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lunedì, 27 Giugno 2022

Guerra in Ucraina, cambio di programma: non parliamone più. Nuovo palinsesto, dopo novembre

31.05.2022 – 08.57 – La Kalush Orchestra, quella del “cappello rosa”, ha convertito il premio ricevuto a Eurovision in denaro (gli organizzatori, come ulteriore gesto di solidarietà, si sono impegnati a sostituirlo con una replica ricordo, in cristallo). L’orchestra ha destinato, cappello compreso (messo all’asta), oltre un milione di Euro in totale alle forze armate ucraine: “musica”, in fondo, può essere anche il sibilo di un missile Tochka (che può essere armato con una bomba nucleare da 100 chilotoni, oltre che con testate a frammentazione), dipende solo da che parte stanno le orecchie che ascoltano (ai civili sbranati dallo shrapnel, che non ha bandiere, potremo pensare più avanti). L’Europa trova un parziale accordo sull’embargo al petrolio (solo quello trasportato via mare) per togliere denaro a Mosca, mentre l’esercito russo trasforma nel frattempo altro denaro (quello italiano, e tanto) in cenere e pezzi di metallo e distrugge i nostri cannoni (ma il Ministero della Difesa smentisce); cala la popolarità di Mario Draghi, e circolano video con soldati di Putin che ridono mostrando le armi occidentali catturate, con tanto di consigli su come migliorarle perché “in fondo non sono un gran che”. Non si sa se siano autentici, visto che il flusso di informazioni indipendenti dall’altro fronte della guerra è assente: nella lotta fra macchine di propaganda, chi abbia vinto lo si potrà valutare solo alla fine. Viktor Orban definisce “irresponsabile” il comportamento dell’Unione Europea (del resto, facile criticare, ma l’Ungheria non ha sbocchi sul mare: da dove potrebbe ricevere le materie prime per produrre energia? E l’oleodotto resta fuori dall’embargo), mentre il pacchetto di nuove sanzioni economiche, nonostante le speranze del presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, arranca – un passo avanti, uno indietro, ma forse ci si arriva. Volodymyr Zelensky esorta l’UE a “non dividersi” (perché non manca ancora molto, a questa divisione, e se dovesse succedere, chissà che ai russi non torni la voglia di riprendere la strada per Kiev) dichiarandosi convinto che Mosca deporrà le armi. E mentre della sorte dell’adesione alla NATO di Finlandia e Svezia, vista la posizione della Turchia, non si sa ancora a sufficienza (né quando, per ora, né come), il presidente Joe Biden dichiara che gli Stati Uniti non forniranno all’Ucraina armi a lungo raggio in grado di colpire la Russia: “ragionevole”, commenta il Cremlino, dopo aver fatto capire quali sarebbero state le conseguenze del farlo e mentre introduce doppio conto e doppia valutazione anche per i pagamenti sul debito estero, interessi compresi, cosicché la Russia, attraverso un interscambio bancario obbligatorio per chi vuol continuare a fare affari, riceverà valuta straniera che convertirà in rubli e verserà rubli che verranno convertiti in euro o in dollari. Al premier olandese Rutte non va bene, ed è senza gas.

Bastano forse queste poche notizie di ieri e di oggi per tracciare abbastanza bene il ritratto di una guerra, la più prevedibile e allo stesso tempo inattesa degli ultimi trent’anni, che ha superato il terzo mese lasciandosi alle spalle qualsiasi piano di pace, alla faccia delle esortazioni a rileggere Norberto Bobbio. Dopo aver spostato di colpo tutti gli equilibri strategici mondiali e aver toccato l’Unione Europea in un modo che avrà profonde implicazioni, questa guerra è entrata in una nuova fase, dominata ora non dalla sconfitta dell’esercito russo sul campo, ma dalla confusione, soprattutto politica, che domina a Occidente, e che peggiorerà. Nei confronti di questa guerra, le opinioni pubbliche europee, che dei giornalisti ormai si fidano poco (chiediamoci perché), sono in realtà piuttosto tiepide, distanti: solidarietà, certo, e una maggioranza (ma non così netta, e non dappertutto) di cittadini favorevoli all’invio di armi, unita però a perplessità, domande, incertezze morali e paura per la crisi economica che arriva. Il 24 febbraio 2022 la Russia ha attaccato l’Ucraina da nord, est e sud, trasformando otto anni di guerra civile nella regione orientale del Donbass, della quale avevamo preferito dimenticarci, in uno scontro aperto, che porta i rischi più gravi per la pace internazionale dal secolo scorso a oggi. Le forze armate russe hanno incontrato una strenua resistenza da parte dell’esercito ucraino, sostenuto in misura senza precedenti da Stati Uniti, Nato e Unione Europea. Questa resistenza, pianificata – lo si è visto dopo i primi giorni – con anticipo e agevolata dalle Intelligence statunitense e britannica (e, su un piano economico, da un sacrificio economico europeo anch’esso senza precedenti), unita a una serie di errori di pianificazione logistica e di valutazione politica, ha forzato Mosca a rimandare, se non abbandonare, i suoi propositi di rovesciare rapidamente il governo di Kiev per riportare l’intera Ucraina nella sua sfera di influenza. Ha anche trasformato un’operazione militare che Vladimir Putin aveva immaginato come chirurgica nell’ennesima guerra per procura, che ricalca piuttosto fedelmente, e tristemente, il modello siriano. In questa nuova ‘proxy war’ si fronteggiano da una parte la Russia (e la Cina e, sotto sotto, India e Brasile, e la Serbia, e altri paesi che non giustificano l’aggressione di Mosca – non si può – ma che un po’ la “comprendono” e un po’ vogliono lasciarla al di fuori della porta di casa), dall’altra l’Unione Europea (con la nota dissonante dell’Ungheria e, ragionando in termini NATO, della Turchia), riconciliatasi (solo su questo tema) con il Regno Unito, per la regia degli Stati Uniti. Se mai c’è stato un conflitto che ha rivelato quanto sia scarsa la capacità di numerosi governi (fra i quali c’è quello italiano, con Luigi Di Maio al timone di un ministero di qualche taglia più grande di quella che era abituato a indossare di solito) di azzeccarci nelle pianificazioni strategiche, è quello in Ucraina.

La Russia ha iniziato già da diverse settimane una nuova fase della guerra; più riflessiva, più attenta e indubbiamente vittoriosa. Alle rapide avanzate si sono sostituite le meno estese manovre a tenaglia (che l’esercito russo ben conosce), con obiettivi più limitati e il consolidamento del territorio poi conquistato; lo scopo, quello di controllare tutto l’est dell’Ucraina (ben oltre quella parte che i separatisti filorussi avevano annesso già dal 2014). Il Cremlino continua a dichiarare come ‘nazista’ il governo di Kiev, e questo può suggerire che gli obiettivi generali del confronto non sono, nella sostanza, cambiati. Le dinamiche sul campo di battaglia sono difficili da interpretare: dall’Ucraina, le notizie di vittorie, ottenute con grandi sacrifici ma certe, di Putin arrivano, poco sorprendentemente, con lentezza (sostenere chi perde e diventa debole, controsenso umano, è sempre difficile). La retorica di diversi leader occidentali è sembrata suggerire, fino ai primi di maggio (prima delle vittorie strategiche russe e di Azovstal), che gli obiettivi, per l’Occidente, si fossero addirittura allargati ben oltre la difesa del paese invaso, e che ci fosse notevole euforia per i successi della resistenza ucraina e certezza di un ribaltamento delle sorti della guerra: l’Europa e gli Stati Uniti, continuando a dire che non ci sarebbe mai stato uno scontro diretto con la Russia a meno che non fosse la Russia stessa a iniziarlo, rafforzavano l’invio di armi pesanti e sempre più denaro, puntando sulla sconfitta, strategica e definitiva, di Mosca e alla riconquista di tutti i territori ucraini perduti dal 2014 (inclusa una ventilata idea di chiedere alla Russia danni di guerra e riparazioni). Questo approccio allo scontro militare non solo non è andato come Boris Johnson si attendeva, ma ha causato enormi rischi, portando Unione Europea e Russia a un passo da una situazione nella quale nessuna delle due fazioni potesse avere spazio di manovra se non l’escalation nucleare. A tre mesi dall’invasione dell’Ucraina, le prospettive di una vittoria decisiva per il Cremlino sono evaporate così come stanno evaporando giorno dopo giorno le idee di riconquista di Kiev che il sostegno bellico ricevuto dall’Occidente ha generato: la Russia, però, pian piano avanza. I russi, nei territori che hanno conquistato, ci resteranno, e la marea del sostegno occidentale non è inarrestabile, si deve ora confrontare con la sostenibilità, con i bilanci delle nazioni, con le legislazioni nazionali ed europee e con quell’opinione pubblica tiepida e divisa a metà che preferisce il silenzio all’espressione di un consenso. La vera sconfitta, nella guerra fra Russia e Ucraina, sembra sempre di più l‘Europa, anche dopo l’accordo sull’embargo a due velocità. A conflitto ormai congelato su quello stesso fronte che Vladimir Putin aveva chiesto in febbraio, senza chiari segnali politici da inviare a entrambe le parti in maniera che sia possibile identificare una via d’uscita dal conflitto (quella che permetta all’Ucraina di conservare il conservabile – di più, purtroppo, non potrà, e si guardi anche da alcuni fra gli amici che dai nemici è sempre più facile difendersi – e a Putin di salvare la faccia), non ci potrà essere sicurezza e stabilità politica per molti anni.

Lo scenario militare più probabile, oggi, è il consolidamento da parte russa di quella fetta di territorio conquistato che permette la comunicazione con la Crimea, e la distruzione, o comunque lo stretto controllo e il blocco, del porto di Odessa, che lascerebbe l’Ucraina isolata; la Russia potrebbe poi continuare indefinitamente a regolare entrata e uscita dal Mar Nero e a bombardare infrastrutture strategiche, e ad annettere via via porzioni di territorio a sud e a est, destabilizzando sempre di più il governo di Kiev, già sotto la morsa di una enorme crisi economica. Questo permetterebbe a Putin di dichiararsi “vincitore” del conflitto (virgolettato d’obbligo), ignorando qualsiasi eventuale dissenso a casa propria. Il passo successivo, dopo l’innescarsi della crisi mondiale del cibo, potrebbe essere la proposta di un cessate il fuoco, unito, cosa che sotto sotto qualcuno ha già iniziato a fare, alla richiesta di allentare le sanzioni alla Russia: sono attualmente stese in modo tale da colpire certamente le capacità militari, ma gravano anche, e molto, sui sistemi paese e sul cittadino comune, e possono quindi essere ripensate. Una richiesta che l’Europa respingerà, ma non per sempre, essendo anch’essa a rischio recessione (in realtà, essendoci già entrata); l’Ucraina rimarrà un mattone fondamentale nelle discussioni sulla sicurezza dell’Europa per molti anni, e un accordo finale senza una forte base politica non potrà che essere precario, vista la necessità dell’Unione Europea di continuare anche in futuro a costruire deterrente per evitare il riaccendersi del conflitto, investendo ingenti risorse. Fra un anno, la coesione fra gli stati europei sarà più fragile, e il peso dei rifugiati ucraini e degli immigrati dai paesi africani in crisi alimentare fortissimo; sufficientemente forte da portare l’Unione Europea (con una Germania che appare in svantaggio, lo farà forse, quietamente, la Francia di Emmanuel Macron, magari con il supporto informale della Cina) a spingere Kiev, che ora rifiuta qualsiasi ipotesi di trattativa, a una pace con la Russia (sostanziosamente finanziata con capitali europei, senza i quali la ricostruzione è impossibile). E se i Repubblicani, negli Stati Uniti, dovessero vincere le elezioni del Midterm, che cadono a novembre di quest’anno, questo processo che può portare a un tavolo di pace potrebbe subire un’accelerazione. La guerra in Ucraina si porta per sempre via il sogno d’Europa degli anni Novanta, quel sogno di serenità del dopo Muro, e lascia un’Europa più povera, più debole e che deve cambiare: così com’è, non ha più un’anima. Prima di novembre, parlare ancora del conflitto fra Russia e Ucraina, al di là di una scarna, e quotidiana, cronaca delle vittime, purtroppo avrà poco senso; lo si rifarà dopo aver visto il nuovo palinsesto.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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