Vaccini Covid, a che punto siamo? Dubbi e domande ancora senza risposta

22.05.2021 – 18.07 – Vaccinazioni Covid-19: al via i quarantenni, eppure dopo un picco di richieste volontarie l’onda, non del contagio ma della protezione, ha rallentato. Non ci sono code agli sportelli di prenotazione: molti, anche in fascia a rischio, la vaccinazione non la richiedono, altri lo fanno solo per poter andare in vacanza o all’estero (“Se vuoi tornare alla normalità, vaccinati”: così l’adagio pubblicitario), altri ancora perché non vorrebbero vedersi discriminati al lavoro nel caso dovesse passare una regola piuttosto dell’altra, il tutto in un alone d’incertezza che non se ne va mai. Mondo “No-vax” e galassie del complottismo a parte, c’è infatti una fetta, non la più piccola della torta, di cittadinanza che di fronte alle campagne vaccinali rimane perplessa, non si fida (complice quanto accaduto con AstraZeneca), e chiede più informazioni. Che non arrivano: e quando arrivano, non sono facili da capire.

Il Covid è proprio un virus totalmente sconosciuto e inevitabilmente mortale? Si, no, ma: dire diversamente è difficile, ma ci proviamo, e dato come fatto ormai accertato che non si tratta di un prodotto di laboratorio e che effettivamente questo virus non si era mai precedentemente diffuso nell’uomo in maniera epidemica (non prima del mercato di Wuhan, perché si sa che quelli cinesi non sono stati per davvero i primi casi, ma prima del 2019), i virus di questo tipo non sono affatto ignoti in natura. Secondo una ricerca di Yale, di ottobre 2020, e poi uno studio pubblicato sul Journal of Infectious Diseases nel marzo 2021, il raffreddore comune potrebbe interferire positivamente con il contagio da Coronavirus, addirittura bloccarlo, riducendone inoltre la trasmissione. Chi paragonava il Covid-19 al raffreddore è stato messo alla gogna già l’anno scorso, spessissimo senza fare lo sforzo di paragonare i dati e di capire esattamente che cosa si intendesse, eppure la scienza ha la capacità di non fermarsi fin che non ha dimostrato le cose con dati e fatti e il parallelo fra i due è riemerso. L’interazione fra raffreddore e Covid-19, parenti stretti, si rifletterebbe in un meccanismo di protezione simile a quello dell’influenza: uno studio condotto dal team di Ellen Foxman ha accumunato il raffreddore all’influenza basandosi su 13mila pazienti con sintomi respiratori, e da esso si è scoperto che influenza e raffreddore di rado si manifestano assieme e si è ipotizzata una sorta di interazione. Il “raffreddore” è infatti in realtà portato alle nostre vie respiratorie da una varietà di virus: Rhinovirus, Coronavirus, virus influenzali, virus respiratori sinciziali, virus parainfluenzali e diversi altri. Ma se è, com’è molto probabile, e se venendo contagiati dal Covid (anche in modo asintomatico) si è al riparo dal Covid stesso? Perché insistere sulla vaccinazione globale per tutti, vista la reale efficacia? (ne parliamo più avanti).

C’è poi il “caso tamponi”, che acquista, con il passare delle settimane, particolari aspetti di business: vuoi andare al concerto? Se vuoi comprare il biglietto, devi farti il tampone: questa l’ultima proposta, in termini temporali dopo la riapertura, di alcune società organizzatrici di eventi. Quasi quasi al tampone ci pensa, attraverso accordi, l’organizzazione stessa. È lecito fare una cosa di questo genere? E i tamponi sono veramente attendibili? La risposta alla prima domanda, ovvero se sia lecito o meno chiedere obbligatoriamente un tampone o a una vaccinazione per partecipare a un evento privato, è certamente no: l’ha sottolineato l’Unione Europea. Per quanto riguarda l’affidabilità dei tamponi, la questione è più complessa. Nel novembre 2020, la Corte d’appello di Lisbona, sulla base di una ricerca dell’Università di Marsiglia e fra le polemiche, aveva dichiarato inaffidabili i test PCR e revocato una quarantena. Il dubbio verte tuttora sulla correlazione fra infettività dei campioni rinofaringei raccolti e il numero di cicli PCR (il numero di replicazioni del DNA) necessari per ottenere un risultato positivo: quando il numero di replicazioni richieste è molto alto, raramente è possibile isolare il virus infettivo ed è quindi possibile che in alcuni test molecolari si ottenga un risultato di falso positivo quando la malattia è in realtà già finita e non c’è più rischio di infezioni. Ed è in effetti accaduto: ciò non significa che il test in sé non funzioni, si è però introdotto un “ma” di una certa rilevanza sull’attendibilità. L’affidabilità reale del test PCR sarebbe secondo i ricercatori mediamente del 77 per cento nei primi 4 giorni d’infezione, per scendere al 50 per cento dopo dieci giorni dall’infezione. Il punto minimo di affidabilità raggiungerebbe addirittura il 3 per cento nel momento in cui il numero di cicli di replicazione è oltre i 35. Il test PCR (“tampone”) può quindi essere utile (se ripetuto metodicamente e con frequenza), ma tutt’altro che risolutivo o di per sé sufficiente. E in effetti, tamponi su o tamponi giù, i contagi sono continuati, per iniziare a sparire quasi misteriosamente pochi giorni fa, esattamente come accaduto nell’aprile scorso.

Contagi giù di una percentuale a due cifre, “merito dei vaccini”, come titolava il quotidiano locale di Trieste pochi giorni fa? Non è proprio così, e alla domanda: “Quanto protegge il vaccino” la risposta dei ricercatori è: “non tantissimo”. Questa è la notizia che diventa “l’elefante che non è nella stanza”, come titola “The Lancet”, la prestigiosa rivista scientifica, nell’articolo di Piero Olliaro, Els Torreele e Michel Vaillant del 20 aprile 2021. “Anche se l’attenzione si è concentrata sull’efficacia dei vaccini in rapporto alla riduzione del numero dei casi sintomatici”, scrivono gli autori, “la piena comprensione dell’efficacia del vaccino è meno lineare di come si potrebbe pensare”, e va vista e analizzata in maniera contestualizzata. L’efficacia dei vaccini è espressa generalmente attraverso un fattore relativo di riduzione del rischio denominato “RRR”: usa il cosiddetto “rischio relativo”, che è il rapporto fra l’incidenza della malattia con e senza il vaccino. Per Pfizer-Biontech, si è parlato del 95 per cento, del 94 per cento per Moderna, del 67 per cento per Johnson&Johnson e AstraZeneca. Come nel caso del famoso fattore di trasmissione “Rt”, però, “RRR” non è il Santo Graal dell’epidemiologia e andrebbe valutato in termini di rischio generale della popolazione di ammalarsi di Covid-19: e questo varia da nazione a nazione e si modifica nell’arco dell’anno e con il passare degli anni. Il fattore di rischio assoluto, quindi, denominato “ARR”, tiene in considerazione l’intera popolazione e i fattori geografici e temporali, e questo è il motivo per cui nella comunicazione viene quasi sempre ignorato: è molto meno impressionante, e mostra una riduzione reale del fattore di rischio di malattia solo dell’1,2 – 1,3 per cento per AstraZeneca, Moderna e Johnson&Johnson, e dello 0,84 per cento per Pfizer-Biontech. Siamo ben lontani da numeri che potrebbero indurre il pubblico a una vaccinazione di massa, e questa potrebbe essere una motivazione per non discuterne estesamente; nell’informazione, però, non si può fare così. “Siamo privi”, concludono gli autori della pubblicazione su Lancet, “di una risposta alla domanda legata all’efficacia del vaccino su una popolazione reale rispetto a quella di laboratorio, che ha fattori di rischio generale diversi. Non è una domanda banale, perché l’intensità di trasmissione del virus varia fra nazione e nazione e risente di effetti come quelli legati agli interventi di salute pubblica e alle varianti del virus”. Chi si vaccina, quindi, potrebbe veder ridotto il fattore di rischio generale del solo 1 per cento: bene vaccinarsi, se la scelta personale è questa, però bene saperlo e benissimo se a comunicarlo sono le istituzioni pubbliche e sanitarie.

E sui vaccini pende ancora la questione del loro essere, tuttora, sperimentali, e la difficoltà, per chi non è un operatore del settore o abituato a cercarsi da sé (e a verificare con cura) le notizie, a ottenere informazioni: la gran parte di queste informazioni si trovano solo sul Web (con tutti i rischi che questo comporta), quelle più approfondite in lingua inglese, e quando si chiede qualcosa di più alle aziende sanitarie discuterne con serenità non è facile e si riceve anche la risposta: “Se lo legga su Internet”. Moderna, però, una delle aziende produttrici di un vaccino contro il Covid-19, ricorda nella documentazione che fornisce che le nanoparticelle lipidiche che sono l’involucro del cosiddetto “vaccino a RNA messaggero” potrebbero portare “eventi avversi significativi”; lo stesso vale per Pfizer-Biontech. Siamo nel campo del “possibile”, non del “probabile”: il problema, però, c’è, e più che la frequenza di casi avversi colpisce la difficoltà di parlarne apertamente in presenza di farmaci che, per loro natura, sono una categoria nuova utilizzata in un modo senza precedenti. Le terapie geniche e i farmaci a base di mRNA, quindi alcuni dei vaccini anti-Covid, possono attivare una o più risposte immunitarie contro qualcuno o tutti i componenti del prodotto farmaceutico stesso, e questo potrebbe anche manifestarsi nel tempo, quindi molto dopo la somministrazione. Ancora una volta siamo nel campo del possibile, piuttosto che del probabile: la possibilità che il vaccino mRNA inneschi la produzione di anticorpi contro le ormai ben note proteine “Spike” del virus Sars-CoV-2, che a loro volta potrebbero interferire con molecole essenziali per la formazione della placenta delle donne in gravidanza, o con terapie per le malattie neurologiche più importanti, esiste, ed eventuali effetti sistemici correlati alle nanoparticelle lipidiche sono per forza di cose ancora ignoti non essendo mai prima d’ora questi farmaci innovativi utilizzati sugli esseri umani. Infiammazioni del cervello e del midollo spinale in fase di sperimentazione vaccinale si sono in effetti verificate.
Una petizione all’EMA (Agenzia europea per i medicinali) ha chiesto l’interruzione degli studi clinici di fase 3 del vaccino Pfizer a causa della preoccupazione di reazione del sistema immunitario contro la sincitina-1, vitale per la formazione della placenta, proteina che potrebbe venir scambiata per la proteina “spike”, causando infertilità nella donna. Le due proteine sono in realtà diverse, e hanno solo una porzione di codice genetico in comune; la possibilità che il nostro corpo le confonda è quindi molto bassa: non nulla, ma estremamente remota, e nessuno studio evidenzia per ora la perdita della gravidanza o l’infertilità a seguito dell’esposizione al virus o al vaccino. Serve però ancora tempo, perché “remoto” non significa “inesistente” e accanto a quel “remoto” occorre mettere un numero che lo esprima in percentuale: lo si potrà fare con più facilità l’anno prossimo.

In conclusione, ciò che sembra mancare è la discussione e l’informazione, pur di fronte a una posizione chiara dell’Unione Europea stessa: sottolineando l’importanza della vaccinazione nella seduta del 27 gennaio 2021, la Commissione per gli affari sociali, la salute e lo sviluppo sostenibile ha ricordato la necessità sia di prevedere programmi di risarcimento per danni indebiti e danni derivanti dalla stessa, che d’informazione, per garantire che tutti i cittadini dei paesi membri UE siano a conoscenza della non obbligatorietà della vaccinazione contro il Covid-19. Obiettivo dell’Unione Europea, escludere che possano esserci pressioni di qualunque tipo, politiche o sociali, per farsi vaccinare se non si desidera farlo, garantire che la scelta sia spontanea e che non ci sia alcuna discriminazione per chi non si è vaccinato temendo rischi per la salute. I parlamentari europei si sono inoltre espressi contro l’uso del certificato di vaccinazione a mo’ di “passaporto”: eppure, nonostante la chiarezza nelle risoluzioni, si sente e si legge quasi il contrario, e ci si chiede perché. Antivaccinisti, negazionisti? No. Desiderio di informare, in un momento in cui la vaccinazione, da rifare ogni anno, è diventata una strada che si vuole come senza ‘se’ e senza ‘ma’. E non lo è.

[f.f.]