Lo stress del cinghiale. Diritto 4.0

30.09.2021 – 08.55 – Chi ci protegge dallo stress? Non so chi protegge te o me, ma so chi protegge i cinghiali: la legge penale. L’articolo 727 del Codice Penale italiano stabilisce che “Chiunque abbandona animali domestici … è punito con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro.” La stessa pena andrà inflitta a “chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze”. Questa volta, vittime delle angherie umane, sono stati dei cinghiali d’allevamento. Un agricoltore piemontese aveva infatti trovato un metodo innovativo per addestrare i cani da caccia. Perché metterli alla prova nei boschi, dove, ancora inesperti, avrebbero potuto incontrare della selvaggina troppo “selvaggia”? Meglio addestrare i segugi in un ambiente protetto, magari facendo loro inseguire dei cinghiali d’allevamento e (perché no?) addirittura all’interno del recinto. Il 20 suini coinvolti subiscono “gravi sofferenze”, in particolare dovute allo stress causato dal “ripetuto inserimento nel … recinto di cani in addestramento da seguita al cinghiale”. L’agricoltore si ritrova così condannato a pagare un’ammenda di 3.000,00 euro, ma non ci sta e ricorre alla Corte di Cassazione.

L’uomo si difende evidenziando che i veterinari dell’ASL, intervenuti sul posto, avevano esaminato i cinghiali, trovandoli in “buone condizioni di salute, nutrizione e detenzione”. Inoltre, è proprio la legge che permette “l’addestramento, l’allenamento e le gare di cani anche su fauna selvatica” (legge 1992 n. 157, art. 10, comma 8.e sulla protezione della fauna selvatica). Pertanto, se gli animali stanno bene e cacciarli è permesso, in cosa consisterebbe la sua colpa?

Devi sapere che, quando hai a che fare con un cinghiale, è necessario imparare a ragionare come lui. Me l’hanno spiegato quest’estate quando, invitato in una tenuta per una vacanza di tutto riposo, mi sono trovato, non so come, a montare una rete “anticinghiali”. Il posizionamento della rete ha richiesto vari ragionamenti che si basavano sul seguente presupposto: il cinghiale, trovando la rete, come avrebbe reagito? Cosa avrebbe pensato? La rete, infatti, non andava posizionata dove voleva l’agricoltore, ma dove il cinghiale avrebbe pensato “piuttosto che abbatterla, cambio percorso”. Lo stesso esercizio mentale lo hanno dovuto fare i giudici della Corte Suprema, che si sono immedesimati nei cinghiali e hanno provato a immaginarne i patimenti.

I fatti vengono così descritti: il “gestore di un’azienda agricola ove allevava anche cinghiali, utilizzava una parte del suo terreno, debitamente recintato, per l’addestramento di cani alla caccia al cinghiale; in particolare, all’interno del predetto recinto venivano collocati diversi cinghiali che, inseguiti da molteplici cani in fase di addestramento (e dai loro padroni che li incitavano) fuggivano in tutte le direzioni “all’impazzata”, terrorizzati dagli inseguitori; i cinghiali erano così spaventati che, in alcune occasioni, per sfuggire agli inseguitori si infilavano in alcune aperture del recinto e sconfinavano nel fondo confinante; tali battute di caccia simulate si svolgevano, prevalentemente la mattina, da una a tre volte alla settimana …”.

I giudici, pertanto, concludono che questi ripetuti addestramenti erano stati causa di terrore e sofferenze per i cinghiali, come è ben dimostrato dal comportamento di fuga irrazionale degli animali. Insomma, il cinghiale è ingiustamente stressato e l’agricoltore è colpevole. La condanna viene pertanto confermata. (Cass.pen. 19987/21)

[g.c.a.]