22.05.2021 – 07.30 – Ha suscitato un quieto clamore – se ne è parlato molto, ma senza prime pagine – la proposta dell’associazione di imprenditori del Nord Est dell’Italia, “Sustainable Financing“, di candidare Trieste a sede della nuova Banca Europea per lo Sviluppo Sostenibile.
Si tratterebbe, nella definizione completa, di una nuova Banca Europea per lo Sviluppo Climatico e Sostenibile la cui esistenza ridefinirà radicalmente gli organismi finanziari utilizzati finora dall’Unione Europea. Si vuole in generale un architettura bancaria che sia autenticamente fresca, nuova; capace di reagire con la necessaria prontezza al clima emergenziale che caratterizzerà i prossimi decenni, caratterizzati secondo gli esperti da pandemie, crisi migratorie e il progressivo erodersi delle risorse naturali.
Questi propositi, da parte dell’Unione Europea, erano già stati formulati a seguito della crisi Brexit, con un intervento adottato il 5 dicembre 2019 dal Consiglio UE; ma hanno ora rinvenuto una potente accelerazione a seguito della pandemia Covid-19.
In questo contesto la richiesta che sia l’Italia, attraverso Trieste, ad avere una sede corrisponde a un’evidente mancanza di rappresentazione.
La Banca Centrale Europea (BCE) ha infatti sede a Francoforte; l’Italia vi gioca un ruolo di spicco con 1,29 miliardi di euro (13,8% del capitale complessivo).
La Banca Europea per gli Investimenti (BEI) ha invece sede a Lussemburgo; l’Italia ne detiene il 18,8% del capitale complessivo, con 4,17 miliardi di euro.
La Banca Europea per la Ricostruzione e Sviluppo (BERS) ha sede a Londra ; l’Italia ne risulta nuovamente uno dei principali azionisti, detenendo l’8,59% delle quote.
Si tratta, in molti casi, di organismi legnosi e sorpassati; ma dove evidente è la disparità tra investimenti italiani e ruoli effettivi.
In questa cornice Trieste, per i suoi agganci con la Turchia, il medio (ma anche l’estremo) oriente, per la vicinanza al canale di Suez, per il ruolo svolto nei confronti del mondo balcanico e centro-europeo, potrebbe permettere un riallineamento dell’Unione Europea lontano dalle pulsioni anglo-americane di un’Inghilterra ormai allontanatosi. Ridefinire insomma in rapporti dell’UE verso il suo cuore, verso il suo centro.
C’è poi il Porto Franco, la cui applicazione permetterebbe alla Banca Europea una flessibilità inusitata e, se servissero degli spazi adeguati, c’è sempre il Porto Vecchio.
“Troppo spesso – ha dichiarato Giuseppe Razza, presidente di Sustainable Financing, per The Medi Telegraph – la città si è impegnata in sogni irrealizzabili. Quello della Banca per lo sviluppo sostenibile, per la quale non casualmente stanno manifestando interesse anche altre città europee, può segnare una svolta anche per l’intera area del nord est. E in questo Trieste ha in tasca tutte le carte vincenti di cui altri sono privi”.
Tuttavia, a fronte di una sostanziale approvazione da parte della città e di una certa nomea “europea” di Trieste, viene da domandarsi se il reale anello debole della catena diplomatica per la candidatura non si rivelerà essere il governo a Roma, a cui spetta l’analisi della proposta e l’eventuale invio all’Unione Europea.
[z.s.]


