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sabato, 28 Maggio 2022

Alta volatilità sulle borse, la Fed conferma la stretta. In rialzo tassi e petrolio

10.05.2022 – 08.30 – L’avvertimento lanciato dal mercato in chiusura della scorsa ottava (con gli indici americani affossati in un vero e proprio ‘venerdì nero’) aveva già evidenziato come il contesto generale rimanga particolarmente fragile e soggetto a forti scossoni di volatilità. Il ritorno sui minimi registrati tra febbraio e marzo da parte dell’S&P 500 (area 4.100-4.200) nelle ultime sedute, ha visto, tuttavia, anche tentativi di reazione da parte del mercato americano, con un andamento settimanale fortemente caratterizzato prima dall’attesa del meeting della Federal Reserve e poi dalla reazione degli operatori allo stesso. È possibile dire con ragionevolezza che è il binomio banche centrali/prospettive macroeconomiche ad essere il driver principale che guida l’attuale contesto di mercato, anche se la continuazione del conflitto bellico in Ucraina si conferma sempre come un elemento di primaria importanza, per gli effetti su tassi, indicatori macro e rischi geopolitici. Il 2022 rimane molto ostico per gli investitori, che si ritrovano ad affrontare una serie di rischi concomitanti (quello relativo al Covid, Cina esclusa, pare essere uscito dai ‘radar’ degli investitori).

L’escursione settimanale dell’indice S&P 500 va dai 4.062 punti di martedì (minimo) fino a quota 4.307 (massimo): valori che danno l’idea di un’ottava in cui l’indice è passato dalla debolezza iniziale all’euforia del rimbalzo post meeting Fed, per poi far registrare di nuovo un ‘giovedì nero’ con perdite fino al 5% degli indici. Cambi di rotta dettati soprattutto dalle reazioni alle decisioni della Federal Reserve e alle parole del Presidente Powell. La decisione della banca centrale americana, che ha optato per un aumento dei tassi di interesse dello 0,50%, come da attese di mercato, ha in una prima battuta portato quest’ultimo a vedere il bicchiere come ‘mezzo pieno’, di fatto ponendo la propria fiducia nel raggiungimento degli obiettivi da parte della Federal Reserve. Una missione, quella di Powell, che è a tutti gli effetti una strettoia ma intrapresa con moderato ottimismo: riuscire a recuperare e mantenere la stabilità dei prezzi senza provocare una recessione. Il Presidente della Fed pone la propria fiducia sul fatto che l’economia è sostanzialmente forte e che il segno meno del PIL del primo trimestre è stato però caratterizzato da una componente consumi ancora sostenuta. Per questo motivo, Powell ha dato l’impressione di una FED attenta e che cercherà l’equilibrio tra scelte comunque difficili.

Il buonumore del rimbalzo, però, è durato molto poco: il recupero temporaneo (dovuto ad un posizionamento della Fed meno restrittivo del previsto e alle conseguenti ‘ricoperture’ tecniche) ha lasciato il posto a nuovi pesanti ribassi, causati anche dalla lettura dei dati macro in uscita. La caduta dei dati della produttività ed il contestuale rialzo del costo del lavoro sono elementi che rendono complicato il compito della Fed e rischiano di impattare, assieme alla crescita del costo delle materie prime, sugli utili aziendali, aspetto finora quasi trascurato da Wall Street, visto che le stime di crescita per il 2022 sono ancora più che positive.

L’aumento dei tassi ha quindi prodotto un tracollo in particolare dei segmenti della tecnologia, ma l’ondata è stata decisamente generalizzata. Il saldo settimanale vede un S&P 500 e un Nasdaq 100 in calo fino all’1%, con una configurazione tecnica debole e vicina a supporti tecnici critici per la tenuta dei due indici. Inevitabile osservare che rimangono ben presenti i rischi di un ulteriore degradamento del quadro tecnico delle borse. In netto calo anche l’Europa (tra il 3%-4%) e gli emergenti, con l’Asia ancora più pesante. Tra i settori: bene l’energy e in genere i comparti value mentre tutto l’ambiente ‘growth’ ha mostrato debolezza. L’indice Vix (volatilità) si mantiene su livelli elevati, a conferma della tensione ancora presente sui mercati.

Mercato delle materie prime: In ambito materie prime, si comincia a notare qualche differenziazione tra i comparti, con ripercussioni derivanti dalle tematiche sopra esposte per l’equity. Deboli i metalli industriali, mentre il comparto energia pare essere quello più in tono, assieme, se pur in misure minore, alle materie prime agricole. Petrolio a 110$ (+4,9%), Oro a 1.880 (-0,7%).

Mercato obbligazionario: Se Sparta (l’equity) piange, nemmeno Atene (l’obbligazionario) può vantare un quadro generale roseo. E i drawdown (discesa dai massimi), infatti, non sono nemmeno particolarmente diversi, in un gioco simmetrico che comunque finisce sempre per non arridere all’investitore finale. Se nell’equity, infatti, i segmenti della tecnologia, evidenziano discese annuali del 20%, al pari le lunghe scadenze obbligazionarie (10+) hanno ormai raggiunto la stessa correzione, specie per il governativo americano. E i principali listini (S&P 500, Eurostoxx 50, Emergenti) sono nell’intorno medio del -12%/-13%, percentuali di ribasso a cui si stanno avvicinando (o lo sono già) anche governativi a scadenza medio lunga, corporate investment grade, high yield e paesi emergenti. Insomma, ‘no place to hide’ per gli investitori, che in più, non hanno più nell’asset class obbligazionaria, quel porto sicuro che faceva da bilanciere nei portafogli, calmierando quelle che erano le dinamiche negative presenti sulle borse azionarie nei periodi di volatilità.

La ‘colpa’ è del movimento all’unisono delle banche centrali, che, in una sorta di cambio di look stagionale, sono passate dall’essere le migliori allenate dei listini ad elemento di instabilità. Il Presidente della Fed Powell è stato chiaro: siamo disposti a sacrificare la crescita (magari con un po’ di disoccupazione in più) pur di riportare i livelli dei prezzi a valori più congrui. E se la capofila delle banche centrali, la Fed, si pone in un percorso non solo di restrizione monetaria ma addirittura di dimagrimento dei propri bilanci, poi questo diventa un leitmotiv anche per gli altri policy makers mondiali. In questo meeting di inizio maggio, il FOMC ha approvato di portare i tassi di interesse nella forchetta tra lo 0,75% e l’1%, il primo aumento di questa entità dal 2000. E le misure ulteriori previste vedono un altro 0,50% a giugno e a luglio, per poi proseguire con intensità simile anche a settembre e dicembre, momento finale in cui si dovrebbe centrare l’obiettivo attorno al 3%, valore intorno al quale ruota il noto ‘tasso neutrale’ della Fed. Dal primo giugno, secondo il direttorio della Fed, ci sarà l’avvio della progressiva riduzione del bilancio, mediante parziale non rinnovo degli stock accumulati negli anni scorsi.

Diventa quindi piuttosto evidente come questa politica non faccia altro che prosciugare l’enorme mole di liquidità immessa nei mercati nell’epoca pre e post Covid, con pochi paracadute per l’azionario (assenza della famosa ‘Fed Put’ di intervento quando i listini segnalano tensioni sul fronte della crescita economica/utili) e per l’obbligazionario. Siamo ben lontani da quella Goldilocks economy che rappresentava l’ambiente ideale per gli investitori, ossia bassa inflazione, crescita soddisfacente e mercato del lavoro in equilibrio. Ora ci si confronta con inflazione crescente, utili instabili e tensioni sul fronte dei salari. Se questo ostacolerà troppo l’economia lo sapremo tra qualche mese, con sullo sfondo un conflitto bellico che non agevola di certo il perseguimento dei percorsi desiderati dai policy makers. A meno di pensare che la recessione (e un po’ di disoccupazione in più) non sia volutamente il mezzo scelto per ‘sistemare’ il problema dell’alta inflazione.

Il decennale USA, nell’ottava appena conclusa, ha varcato quota 3% e simmetricamente il Bund ha bucato area 1%. Con i rendimenti in volata, vanno a incrementarsi anche i tassi reali (in USA a quota 0,27%, con ripercussioni sia sull’equity che sui bond). Soffrono ancora quindi i governativi, ma anche il corporate (IG e HY): per tutti questi seguenti si fa sensibile l’aumento dei credit spread, con una maggiore percezione di ‘rischio’ legato all’economia. L’aumento dei tassi reali danneggia anche le esposizione inflation-linked.

Mercato delle valute: Per quanto riguarda i cross valutari, rimane forte il Dollaro USA che ha visto valori infrasettimanali anche sotto quota 1,05, già di per sé sintomatica della forza del biglietto verde. Continua la scalata del Rublo: la valuta di Mosca è ora tra le best performer del 2022. Il clima da risk off danneggia le cripto: discese per il Bitcoin che torna

[di Dott. Alessandro Pazzaglia, Consulente Finanziario Indipendente, iscritto all’Albo delibera. 1081 del 18/04/2019. Info mail [email protected] Articolo da Pordenoneoggi.it]

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