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lunedì, 4 Luglio 2022

1914: quando il fiore della gioventù triestina morì a Leopoli

12.03.2022 – 07.01 – È notizia di qualche giorno che la Polonia è al lavoro per ripristinare la ferrovia che, un secolo e mezzo addietro, connetteva la città di Leopoli, nell’attuale Ucraina, con la capitale dell’Austria, Vienna. Binari che innervavano un impero multinazionale, quello austroungarico; e che svolsero un ruolo chiave nel trasporto delle truppe dirette a combattere un altro impero, quello zarista. Oggigiorno la tratta ferroviaria, accantonata decenni orsono per le divisioni nazionali, ritorna provvidenziale per il trasporto dei profughi ucraini in fuga dai soldati russi. Nomi quali Leopoli e Przsemyl potrebbero infatti suonare oggigiorno stranieri, astrusi: ma un secolo addietro, durante la Prima Guerra Mondiale, rappresentavano il confine orientale dei possedimenti asburgici. Proprio la Galizia, quale moltitudine di etnie e religioni, rappresentava il crogiolo dove sperimentare le teorie austro-ungariche sulla tutela di lingue e nazioni. Questi territori, nonostante si qualificassero come tra i più poveri dell’Austria-Ungheria, conobbero a inizio ‘900 un notevole sviluppo industriale, connesso ai giacimenti di petrolio, tali da definirla la “Baku polacca“. Il petrolio trovava poi a Trieste, nella forma della Raffineria Triestina di Olii Minerali, uno dei suoi principali punti di lavorazione.

Questo legame s’intensificò quando, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, proprio la Galizia divenne terreno di scontro tra le truppe russe e austroungariche, molte delle quali di origine triestina. Col “berretto in fiori” di tradizione slovena e carichi di entusiasmo per una guerra che si prospettava breve, migliaia di triestini, friulani e istriani salirono nell’estate 1914 sui treni diretti verso il fronte orientale, inseriti nei tanti reggimenti k.u.k (imperiali e regi). I triestini venivano arruolati per la k.u.k. Kriegsmarine (imperiale e regia marina) della quale la città era il distretto principale; una percentuale, come altrove, per gli specialisti, cioè l’artiglieria, la cavalleria, le truppe tecniche; per il battaglione Cacciatori n. 20 il quale pure aveva a Trieste il distretto complementare; per l’87º reggimento di stanza a Pola; per il 47º di stanza a Graz, ma con sede a Gorizia. Pertanto non esisteva solo il 97º reggimento di fanteriaFreiherr von Waldstatten” che risulta solitamente l’unico menzionato quando si scrive di triestini combattenti per l’Austria durante la prima guerra mondiale. Certamente per i triestini (e per gli istriani) che parlassero italiano e per gli sloveni del Carso il 97º rappresentava il reggimento principale; ma non era l’unico.

Dopo aver ricevuto un breve addestramento presso Pola o nella Stiria e Carniola, i coscritti triestini, la cui età andava dai 20 ai 42 anni, indossavano l’uniforme conosciuta col nomignolo di “divisa della morte” e venivano “invagonati” sulle carrozze dirette verso il fronte orientale. Il percorso ripercorreva quegli stessi binari che ora faticosamente si tenta di ricostruire; si procedeva attraverso la pianura ungherese, con una sosta a Budapest o in uno dei paesi satelliti; poi agli occhi dei coscritti affioravano dalle nuvole le montagne dei Carpazi; e si varcava il confine con la Galizia. I resoconti dei coscritti triestini descrivono con piglio pittorico le moltitudini contadine dei ruteni, la cosiddetta nazione senza storia; così come la continua presenza delle comunità ebraiche, attive anche in tempi di conflitto nell’arte del commercio e del baratto.
Il 97º, prima di raggiungere la linea del fronte, sostava proprio a Leopoli: la città, allora come adesso, era pertanto l’ultimo bastione di tranquillità, l’ultimo rifugio (anche) diplomatico prima di giungere a contatto con le trincee nemiche. Qui a Leopoli i triestini sostavano qualche giorno per rifocillarsi e per la disinfezione delle uniformi. I soldati del 97º ammiravano la bellezza della città, caratteristicamente europea nello spirito: dai teatri nello stile della Secessione Viennese, alla stazione ferroviaria sul modello di Vienna, al centro urbano moderno e arioso. Lo studioso Sergio Ranchi riporta, a questo proposito, l’opinione di un soldato fiumano del 97º, Antonio Danielis:

Nel mese di luglio mi spediscono in Galizia, il battesimo del fuoco lo ho avuto sulle rive del Dniester e poi continua la storia Zalesciki, Sadagora, Svniaki, Orodenca, Cernoviz […] Paesi che sono vicini ai fiumi Dniester, Pur, Seret […] La maggior parte delle case dei paesi Galiziani era costruita con sterco di vacca e argilla, e con il tetto di paglia, fatto dalla popolazione s’intende sempre dei paesi rurali abitati in prevalenza da contadini. Leopoli, Cernoviz grandi città con magnifiche costruzioni, nulla hanno da invidiare alle nostre città. Zalesciki e Orodenca stazioni balneari sul Dniester, alberghi magnifichi e posti di villeggiatura, ma nel periodo che sono stato io erano disabitati.

La partenza del 97 reggimento, in Archivio fotografico Irsml FVG, Trieste, dall’Atlante della Grande Guerra

Ma qual era la storia del 97º? Il reggimento triestino è stato utilizzato, dal primo dopoguerra in poi, come strumento ideologico nelle diatribe sul ruolo dei combattenti triestini. Lo stereotipo recita che il 97º, oltre a essere l’unico reggimento triestino, era popolato di coscritti ansiosi di fuggire alla prima occasione; i quali volontariamente correvano tra le braccia dei russi e il cui stesso motto “Demoghela” comunicava efficacemente una patriottica codardia. In realtà, senza negare le diserzioni e il crescente clima di sfiducia che caratterizzarono i reggimenti austroungarici sul fronte orientale (i soldati cechi e boemi, ad esempio, disertavano tanto e più dei confratelli triestini), la leggenda del “Demoghela” è stata smentita nel 1980, quando venne rinvenuto negli archivi a Vienna il cosiddetto “Memoriale Brosch“, risalente a sua volta al 1955. Il memoriale ricostruisce la storia del reggimento dalla prospettiva di uno dei suoi membri, il maggior generale Artur Brosch. Specificatamente il testo verte sulla protesta del corpo ufficiali del 97º contro il generale di cavalleria von Pflanzer-Baltin che ne aveva insultato l’onore. È a partire da questo genere di critiche, venate di tedescofilia e miranti a creare un alone di vigliaccheria intorno al reggimento, che nacque la leggenda del “demoghela”, qui smentito da uno dei suoi stessi ufficiali. La leggenda della codardia dei triestini, declinata in chiave anti-austriaca, era stata d’altronde messa in dubbio già da una parte dell’irredentismo triestino. Un patriota di ferro quale Silvio Benco osservò nel diario “Ultimi anni della dominazione austriaca a Trieste” che “il reggimento triestino, prima di cedere, si era tenuto al fuoco con valore; di che poi si ebbe conferma nella citazione del 97º all’ordine del giorno”.
L’espressione “demoghela” a sua volta deriva da una canzone triestina, spesso additata quale fonte autorevole; eppure si dimentica che il soldato descritto nei versi citati, Pietro Scoria, aveva anch’esso militato tra i reggimenti k.u.k. Egli “non era un cattivo soldato; aveva anzi dimostrato un notevole coraggio, al fronte russo s’era guadagnato due medaglie al valore, una delle quali per aver fatto saltare un ponte sotto gli occhi del nemico avanzante”.
Questo valore verrà dimostrato proprio in quella Leopoli “sul fronte”, allora come adesso: e col primo “grande macello” che connotò il conflitto mondiale.

Il 97º pertanto, trasportato via treno, giunse in Galizia dove venne incorporato quale parte del III corpo d’armata presso Zydaczow; di lì venne obbligato a una faticosa marcia attraverso la provincia, giungendo il 26 agosto 1914 durante i disperati combattimenti a oriente di Leopoli. Il feldmaresciallo austroungarico Franz Conrad von Hötzendorf aveva sottovalutato il “rullo compressore russo”, drammaticamente sottostimato la fanteria di massa dei mugiki: e il 97º, come tanti altri, venne lanciato all’attacco contro forze numericamente superiori. Il memoriale Brosch scrive il reggimento andò all’attaccocome in una piazza d’armi, e come a tutti ben noto, venne presto arrestato su tutta la linea“. Silvio Benco scrisse che “voci oscure asserivano doversi considerare perduto il 75 percento del reggimento. Più tardi molti si seppero feriti non gravemente, molti prigionieri dei russi”.
Si trattò di uno dei tanti massacri dei primi mesi di guerra, prima che ci si trincerasse: a livello generale la prima battaglia di Leopoli comportò per l’Austria la perdita di oltre 250mila soldati, con la perdita di 2600 ufficiali e 117000 uomini di truppa prigionieri.
Il comandante del 97º, nel tardo pomeriggio, impazzì (“un completo collasso di nervi”) e venne destituito e trasportato via in barella. Col calare della notte e l’inizio di una ritirata che non era stata programmata per non danneggiare il morale delle truppe, il reggimento iniziò a disgregarsi. Col quadro ufficiali in larga parte sterminato, fu l’aiutante di reggimento cioè il capitano Renelt a evitare che il 97º venisse annientato: gravemente ferito alla spalla raccolse intorno a sé i soldati triestini.
La situazione sprofondò nel caos nella mattina del giorno successivo, quando presso Gliniany, sulla strada per Leopoli, la colonna di truppe e autovetture in fuga causò un gigantesco ingorgo. Il panico scorreva inarrestabile tra ufficiali e truppe, lo sguardo ansioso volgeva verso le nuvole di fumo all’orizzonte, preludio delle truppe russe all’inseguimento. Brosch descrive con efficacia il caos prodotto da autovetture rovesciate, soldati che mollavano nel fosso fucili e zaini, artiglierie che procedevano lentamente, mentre dietro di loro le auto degli alti comandi strombazzavano per farsi largo.
“Tutti – ricorda Brosch – volevano mantenere la disciplina con le pistole alla mano, si urlava più fortemente provocando così una confusione anche maggiore. Truppe sbandate di tutti i reggimenti e tra queste molti del reggimento 97º che cercavano di ritirarsi, bande reggimentali che gettavano i loro grandi tamburi e tromboni nei fossi stradali: questo era il quadro di una battaglia perduta“.

Quanto sopravviveva del reggimento, due giorni dopo (29 agosto 1914), venne lanciato demoralizzato ed esausto contro le linee russe: e qui i soldati si rivoltarono, tentando la fuga. Il maggiore Giraldi ordinò la fucilazione di uno dei due disertori; e il tenente Krainovich uccise personalmente due o tre fuggitivi; man mano che l’insensato attacco falliva, si moltiplicarono le esecuzioni sommarie.
Dopo aver così riacquistato il necessario sangue freddo, il 97º venne nuovamente schierato durante la seconda battaglia di Leopoli, accusando nuovamente perdite molto elevate. Complessivamente il reggimento perse in Galizia 1000 uomini tra morti e feriti, 70 sottoufficiali, 5 ufficiali gravemente feriti, 8 ufficiali morti e persino 1 comandante di battaglione. L’elevatissimo numero di ufficiali caduti in combattimento denota il punto di forza delle truppe asburgiche e nel contempo la resilienza del 97º, capace di volta in volta di rischierarsi per il combattimento grazie alla tenacia dei suoi quadri intermedi. Sarà a partire da questi massacri e dalle accuse di viltà per le fucilazioni che si erano rese necessarie durante la ritirata dalle truppe russe che si creò la leggenda del “demoghela”, di un reggimento voltagabbana e pauroso. In realtà il tributo stesso di morti e feriti pagato dal 97º e dunque dai triestini stessi sconfessa quest’accusa, dimostrando come si fosse esposto sulla linea del fuoco, fino alla (quasi) totale distruzione.

Fonti: Sui campi di Galizia, 1914-1917: gli italiani d’Austria e il fronte orientale: uomini popoli culture nella guerra europea, a cura di Gianluigi Fiat, Rovereto, Materiali di lavoro, Museo storico italiano della guerra, 1997
Memoriale Brosch, in “La Bora“, anno III, Trieste, 1979

[z.s.]

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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