Quando gli eroi sono gli uomini “normali”: la Grande Guerra vista da Walter Lipartiti

28.06.2021 – La Grande Guerra non ha eroi o, almeno, non ha figure “regali” ad adornare i capitoli dei sussidiari che parlano di quel terribile conflitto: sul campo c’erano contadini, gente comune, da colori, e nazionalità, diverse, ma uniti dall’asprezza di una guerra cruda, di trincea, della quale si mantiene vivo il ricordo attraverso, fonti, foto e, soprattutto, libri.
Ma tra le tenebre belliche d’inizio Novecento l’onore delle armi, l’ardore per la patria e la cavalleria romanzano quegli anni, differenziando la Prima Guerra Mondiale da altri, sanguinosi, e “drogati”, conflitti.
Battaglie che toccarono anche il cielo, con aeroplani che segnavano il terso azzurro e guardavano le trincee dall’alto: dinamiche uniche che Walter Lipartiti, nel suo libro “Venti di guerra. I cavalieri del cielo”, ha raccontato al di là della nazionalità, esaltando lo spirito patriottico di chi, impavidamente, è sceso in campo per la propria terra.

Da dove ha preso ispirazione per questa sua ultima opera?

“Mi aveva affascinato molto l’idea di scrivere, e fare soprattutto ricerca, sugli aeroplanini di quella volta: velivoli molto simili a quelli che guidavo io.
Mi sembrava però riduttivo parlare solo dell’aviazione, essendo un ex Ufficiale di Cavalleria, per cui ho deciso di ampliare il raggio, dando vita ad un libro dedicato alla Prima Guerra Mondiale a tutto tondo: quindi non soltanto il fronte occidentale, ma anche quello orientale, le colonie e l’intervento del Giappone.

Voglio chiarire però che non si tratta di un inno alla guerra, anzi: vorrei infatti sfatare il mito per il quale i militari sono dei guerrafondai. Si tratta di risaltare il valore di tutti i ragazzi che erano sul campo, al di là della nazionalità.
Tra francesi, tedeschi, italiani, si parla di uomini che hanno dato tutto nel corso della guerra, andando oltre alla nazionalità.
Erano persone che non andavano a combattere con l’intento di uccidere, ma combattevano per il proprio paese, perché credevano nella propria patria: ovviamente è tutto visto con gli occhi di allora, perché oggi chiaramente si hanno percezioni differenti”.

Il libro è nato più per la passione per il volo o per la storia?

“Inizialmente per la passione per il volo: mi piaceva l’idea di comprendere cosa avessero provato i piloti di questi aeroplanini, appunto molto simili ha quelli che ho guidato nella mia vita.
Ho quindi studiato come è nata l’aviazione e i contrasti che c’erano tra gli stati maggiori sull’argomento.
L’aereo si scoprì ben presto come mezzo ideale per la ricognizione, per individuare gli obiettivi e l’assistenza all’artiglieria.
Fu utilissima ad esempio quando i tedeschi, che marciavano verso Parigi, deviarono verso la Marna: fu proprio un aeroplano a notarlo”.

Questa pubblicazione ha inoltre l’importante prefazione del giornalista Fausto Biloslavo…

“Si, si tratta di una bellissima prefazione, di un giornalista esperto che bene conosce la guerra e che l’ha riportata negli anni con bellissimi reportage, mostrando chiaramente quel che realmente è un conflitto.
Ci eravamo trovati in Piemonte, nel mio vecchio reggimento, per una presentazione di una sua pubblicazione e, vedendo la bozza del libro, mi ha proposto di fare la prefazione”.

Guardando invece alla sua carriera, si può dire che c’è un forte legame tra la sua biografia e il contenuto della pubblicazione…

“Decisamente, mentre frequentavo la facoltà di Scienze Politiche, negli anni Settanta ho conseguito il brevetto di pilota d’aereo e, dopo un breve periodo di insegnamento, ho iniziato la carriera militare come Sottotenente di complemento, venendo poi promosso a Colonnello.
Lasciai poi il servizio militare nel 1999, dedicandomi alla mia passione per la vela e la scrittura”.

Lei è nato a Torremaggiore di Puglia, com’è arrivato fino a Trieste? 

“Mio padre era Ufficiale di marina, nato appunto a Torremaggiore di Puglia, mia madre era invece abruzzese, ma tornò in Puglia dopo la morte del padre.
I miei genitori si conobbero dopo il ritorno di mio padre dalla Campagna di Russia, dove era andato come sergente universitario, perché si stava laureando in economia e commercio.
Ci siamo spostati in molte città, prima Brindisi, poi Taranto, Augusta, La Spezia, dove mio padre lasciò la marina, giungendo poi a Roma e infine a Trieste, dove ho vinto il concorso come prima nomina in complemento, passando poi in servizio permanente, rimanendo qui e costruendo la mia vita tra mare, moto e vela”.

Nacque qui l’amore per la vela?

“La passione per la barca venne quando dovetti lasciare il volo per una questione di brevetto.
Penso che sia la cosa che più si avvicina all’aeroplano”.

Ha ora in programma nuove pubblicazioni?

“Ad oggi, sto cercando l’ispirazione: solitamente quando poi arriva nascono i miei libri, non sono programmati”.

[c.c]