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martedì, 28 Giugno 2022

Quando l’Albania nacque a Trieste. Il “mitico” Congresso del 1913

10.07.2021 – 07.30 – Accanto alle comunità storiche triestine, come i greci o i serbi, vi sono state religioni e culture che hanno lasciato la propria traccia, pur senza concretizzare la presenza di una comunità viva e reale. Gli armeni triestini, la cui presenza numerica appare tuttora dibattuta, potrebbero esserne un buon esempio; così come altre nazioni minori, per le quali tuttavia Trieste rivestì un’importanza speciale, spesso città simbolo di un determinato momento storico. In quest’ambito rientrano con sicurezza gli albanesi, la cui presenza minoritaria a Trieste coincise però, a inizi ‘900, con la nascita dell’Albania come stato-nazione. Fu proprio a Trieste che gli albanesi si riconobbero come stato in senso moderno, scegliendo la “porta d’Oriente” quale luogo paradigmatico delle proprie aspirazioni. Fu infatti all’interno quel Palazzo della Borsa del quale oggi se ne discute il recupero che si tenne dall’1 al 4 marzo 1913 ilCongresso degli albanesi“.
Il Palazzo, all’epoca “Dreher”, era un rutilante albergo e ristorante in squisito stile liberty: il luogo perfetto per un incontro politico-diplomatico. Proprio tra quelle sale un tempo così sontuose si decise l’assetto governativo e il futuro dello stato albanese che aveva proclamato l’indipendenza l’anno prima, il 28 novembre 1912.

Analizzare le tracce degli albanesi a Trieste appare singolarmente difficile, perchè de facto si mescolarono molto rapidamente tanto nella popolazione balcanica che popolava la città tra ‘700 e ‘800, quanto tra i triestini stessi, tra i quali non sentivano la necessità di distinguersi a livello di fede o appartenenza nazionale.
Le ricchezze degli albanesi di due secoli addietro non portarono a edifici di rilievo o quantomeno a palazzi che recassero tracce di un’appartenenza nazionale; mentre sul fronte delle chiese gli albanesi appartengono a quattro diverse religioni: cattolici, ortodossi e musulmani (sunniti e bectasci). Se ricordiamo così spesso i greci o i serbo ortodossi è quale conseguenza delle due chiese nel cuore cittadino; senza un edificio che coaguli la sua identità, il senso storico di una comunità si affievolisce nel tempo.
Quanto emerge invece con forza è il ruolo di Trieste come città “di carta” nella quale stampare giornali, libri ed editti relativi al popolo albanese. Il giornale patriottico Shpnesa è Shcypeniis (La Speranza dell’Albania), pubblicato in versione trilingue e indirizzato agli albanesi della Diaspora, veniva ad esempio stampato a Trieste. L’editoriale dell’epoca (1907) giustificò lo spostamento della stamperia da Ragusa a Trieste appropriandosi goffamente dell’eredità tergestina:

Avvertiamo i nostri benevoli lettori che il periodico “La Speranza dell’Albania” non si pubblicherà più a Ragusa, ma abbiamo pensato bene di traslocarlo a Trieste, siccome la città più industriale e commerciale dell’impero […] molte e svariatissime le ragioni che ci devono tenere uniti i nostri amici coi triestini […] poichè il regno illirico, formatosi circa il 380 a.c., si estendeva per tutta la lunghezza dell’Adriatico da Durazzo/Dyrrachium a Trieste, Tergestum, nome forse proveniente dall’albanese Tregh, tregu, commercio, piazza e quindi Tergestum o Tregestum…

Va pertanto inquadrato nella cornice della Trieste editoriale e diplomatica la scelta di tenere a Trieste il “Congresso degli Albanesi” che decidesse il futuro – politico, sociale, economico – del giovane stato balcanico. Proprio in quegli anni infuriava infatti la prima guerra balcanica, con una delle ultime, grandi, rivolte albanesi contro i turchi (1912), a cui seguì il Trattato di Londra (30 maggio 1913) e, dopo le lotte intestine della seconda guerra balcanica, il Trattato di Bucarest (10 agosto 1913).
In quest’ambito Italia e Austria-Ungheria gareggiavano nell’emancipazione del popolo albanese, con l’obiettivo in entrambi i casi di ottenere uno stato alleato. L’Austria-Ungheria in particolare non perse occasione per confermare l’amicizia verso il popolo albanese, tanto in funzione anti italiana, quanto per contrastare una Serbia che non nascondeva le ambizioni espansioniste.
Trieste, città-porto dell’Austria, non fu pertanto una scelta casuale: il governo a Vienna si mosse con decisione affinché il Congresso si tenesse nel Litorale; mentre a propria volta paradossalmente gli irredentisti protestarono, perché avrebbero desiderato un Congresso in una città del Regno d’Italia. Non a caso proprio a ridosso del Congresso circolò a Trieste un opuscolo intitolato La questione albanese per un cittadino di Scrutari – Trieste marzo 1913 dove l’autore, un misterioso “Argus”, argomentava che per l’Albania “Un solo rimedio esiste, un rimedio efficace: l’occupazione immediata da parte dell’Austria-Ungheria; questa sarebbe salutata con gioia da tutti gli abitanti del paese”. Il giornale repubblicano L’Indipendente rivelò che l’autore era “un agente di una grande compagnia di navigazione”, cioè con ogni probabilità il Lloyd Austriaco.

Il Palazzo Dreher dove si svolse il Congresso

Ciò nondimeno il Congresso fu un notevole successo, raccogliendo rappresentanze delle colonie albanesi dall’Europa agli Stati Uniti. Fu un evento internazionale, il quale certo raccolse appropriazioni ideologiche da parte dell’Italia e dell’Austria; ma al cui interno prevalsero le opinioni degli albanesi per l’Albania. Secondo i giornali “circa duecento” rappresentanti confluirono a Trieste; i lavorai preparatori si svolsero presso il Grand Hotel de la Ville, mentre il Congresso avvenne nella sala Tina di Lorenzo del Palazzo Dreher. Sarà invece sul tetto, un tempo giardino pensile, che si scattarono le foto celebrative del Congresso. Oggigiorno la sala del congresso ospita il Museo Commerciale, purtroppo chiuso da tempo; un’altra eredità triestina dimenticata negli anni.
Il giornale Il Lavoratore descrisse con grande vividezza i partecipanti:

Albanesi musulmani, cattolici, ortodossi; popi barbuti, preti romani glabri, bey così così, albanesi pariginizzati dall’ultimo figurino alla moda, albanesi di Vienna, albanesi di Roma: e per compiere la mescolanza, una spruzzaglia di rumeni e… cutzovalacchi, in veste laica o ecclesiastica; questa l’esteriorità del Congresso Albanese, tenutosi i giorni scorsi a Trieste. 

Esteriorità, per certi riguardi, simpatica: tutti costoro, scordando le diversità di fede, i tenaci contrasti e antagonismi di gruppo, le faide e le “besse” secolari, convennero ad affermare il diritto all’esistenza di una nazione albanese, diritto che nessuno può logicamente contrastare“.

Le tre giornate di lavori permisero sostanzialmente di delimitare i confini ideali dell’Albania, di deliberare sull’annessione o meno dei territori dei cutzovalacchi (i Valacchi della Macedonia meridionale), di chiedere la fine del conflitto e la forma di governo d’adottare. Quest’ultimo elemento non venne infine discusso quando divenne chiaro che vi erano conflitti insanabili – si giunse durante il Congresso persino a una dichiarazione di duello.
Due particolari interessanti meritano una menzione; il Congresso fu sottoposto a rigido rendiconto, onde evidenziare che nessuno vi avesse tratto profitto e il banchetto celebrativo fu ignorato dagli invitati albanesi che ritennero dii cattivo gusto festeggiare mentre il paese soffriva un’atroce guerra.

Tra gli interventi occorre sottolineare quello di un “infiltrato”, il conte Enrico Taafe, figlio dell’ex presidente dei ministri d’Austria, il quale in tedesco rassicurò sull’amicizia e l’appoggio degli Asburgo nei confronti del popolo albanese.
Intervenne anche Fan Noli, “fondatore della chiesa nazionale albanese” che portò da Boston il saluto degli albanesi statunitensi.
Non mancavano figure di italo-albanesi che avevano scelto, nonostante i rischi, di combattere per la causa nazionale. Un esempio è Terenzio Tocci, “valoroso patriota albanese che è stato lungamente sulla montagna con gli insorti dell’epoca dell’ultima sollevazione” secondo cui “Qui si parla troppo, qui si battono troppo le mani, mentre le mani oggi dovrebbero impugnare le armi; è un solenne giuramento che qui si deve fare: “Andiamo in Albania a vincere o a morire!”.
C’era anche Bullah Effendi di Struga, “un guerriero musulmano fervente patriotta albanese” che “ha ripetutamente combattuto contro i turchi e che ha fede completa anche nella vittoria contro i nemici di oggi”.
Era presente però anche il Regno d’Italia, con una delegazione guidata da Giovanni Castriota Skanderberg marchese d’Auletta, giunto da Napoli quale rappresentante degli italo-albanesi.

Foto del Congresso, da Wikipedia. Si noti il caratteristico Fez

Uno strascico del Congresso si ebbe a Trieste un anno dopo, quando il 5 marzo 1914 passò nella città il principe Wilhelm von Wied, un captano dell’esercito prussiano che aveva accettato, complice il legame di parentela con il Kaiser Guglielmo II, il titolo di principe dell’Albania.
Proprio da Trieste, con il yacht austroungarico “Taurus” e un equipaggio mutinazionale, salpò verso Durazzo.

Fonti: Paolo Muner, La speranza dell’Albania (Albanesi di Trieste), Durrës, Botimet Jozef, 2015

Leone Veronese, Il Congresso degli albanesi di Trieste nel 1913, Trieste, Società Editrice Volontari e Mutilati, in: La Porta Orientale, X (1940), 11-12
Come caratteristica dell’autore, il testo è da maneggiare cum grano salis per i contenuti nazionalisti.

[z.s.]
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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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