L’innovazione scientifica in ambito umanitario: oltre a schemi e formule

08.12.2021 – 07.00 – “L’ekicholon è uno strumento di innovazione medica!”, esclama Nicola Cocco prendendo tra le mani quello sgabellino di legno. Detta così, sembra quasi una barzelletta. Si tratta di un oggetto niente affatto pretenzioso, una piccola sella incollata su un gambo di legno. Eppure, quando si tratta di interfacciarsi con le autorità nelle remote comunità del Congo o dell’Uganda, quello sgabellino è fondamentale, è un simbolo di dialogo, di confronto con la sede del potere e di coinvolgimento nelle decisioni importanti. Nicola ha seduto varie volte su quello strumento, per sottoporre progetti di cura e di supporto in Africa; e in groppa a quello sgabellino ha ottenuto il permesso di procedere: gonfiare un tendone e farne un ospedale da campo, o un hub per l’autotest dell’HIV.

Quando si parla di innovazione scientifica in ambito umanitario, non si possono considerare soltanto schemi, formule e materiali all’avanguardia. Innovare significa anche studiare il territorio, considerare i bisogni delle popolazioni e valutare come gli interventi si innesterebbero su una cultura diversa. È la lezione imparata da Giulia Baldissera, ingegnera logista, e Nicola Cocco, infettivologo, entrambi lavoratori a tempo pieno per Medici senza Frontiere. Quest’oggi sono stati invitati a Trieste dalla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati per trattare l’innovazione nella logistica di Medici Senza Frontiere.

Un ekicholon © National Museum of Kenya

Nicola Cocco ci parla con entusiasmo, ma nei suoi occhi si percepisce la lunga esperienza in regioni difficili, dove l’intervento dei medici giunge nel momento delle emergenze – una guerra, un’epidemia, un disastro – e le difficoltà politiche lo ha costretto spesso a evacuare i suoi poveri accampamenti. Complice una lunga esperienza e un costante confronto tra i team sparpagliati nel mondo, la logistica di Medici Senza Frontiere ha fatto passi da gigante negli ultimi vent’anni: Giulia parla dei mast, camion che contengono unità chirurgiche mobili; se si parte  con un team di persone addestrate, è possibile che un ospedale gonfiabile venga approntato tra le 12 e le 24 ore, con tanto di sala operatoria, terapia intensiva, sala di sanificazione degli strumenti medici e tutto quanto serve alle operazioni chirurgiche. “Non è confortevole come un ospedale europeo”, osserva, “ma è un salvavita in territori senza mezzi”. E poi zanzariere, insetticidi: in larghe aree dell’Africa si muore ancora molto di malaria. Il problema è sistematico, al punto che nell’organizzazione ci sono vere e proprie figure specializzate nella sanificazione dell’acqua: Giulia è una di queste. Si occupa di processi che possono ridurre la presenza di zanzare nelle umide terre africane: fumigazione, depurazione e così via.

La missione di Nicola è ancora diversa: da infettivologo, è stato mandato nella Repubblica Centro Africana. Qui l’HIV è una malattia ancora ampiamente diffusa: in questo ambito, l’OMS si era già posta una sfida ambiziosa, il cosiddetto “target del 90-90-90”: trovare il 90% dei sieropositivi, sottoporre il 90% di questi a terapia con soppressione retrovirale, e infine raggiungere la soppressione della malattia nel 90% di questo gruppo di persone sotto terapia. L’obiettivo di Nicola era sottoporre le popolazioni locali a un autotest salivare per la rilevazione dell’HIV. Qui le difficoltà sono state molte, e non hanno riguardato soltanto l’attendibilità del test: hanno scoperto che se una donna risultava sieropositiva, rivelarlo al coniuge poteva rompere l’intero nucleo familiare. Come si opera in realtà in cui l’HIV non è solo una malattia ampiamente diffusa, ma anche una questione socialmente stigmatizzata?

© Médicins Sans Frontières

I progetti di Medici Senza Frontiere sono ambiziosi, ma spesso per essere effettivi occorre sondare il territorio, interagire con i locali, confrontarsi con le sensibilità e la cultura dei locali. Affinché l’aiuto umanitario non diventi una forma neocoloniale insensibile alle necessità profonde delle comunità, occorre una forma di ascolto profondo di tutto quello che giace al di sotto della mera emergenza.

Alla fine della chiacchierata, Nicola parla dell’ospedale progettato da Renzo Piano a Entebbe, in Uganda. Tutto in materiali locali, con tetti di pannelli solari, un piccolo gioiello di ecologia e di attenzione al territorio. Una Cattedrale nel deserto”, dice sorridendo. “Eppure, in Uganda ci sono 4 chirurghi pediatrici per 45 milioni di abitanti e una mortalità infantile sotto i 5 anni: questo è il deserto. Prima di costruire Cattedrali, bisogna conoscere molto bene il deserto”.
Dovrebbe essere il primo passo di un aiuto umanitario che prova ad approfondire le ragioni di un disastro e a proporre soluzioni radicali, per estirpare i problemi. Eppure non è affatto facile”, commenta Nicola. “Tutte queste riflessioni, perdono di consistenza di fronte alla necessità di salvare vite, che è tanto importante per noi quanto per i donatori, a tutti i livelli.”

[r.m]

 

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