20.05.2021 – 13.50 – Franco Battiato è stato per la musica italiana, e non solo, un precursore e profondo innovatore, e ci lascia un’eredità musicale (ed intellettuale) sconfinata, che spazia dal rock al pop, dalla musica lirica a quella sperimentale. Spesso e volentieri provocatorio e fuori dagli schemi, è stato capace di usare stilemi musicali sempre diversi tra loro per diffondere il suo messaggio, e per questo risulta impossibile da ingabbiare all’interno delle etichette dei generi musicali.
Battiato è stato popolare senza essere commerciale, e questa è stata una delle sue doti principali; normalmente la qualità della musica è inversamente proporzionale al numero degli ascoltatori, mentre Battiato è stato uno tra i pochissimi capaci di capovolgere questo rapporto ed elevare la sua musica a patrimonio collettivo.
Trasferitosi a Milano nel 1964 all’età di 19 anni per provare a diventare un cantante, ottenne il primo contratto grazie a Giorgio Gaber, che lo notò in un’esibizione al cabaret Club64 e che diventerà poi suo grande amico.
I primi anni però furono magri di soddisfazioni, visto che cominciò ad emergere appena nei primi anni ’70. Fu in questo periodo infatti che – con l’uscita di album poi riscoperti anche dal grande pubblico come Fetus e Pollution – cominciò a farsi largo all’interno dell’ambiente sperimentale e avanguardistico dell’epoca. Si fece notare e riconoscere soprattutto per i suoi concerti, dove stordiva il pubblico eseguendo canzoni e suoni provocatori e fuori da ogni schema musicale.
Una prima parvenza di successo la raggiunse al termine degli anni ‘70, quando cambiò radicalmente stile. Accolse alla lettera infatti la provocazione di alcuni giornalisti – tra cui Gino Castaldo, che ha spesso ricordato questo aneddoto – riuniti attorno alla rivista musicale alternativa Muzak, che quasi con tono da scommessa, sostenevano come anche qualora ne avesse avuto la volontà, non sarebbe stato in grado di scrivere canzoni popolari.
Grazie anche all’incontro col violinista Giusto Pio che gli insegnò anche a suonare lo strumento, uscì nel 1979 L’era del cinghiale bianco che, seppur privo di un suono troppo popolare, contiene testi suggestivi, fatti di un linguaggio ipnotico e ricercato, e colmi di riferimenti al mondo del misticismo e dell’esoterismo.
Confermò la tendenza anche con il successivo Patriots, che contiene le famose Up patriots to arms e Prospettiva Nevski.
Sarà però il travolgente La voce del padrone, uscito nel 1981, a garantire a Battiato il successo vero e proprio; vendette infatti più di un milione di copie e rimase in cima alle classifiche dell’epoca per lungo tempo.
Summer on a solitary beach, Bandiera bianca, Gli uccelli da un lato, e dall’altro Cuccurucucù, Segnali di vita, Centro di gravità permanente e Sentimiento Nuevo. Sette canzoni per un crescendo di emozioni destinate a rimanere ben impresse all’interno della storia della musica italiana. Un album generazionale, arrivato in un periodo in cui l’Italia attraversava uno dei momenti più bui della sua storia repubblicana. A testimonianza di ciò, Rolling Stone Italia lo inserisce al secondo posto nella lista dei migliori 100 album italiani di sempre.
Il successo dicevamo, un successo che avrà certamente fatto piacere a Battiato almeno inizialmente, ma che non ha mai digerito più di tanto. “Non mi è mai interessato troppo il successo, e non è vero che porta la felicità, tant’è che il mio periodo più buio (’78-‘82) è anche coinciso con quello di maggior successo” dichiarerà molti anni dopo.
E proprio questo successo fece sorgere in lui il bisogno di staccare e fare qualcosa di diverso da La voce del padrone. Uscì quindi l’anno successivo L’arca di Noè, che mantiene alcune delle sonorità che avevano caratterizzato i suoi lavori precedenti, ma che manifesta tematiche più oscure e pessimiste, e del quale Battiato stesso salva solo Voglio vederti danzare.
Nei suoi lavori successivi – come Orizzonti perduti, Mondi lontanissimi, e Fisiognomica – espone atmosfere e toni più riflessivi ed interiori, a ulteriore dimostrazione dell’incredibile versatilità e poliedricità del cantautore siciliano. Altra caratteristiche che fa di Battiato un artista unico – oltre alla varietà di temi trattati nei suoi testi – è la mancante univocità nell’interpretazione dei suoi testi: pezzi come La cura, E ti vengo a cercare, e Oceano di silenzio offrono infatti diverse chiavi di lettura, che vanno dall’amore a pensieri più elevati e spirituali. La cura in particolare può essere letta in vari modi, sia come canzone d’amore ma anche come cura rivolta all’anima, come afferma Castaldo.
A fine anni ottanta ritornò in Sicilia, rapito dal richiamo della sua terra natìa, e si stabilì a Milo nella sua Villa Grazia, dove ha abitato fino all’ultimo giorno, e dove per un certo periodo è stato vicino di casa di un altro mostro sacro della musica italiana come Lucio Dalla.
In questi anni pubblicò degli album – Come un cammello in una grondaia (da cui è tratto Povera patria, brano che offre un ritratto deprimente e quanto mai realistico dell’Italia) e Caffè de la Paix – che presentano nuove sonorità sperimentali e dove è evidente l’influenza dei suoi studi esoterici e del suo interesse verso la cultura orientale ed in particolare verso quella araba.
A dimostrazione del suo interesse verso quel mondo, nel dicembre 1992 si fece ambasciatore della fraternità tra popoli – violando l’embargo che vigeva all’epoca – esibendosi in uno splendido concerto a Baghdad. Sul palco del Teatro Nazionale iracheno eseguì 15 canzoni, terminando con Fogh in Nakhal (canto tradizionale iracheno) interamente in lingua araba.
Inoltre fu il primo artista in assoluto a comporre un intero album – poi diventato trilogia – di cover intitolato Fleurs, che uscì a cavallo tra i due millenni.
Da metà anni novanta fino al 2012, anno che corrisponde con il suo ritiro dalle scene, diede alla sua musica un’accezione più filosofica, grazie soprattutto alla collaborazione con il filosofo siciliano Manlio Sgalambro, con cui curò la maggior parte dei testi di questo periodo e con cui scrisse quello che è forse il suo brano più famoso ed amato dal pubblico, ovvero La cura.
Debilitato dalla malattia che ne ha lentamente minato le condizioni fisiche – tant’è che le sue apparizioni in pubblico divennero sempre più rare – uscì in absentia nell’ottobre 2019 quello che può essere considerato il suo testamento artistico: si tratta dell’album Torneremo ancora, registrato insieme alla Royal Philharmonic Concert Orchestra di Londra e che vede la presenza – oltre che di alcuni tra i suoi più grandi successi come L’era del cinghiale bianco, Prospettiva Nevski, La cura e Povera patria – anche di un inedito omonimo dell’album.
Fu anche autore di canzoni destinate ad altri, soprattutto a voci femminili come Milva, Alice e la conterranea Giuni Russo. Con Alice nacque un vero e proprio sodalizio artistico – oltre che un’amicizia anche al di fuori della musica – che li vide insieme in diverse canzoni e tournée, e che la vide inoltre vincitrice di Sanremo ’81 con Per Elisa, brano scritto dallo stesso Battiato.
Ma Franco Battiato non è stato solo musica, anzi. Regista, autore di opere liriche e anche pittore, che fanno di lui un vero patrimonio della cultura italiana del novecento.
Alla pittura si avvicinò ex abrupto nel 1990 (e non la abbandonò più, visto che la sua routine giornaliera prevedeva qualche ora dedicata alla pittura), grazie alla ferma convinzione che l’essere umano se stimolato e nel pieno della sua consapevolezza sia in grado di fare qualsiasi cosa. In qualche anno riuscì comunque a raggiungere discreti risultati, si ricorda infatti che le tele che fanno da copertina alla trilogia Fleurs sono state dipinte da lui stesso.
La sua carriera da regista lo vede impegnato in 3 lungometraggi e diversi documentari. Il suo film d’esordio Perdutoamor, che tra le altre vede la presenza di diversi amici e collaboratori come Manlio Sgalambro, Alberto Radius, Morgan, Francesco De Gregori, Elisabetta Sgarbi e Giovanni Lindo Ferretti, vinse anche il Nastro d’Argento per il miglior regista esordiente.
Il suo secondo film è un omaggio alla musica classica e a Beethoven (interpretato da Alejandro Jodorowsky, personaggio per certi versi simile a Battiato per la sua particolarità). Intitolato Musikanten, certifica il suo amore per la musica classica, di cui è sempre stato un assiduo ascoltatore e nella quale si è anche cimentato come compositore di opere liriche durante gli anni novanta.
Infine ci sono la spiritualità e la riflessione. Come spiega in un’intervista a Che tempo che fa nel 2013, il suo interesse per la spiritualità nasce nel 1970 quando si avvicinò al misticismo grazie ai mistici indiani. Fu un instancabile studioso di tutte le religioni, a partire da quelle induista e buddhista, oltre che un praticante della meditazione (non-meditazione come la definiva lui) che ispirò diversi suoi brani e grazie alla quale divenne un profondo conoscitore della sua interiorità.
Al tema della morte ha dedicato un documentario – Attraversando il bardo – dove espone la sua visione, ovvero quella della morte come una grande trasformatrice.
“La morte non ha nulla di irreale, è solo passaggio a una nuova vita”, ha dichiarato in un’intervista di qualche anno fa. Allora arrivederci, Maestro.
[c.d.]









