Zara e la creatura

05.12.2021 – 09.00 – Era una semplice casetta di legno, dal tetto a spiovente, situata sulla riva del lago di Log.
Appena la vide, Zara, una ragazza di venticinque anni, dai corti capelli a caschetto e gli occhi di un nocciola profondo, fece spallucce. Jure Zidaric, suo padre, spinse avanti il carro di legno che trasportava vestiti, qualche piccolo mobile e viveri.
Tatiana, di due anni più giovane di Zara, si sistemò lo zaino in spalla e lo seguì.
A Zara, l’idea di trasferirsi dalla città in quel luogo perduto e così lontano dal mondo civilizzato, non le andava a genio. Tuttavia, non aveva altra scelta.
Lo sfratto era stato esecutivo, i soldi venivano a mancare, e suo padre aveva deciso di ricominciare da un’altra parte. 

Avanzando verso l’abitazione, la ragazza lanciò un’occhiata al vicino lago. Le acque, di un azzurro intenso, riverberavano nella luce del mattino; riflessi dorati si inseguivano tra le increspature dell’acqua e la foresta che lo circondava era immota e silenziosa.
Tutto sommato, un po’ di pace avrebbe solo giovato a tutti e tre, pensò.
La madre di Zara e Tatiana era venuta a mancare durante il parto della seconda genita. Da allora, fu Jure ad accudire e crescere le due; erano le sue stelle, e unica ragione di vita.
L’interno dell’abitazione si rivelò essere confortevole, oltre ogni aspettativa di Zara.

L’indomani mattina, raggi di sole filtravano dall’unica finestra della camera da letto e si posavano sulle gote di Zara in una calda e soffice carezza.
Giunta in cucina, si trovò da sola. Un biglietto del padre, poggiato sul tavolo, la avvisava della sua improvvisa partenza, verso il paese più vicino, per cercare lavoro. Sarebbe rientrato a ora di pranzo.
Zara si avviò verso la stanza della sorella. Sentì un leggero russare oltre la superficie della porta. Decise di non svegliarla. Evidentemente, Tatiana era ancora stanca per il viaggio del giorno precedente.

Così, non sapendo cosa fare, Zara uscì all’aria aperta. E si trovò subito davanti le acque leggermente mosse del lago. Le guardò per qualche secondo, poi i suoi occhi scintillarono, attraversati dal lampo di un’idea.
Si tolse le vesti, facendole scivolare a terra. Si incamminò verso la riva, allungò un piede e lo immerse nell’acqua. Non sembrava particolarmente fredda. Di certo, una bella nuotata le avrebbe solo giovato e, presto, si sarebbe abituata alla sua temperatura.

Zara avanzò, finché l’acqua non iniziò a lambirle i fianchi magri. Allora prese un respiro e si tuffò. Si trovò subito circondata da delle bollicine. Tornò in superficie e iniziò a nuotare, con ampie bracciate, verso il centro del lago. 

Bracciata dopo bracciata, la ragazza raggiunse più o meno la meta prestabilita. Si fermò a riprendere fiato. Si guardò attorno. La foresta era immota. Gli alti alberi, che abbracciavano le sponde, sembravano muti e immobili spettatori. Solamente di tanto in tanto, si poteva avvertire il lontano trillo di un uccello. Zara si girò, puntando verso la riva. 

In quel momento, percepì come uno spostamento d’acqua sotto di sé. Abbassò lo sguardo, ma poté vedere solo le sue gambe sinuose che si muovevano a ritmo. Prima che potesse ripartire, si sentì tirare sott’acqua. Era come se qualcosa l’avesse afferrata per i piedi e la stesse trascinando verso il fondale. 

Prima di poter gridare, sparì tra i flutti.
Ebbe, fin da subito, la sensazione che il suo corpo fosse avvolto da una corrente impetuosa, che la trascinava verso il fondo del lago, ancora invisibile.
Cercò di sbattere le gambe, di muovere le braccia, ma ogni tentativo di risalita sembrava vano. Si guardò attorno, notando solamente nugoli di bolle e bollicine saettarle attorno. Abbassò lo sguardo, cercando di capire cosa la stesse trascinando verso il fondo, ma non vide nulla sotto di sé. Allora, un pensiero fulmineo quanto inquietante le trapassò la mente: un vortice.

Un maledetto vortice.
Zara affondò. Poco a poco, le forze iniziarono ad abbandonarla; braccia e gambe smisero di agitarsi. E la ragazza si sentì pervadere da un profondo torpore. Alzò lo sguardo verso la superficie. Vide i raggi del sole farsi sempre più deboli, fino a sfumare in un riflesso dorato.
Poi, un velo denso, tenebroso, calò sulle sue palpebre. E fu il buio.
Quando riaprì gli occhi, Zara vide la volta immensa di una caverna.
Tossì e vomitò un rivolo d’acqua. Si girò sul fianco e, dopo essersi passata una mano sulla bocca, alzò il busto dal terreno roccioso.
L’umidità stagnante della caverna la fece rabbrividire. Si guardò attorno, sorpresa, sconvolta. 

Facendo vagare lo sguardo intorno, Zara si trovò presto davanti a qualcosa che la fece sussultare dallo spavento. Aveva incrociato due grossi occhi neri, rotondi come palle da biliardo; una testa rotonda, dalla pelle olivastra; un muso schiacciato, con due fenditure che dovevano essere le narici; delle fauci socchiuse, dalle labbra rigonfie e violacee.
Zara iniziò a tremare dal terrore.

La creatura che aveva davanti aveva un corpo tozzo, zampe anteriori e posteriori dalle dita palmate; e una cresta, similare a quella di un tritone, le spuntava dalla spina dorsale e correva lungo tutto il dorso.
La ragazza la guardò con occhi sgranati.
L’essere, dal canto suo, emise un basso gorgoglio gutturale. Poi allungò una zampa verso una gamba di Zara. Lei si ritrasse di colpo, come colpita da un pugno.
La zampa si fermò. Poi, la creatura mosse un passo avanti e aprì l’altra zampa. Un brillare di perle scaturì tra le sue dita olivastre.

Zara guardò senza capire.
La creatura posò le perle sul pavimento della grotta. Poi girò il collo tozzo e guardò verso l’acqua.
Prima che Zara potesse muovere un muscolo, si tuffò e svanì tra i flutti.
Zara, rimasta sconcertata dalla presenza dell’essere, ci mise qualche minuto prima di ricordarsi del vortice che l’aveva quasi uccisa. E forse… forse quella strana creatura le aveva salvato la vita.

Mosse un passo in avanti e raccolse una perla. Se la rigirò tra le dita, guardandosi attorno. Non c’erano sentieri che conducevano in superficie, né gradini naturali da poter usare per risalire alla luce del sole.
Un’esplosione d’acqua e la creatura comparve al suo fianco. Zara sobbalzò dallo spavento e si premette contro la roccia.
La creatura reggeva una trota tra le mascelle. Le spalancò, facendo cadere a terra il pesce ancora saltellante. Poi guardò la ragazza con sguardo docile e, con un gesto del capo, indicò la preda appena catturata.

Zara scosse lentamente la testa.
La creatura la guardò senza capire. Poi spinse la trota saltellante verso di lei.
“Non ho fame. Ti prego, portami a casa”, mormorò Zara.
La creatura la guardava in modo incerto. Probabilmente, non aveva capito una sola parola.
Zara si sentì pervadere da una profonda disperazione, che le risalì dalle viscere e la fece piegare in due, scoppiando a piangere.
Crollò al suolo, mani nei capelli, versando un torrente di lacrime. 

La creatura la guardava docilmente. Dopo qualche minuto, emise un basso gorgoglio, e si rigettò tra i flutti, scomparendo alla sua vista.
Zara si riebbe. Si guardò attorno. Nella caverna, non aveva modo di capire se fosse giorno o se fosse già scesa la notte. Né poteva sapere quanto tempo era trascorso da quando aveva perso i sensi. Si chiese per quanto tempo sarebbe rimasta lì, in quella caverna, e il solo pensiero la fece star male e le riportò le lacrime agli occhi. La trota si dibatteva sulla roccia. E per quanto Zara avvertisse una sensazione di vuoto allo stomaco, la lasciò lì, senza degnarla di uno sguardo.

Le orecchie della ragazza si abituarono presto al continuo gocciolio della caverna. La trota giaceva immobile sulla roccia, gli occhi vitrei. Zara aveva coperto con lo sguardo ogni angolo dello spazio che la circondava, alla ricerca di una via di fuga. Per quanto si sforzasse, non ne vide alcuno. E la roccia larga e piatta, sulla quale si trovava, risultava essere l’unico punto asciutto. 

Con uno scroscio d’acqua, la creatura riapparve accanto alla roccia e vi balzò sopra agilmente. La ragazza si fece da parte, pigiandosi contro la parete rocciosa. 

La creatura la guardava con quei suoi grossi occhi neri, come in attesa di qualcosa. Zara non si mosse. Un acuto gorgoglio gutturale scaturì dalle labbra della creatura. Spostò lo sguardo sulla trota al suolo, poi di nuovo sulla ragazza. Piegò la testa di lato. Zara scosse lentamente il capo. Gli occhi della creatura sembrarono velarsi di amarezza. Zampettò verso la trota, l’afferrò con le mani e iniziò a mangiarla partendo dalla testa. Zara la guardava. Compreso che quella creatura non rappresentava una minaccia, ogni traccia di paura svanì in lei, sostituita da un forte senso di curiosità. Mosse un passo verso la creatura. Questa si girò a guardarla, con la coda del pesce che gli spuntava dalle labbra rigonfie. Zara si abbassò alla sua altezza. Aprì una mano e la allungò. La creatura fece sparire la coda della trota con un risucchio, si girò verso la ragazza. I suoi occhi bonari si fissarono in quelli di lei. Allungò una zampa a sua volta. Le sue dita tozze e palmate si unirono a quelle sottili di Zara. Un tocco lieve. 

La creatura emise un gorgoglio basso, prolungato. Zara sorrise debolmente, poi tornò seria e la tristezza le velò gli occhi.
“Ti prego. Portami a casa”, mormorò.
La creatura la guardava docilmente. Zara ritrasse piano la mano, si alzò e mosse qualche passo verso l’acqua. La creatura la seguì con lo sguardo.
La ragazza si sedette sul bordo della roccia, immerse i piedi nell’acqua. Fece cenno alla creatura di seguirla. Questa le zampettò incontro, le si mise al fianco. Zara si lasciò cadere in acqua. La creatura emise un uggiolio allarmato e si tuffò dietro di lei. 

Mentre nuotava, la ragazza si sentì afferrare delicatamente ai fianchi e riportare in superficie. Quando emerse, si trovò faccia a faccia con quei due grossi occhi neri.
“Voglio tornare a casa… Per favore, mostrami la via.”
I grossi occhi rotondi della creatura vennero attraversati da un lampo di tristezza. Emise un gorgoglio debole, appena udibile. Poi, Zara si sentì prendere per mano. La creatura svanì sotto la superficie. Lei prese un respiro profondo. La seguì.
La creatura guidò Zara attraverso un cunicolo subacqueo scavato nella roccia. Svoltato un angolo, iniziò a salire verso la superficie.

Appena Zara emerse, prese una profonda boccata d’aria. Sentiva i polmoni contrarsi e bruciare a ogni respiro. La testa della creatura comparve al suo fianco.
Zara si guardò attorno. Era giorno, e si trovavano più o meno al centro del lago. Fece alcune bracciate, in una direzione qualsiasi, verso riva.
La creatura emise un gorgoglio, pinneggiò al suo fianco e le diede un colpetto col muso. Zara si fermò. La creatura le rivolse un’occhiata docile, emise un soffio, e si avviò verso la direzione opposta. Zara la seguì. 

Nuotarono per qualche minuto, fianco a fianco. Nelle orecchie, solo lo sciabordio emesso dalle loro bracciate. Poi, Zara avvertì un fischio tagliare l’aria e, subito dopo, sentì la creatura emettere un verso acuto, colmo di dolore. Guardandola, la vide girarsi sul fianco. Una fiocina spuntava dal suo corpo, mentre un rivolo di sangue le sgorgava dalla ferita e si riversava in acqua. Dopo qualche secondo, l’aria venne trafitta da urla umane, talune allarmate, altre trionfanti. Volgendo il capo, Zara vide una barchetta di legno farsi sempre più grande. A bordo c’erano tre uomini. Alla testa del trio, c’era Jure, suo padre. Aveva gli occhi sgranati dal terrore, il viso livido di rabbia.

La creatura emise un gemito strozzato.
Gli altri due uomini sollevarono le fiocine. Zara alzò le braccia.
“No! Fermi! Fermi!”, gridò.
Ma le sue parole erano sovrastate dalle grida d’euforia degli uomini.
“Immergiti! Sparisci!”, gridò Zara alla creatura.
Questa emise un soffio, le prese una mano, tenendola stretta.
La barca si fece più vicina. Jure sollevò un’altra fiocina. 

Prima che Zara potesse aprire bocca, la creatura emise un gorgoglio acuto, le lasciò la mano, si girò verso la barca e le andò incontro.
“No! Fermi! Fermi!”, riuscì a gridare.
Vedendo la creatura fendere l’acqua con fare minaccioso, Jure e i due uomini lasciarono partire le fiocine. Queste sibilarono nell’aria, si abbassarono. Colpirono il bersaglio sul dorso, penetrando in profondità nelle sue carni. La creatura si fermò, ciondolò la testa. 

Zara, ormai, gridava con tutta la potenza dei suoi polmoni.
“No! Lasciatelo stare! Fermi! Lasciatelo stare!”, urlava, mentre le lacrime le inondavano le gote.
Ma nessuno volle ascoltarla.
La barca si accostò alla creatura che faticava a rimanere in superficie. Le sue movenze si erano fatte pesanti; i suoi gorgoglii erano accompagnati da rantoli profondi e da soffi sempre più impetuosi.

Jure sollevò l’ennesima fiocina. I suoi occhi dardeggiavano rabbia e paura.
In quel mentre, la creatura, con un ultimo sforzo, emerse dall’acqua, puntando verso di lui. Spalancò le braccia e tese le dita palmate. Jure scoccò il colpo. La fiocina si piantò nel collo della creatura.
Questa emise un lungo gorgoglio. Ricadde tra i flutti, sollevando schizzi di acqua e sangue.
Non riemerse. Per diversi attimi, parve che il lago l’avesse inghiottita. Poi, una volta che l’acqua tornò calma, fu come se non fosse mai esistita.
Zara nuotò verso l’imbarcazione. Era una maschera di dolore e sofferenza.

Suo padre l’aiutò a salire a bordo. Appena si trovò davanti a lui, Zara prese a tempestargli il petto di pugni.
“Mi ha salvato la vita! Mi ha salvato la vita!”, gridò furente, mentre altre lacrime le sgorgavano dagli occhi. Gli altri due uomini osservavano la scena sgomenti, senza sapere cosa dire.
Jure resisteva ai colpi, guardava la figlia con fare inebetito. 

Appena la rabbia di Zara si fu placata, gli uomini diressero la barca verso riva. Durante il viaggio di ritorno, nessuno proferì parola. La ragazza sedeva a prua, avvolta da un silenzio impenetrabile. Con sguardo spento e gli occhi gonfi, guardava l’acqua del lago nella speranza di intravedervi la sagoma della creatura. Non vide nulla. Di essa, era rimasta solamente una scia di sangue sulla superficie, che si sarebbe dissolta presto. 

Nei giorni seguenti, i pescatori della zona cercarono il corpo della creatura in lungo e in largo, ma non lo trovarono.

Zara era caduta in uno stato catatonico. Rifiutava il cibo. Sedeva per ore in riva al lago, avvolta da un mutismo allarmante, a guardare quelle acque di un azzurro intenso. Tatiana, sua sorella, faceva del suo meglio per restarle accanto, per confortarla, per farla tornare la Zara di sempre. 

Ma la ragazza era distante. 

Tatiana si convinse, presto, di aver perduto sua sorella. Jure comprese, molto prima di Tatiana, di avere perduto sua figlia. Zara, infatti, non lo degnava più di uno sguardo. Manteneva ogni genere di distanza da lui. E a ben poco valsero le sue scuse, le sue giustificazioni: Zara pareva non voler sentire ragioni, né riuscì più ad amare suo padre come aveva sempre fatto. 

d.s

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