente murati, sono chiaramente visibili. L’armamento consisteva in una batteria costiera e un paio di pezzi contraerei e costituiva la punta nord occidentale di un sistema costiero che risaliva fino a Salvore.
In linea generale la fortificazione era composta dunque da quattro cannoniere, cioè quattro aperture per i pezzi di artiglieria, collegate tra loro con un sistema di gallerie dalla notevole estensione. Le gallerie, a propria volta, presentavano una serie di stanze adibite a osservatori, magazzini e camerate. Le gallerie erano accessibili attraverso due pozzi di aerazione e due accessi principali.
La galleria dominante, scavata nell’arenaria e rivestita col cemento armato, misura 195 metri di lunghezza e due metri rispettivamente di larghezza e altezza. L’utilizzo del cemento armato ha permesso la sua conservazione, trattenendo i crolli continui della fragile arenaria. Si entra teoricamente dall’ingresso presso la portineria, dopo aver superato il varco di accesso al Parco, giungendo a cinque diramazioni. La prima e le ultime tre conducono alle rispettive cannoniere, la seconda a una sala per il deposito di materiale. Vi sono poi, dalla galleria, una serie di accessi a nove piccole stanze, probabilmente con funzione di magazzino. Vi è inoltre un secondo accesso principale, dietro gli edifici delle scuderie. Il parco presenta inoltre due pozzi di ventilazione, dal quale poter accedere alla galleria: uno di venti metri e l’altro di dodici.
Come tanta architettura bellica, si trattò di costruire per distruggere: le cannoniere non vennero mai coinvolte in uno scontro a fuoco, ma i lavori di fortificazione portarono a eliminare una suggestiva torretta belvedere ottocentesca nota come Pfeifferturm, voluta dallo stesso Massimiliano d’Asburgo.

Fonti: Pino Guidi, Speleourbana: una curiosità appagata, in Progressione, 1988:
https://www.boegan.it/1988/07/gli-ipogei-del-parco-di-miramare/
Paolo Guglia, Armando Halupca, Enrico Halupca, Sotterranei della città di Trieste: catasto illustrato delle cavità artificiali, Trieste, Lint, 2001
Paul Virilio, Bunker Archaeology, New York, Princeton Architectural Press, 1994

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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