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sabato, 3 Dicembre 2022

La sofferenza dei primi amori. Come aiutare i figli? Telemaco risponde

19.01.2021 – 09.20 – Tutti abbiamo delle domande difficili, scomode da articolare, questioni che non sappiamo a chi porre, che non riusciamo a dire.
Telemaco risponde” è uno spazio in cui poterle mettere in parola, anonimamente, ricevendo una risposta cucita su misura.
È possibile contattare Telemaco Trieste, associazione formata da psicologhe e psicoterapeute che si occupa della clinica dell’infanzia e dell’adolescenza, all’indirizzo: [email protected].
Domanda: Buongiorno, mi chiamo V. e ho una figlia di 16 anni. Vi scrivo perché da qualche tempo sono preoccupata per lei. G. infatti qualche settimana fa è stata lasciata dal suo primo fidanzato. Non so molto rispetto a cosa sia accaduto perché si rifiuta di parlarmene. Questo mi causa molto dolore perché fino a poco tempo fa mi sentivo la sua più grande confidente e la spalla su cui piangere quando qualcosa del mondo la faceva soffrire. Adesso non è più così e posso capirne le ragioni, per quanto mi faccia soffrire. Però ogni sera la sento piangere chiusa nella sua camera, quando le chiedo di parlare non vuole aprirmi e a me si spezza il cuore nel saperla così e non trovare un modo per esserle di sollievo. Cosa posso fare?
Risponde Elena Paviotti di Telemaco Trieste: Buongiorno V. la ringraziamo per la sua domanda che tocca punti importanti e complessi: la genitorialità, l’adolescenza e l’amore. Partiamo dunque dal primo punto, quello che la riguarda in prima persona. Il mestiere del genitore è in assoluto il più difficile al mondo. Quando nasce un figlio nasce anche una madre e un padre ed il percorso di crescita avviene insieme. Non s’impara mai ad essere genitore una volta per tutte e non s’impara mai ad essere un perfetto genitore. Il figlio ci impone con il suo stesso esistere e con le sue trasformazioni di cambiare continuamente e di modellarci ed in questo gli errori e gli inciampi sono inevitabili. L’incastro tra sé e un figlio non può né deve essere perfetto.
La sfida più dura per un genitore, evolutivamente parlando, è proprio l’adolescenza, non è una sorpresa. In questa fase si deve infatti affrontare un lutto da ambo due i lati: quello del bambino. I genitori devono confrontarsi infatti con la perdita del proprio figlio-bambino, ma altresì l’adolescente deve poter rinunciare a quella posizione speciale e irripetibile di cura e amore che soltanto lo statuto di infante regala. Si tratta per forza di un percorso doloroso, nostalgico e ricco di cadute. Bisogna costruire quasi da zero una sorta di nuova conoscenza reciproca, un modo di comunicare e di relazionarsi che tenga conto delle trasformazioni soggettive e di vita del non-più-bambino.
Spesso si crede erroneamente che sia difficile soltanto per i poveri genitori che si devono confrontare con quell’alieno che abita in casa loro, che si oppone, trasgredisce, si arrabbia e pare fregarsene dell’autorità genitoriale. È ovvio che non è così, basti pensare a quanto sia frequente rimpiangere l’epoca di vita in cui eravamo bambini. Diventare grandi è una sfida complessa e lo è da sempre, forse oggi ancora di più.
L’adolescenza è proprio l’epoca della vita in cui il soggetto inizia a costruire qualcosa di proprio, al di là di chi gli ha donato la vita, al di là di chi lo ha cresciuto ed amato. I primi amori dell’adolescenza sono quindi un momento di separazione fondamentale: fare un passo fuori da casa, incontrare l’amore in una forma nuova, extra-famigliare, in cui il soggetto si espone in prima persona non soltanto come “amato” ma come “amante”.
Il bambino è per definizione l’oggetto amato: è nelle mani dell’Altro dal principio. È nelle sue parole, nei suoi gesti, nel suo sguardo. Molto di quello che è l’Altro nel suo particolare modo di pensarci ci definisce e ci permette nel bene e nel male di acquisire un senso, un posto nel mondo attraverso cui muoversi e orientarsi nel legame. L’adolescente inizia invece a pretendere uno statuto diverso: quello di soggetto a pieno titolo. Un soggetto che dunque sceglie, perde, guadagna, soffre, gioisce nonostante i genitori. Un soggetto implicato nella vita non soltanto come figlio, ma come persona responsabile del corso degli eventi e del proprio desiderio. Abbandonare la posizione infantile è quindi anche la perdita di una certezza illusoria che accompagna i bambini. Smettere di credere in Babbo Natale, smettere di credere che la vita non implichi per forza di cose la morte, smettere di credere che possiamo evitare di soffrire.
Gli amori adolescenti, i primi amori, per quanto fugaci, soltanto immaginati, non ricambiati, sbagliati, hanno la dignità di segnare uno spartiacque profondo. Non è infatti soltanto un legame tra i tanti che si susseguiranno nella vita: sono i primi tentativi di capire se possiamo amare ed essere amati anche al di là del nostro essere figli. Il primo incontro con l’abbandono, con il senso di inadeguatezza, con il rifiuto, porta con sé anche molto del lutto dell’infanzia ed è per questo che accade che per i ragazzi tali eventi assumano il carattere della devastazione profonda. D’altronde lo sappiamo bene anche noi adulti: l’amore, nel suo funzionare o meno, ci implica sempre come esseri con una storia alle spalle. Ogni relazione racconta anche del nostro passato, nelle scelte che facciamo, nelle dinamiche che rincorriamo, nelle reazioni che abbiamo.
L’amore quindi per un adolescente è sempre un salto nel vuoto, in cui il paracadute non si sa dove sia finito quando le cose non vanno come ci immaginiamo e volte ci si sente sfracellati al suolo.
Lei è attenta a sua figlia, la vede, la cerca e la pensa, anche quando quella porta non può aprirsi. La presenza, se delicata e non invadente rispetto alla necessità di silenzio e separazione che in questo momento sua figlia desidera, vale molto di più di qualsiasi porta sfondata.
Come genitori vorremmo proteggere da ogni male i nostri figli ma sappiamo che non è possibile. Possiamo aiutarli a camminare da piccoli, evitando gli inciampi, ma prima o poi accade che cadano. D’altronde se non gli lasciassimo mai la mano non imparerebbero a farlo. Se non gli lasciassimo mai lo spazio per parlare, non imparerebbero nemmeno a dire.
Ed è così per tutta la vita: un genitore deve ahimè fare i conti non soltanto con la propria inaggirabile sofferenza ma anche con quella di chi ha messo al mondo. Se poi il dolore è troppo profondo ci sono degli spazi dove poterne dire, elaborando e trasformando così quel soffrire in un sapere nuovo, su di sé e sull’altro. Sia come genitori che come figli. Lo scopo di un percorso analitico è in fondo questo: aiutare chi lo desidera a fare i conti con la propria sofferenza, sostenendo la possibilità di amare  e l’incontro (scontro), mai semplice, con l’inedito della vita e le sue continue sfide.

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