Robert Draper e la città che lavora. La Trieste del National Geographic

05.06.2021 – 17.57 – Conosce bene Trieste Robert Draper, giornalista del National Geographic che, sul numero di giugno, ha scritto un bel articolo sulla nostra città. La conosce nella sua immensa ricchezza architettonica, letteraria, linguistica, scientifica. La conosce dal punto di vista economico. La conosce come crocevia di culture e religioni, grazie alla sua posizione di confine, al porto e al suo mare che tante genti hanno fatto passare per le nostre terre. La conosce dal punto di vista geopolitico, sa del suo ruolo, complesso e strategico, all’epoca dell’Impero Austro-Ungarico e poi nel dopoguerra e ancora ai tempi della Cortina di Ferro. Ed è ben conscio delle prospettive decisamente rosee che Trieste ha per il suo futuro. Grazie ad una rinascita turistica che vede nuovamente, dopo i mesi bui del Covid, le grandi navi bianche sulle nostre banchine. Grazie ad uno nuovo slancio culturale che candida Trieste al riconoscimento UNESCO di “città creativa” per la Letteratura. Grazie alla peculiarità del suo Porto Franco Internazionale e alla maggior concentrazione di scienziati per numero di residenti in Europa. E grazie alla sua rinnovata posizione di confine ma anche di contatto culturale e scambio economico tra Adriatico e Baltico, tra Europa e Asia, tra occidente ed oriente, nel mondo post-Covid. Sa della Bora, del suo carso roccioso e dell’ottima tradizione culinaria e vinicola che caratterizza la nostra terra.

Di Trieste sa tanto. Non c’è dubbio. Frequenta la nostra città dal 1996 e di certo ha conosciuto anche i suoi abitanti. Ecco, quello che forse a Robert Draper manca è cogliere pienamente quella “scontrosa grazia” che è l’essenza della triestinità.
In un paio di punti dell’articolo parla di noi. Siamo, è vero, un popolo eccentrico, fantasioso, che rifiuta di sentirsi dire chi è e in cosa credere, siano la nostra storia e la affrontiamo in tutte le sue complessità, senza indietreggiare. Ma abbiamo fatto pace con noi stessi e con il sangue che ha più volte ha bagnato la nostra terra. Siamo da sempre una città aperta e cosmopolita, capace di mettersi in discussione, che oggi, forte delle sue esperienze, guarda avanti e sa di avere il futuro nelle sue mani.
Robert Draper ci racconta dipendenti dal caffè e filosofi degli sgabelli da bar. Un popolo senza troppa voglia di lavorare, riprendendo, a suo dire, la descrizione dei triestini fatta proprio dal Sindaco.
La verità è che forse noi non siamo bravi a presentarci o magari non vogliamo scoprirci troppo e ci vuole tempo per entrare in sintonia con la “triestinità”.

Egregio signor Draper, il triestino ama il caffè, ama il suo odore, ama il suo colore. Ma ama soprattutto il rito e la socialità che il caffè comporta. Il piacere di sedersi al bar con il sole in fronte e godere, in compagnia, del profumo dei chicchi tostati. Di questo sicuro siamo dipendenti. E sì siamo tutti un po’ filosofi da bar. Anzi filosofi da caffetteria. Meglio se in tavoli separati per genere, i triestini filosofeggiano, discutono, socializzano, bevendo “capi in B”. Siamo un popolo complesso che chiude a chiave la porta di casa ma ama il confronto, crede nei rapporti umani, rispetta l’altro e il diverso. Non è un caso che James Joyce e Franco Basaglia, pur remando controcorrente, abbiano trovato a Trieste terreno fertile per le loro “rivoluzioni”. Accogliere e ascoltare lo straniero, aprirsi alla novità, amare la libertà fa parte della nostra storia e della nostra cultura. Il caffè è questo per noi. È uno dei nostri rituali, un modo per percepire tutto ciò che Trieste rappresenta. Un modo per godere della vita. Una vita che il triestino vuole vivere appieno. Uomini e donne allo stesso modo, da sempre. Le pari opportunità a Trieste fanno parte del dna. Le pari opportunità sono il Bagno Pedocin. Maschi e femmine consapevolmente, rispettosamente e piacevolmente separati.
Da qui la frase del nostro Sindaco, che non ho dubbi ci rappresenta con orgoglio, va capita nella sua interezza e interpretata nel modo corretto. A Trieste la gente lavora, sia chiaro. Siamo un popolo di mercanti, artigiani, osti, portuali e navigatori. Ma lavora per vivere, non vive per lavorare. Libertà, rispetto per gli altri, amore per la propria terra e una sana voglia di godersi la vita: è questa la ricetta fantastica che ha fatto in passato e farà in futuro il “brand Trieste” famoso nel mondo.

[c.d.g.]

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