06.02.2021 – 08.30 – La storia dei collegamenti di Trieste con l’entroterra, alla ricerca di una soluzione per superare l’invalicabile bastione del ciglione carsico e riconnettersi con i grandi centri emporali austro-tedeschi, in primis Vienna, è un po’ la storia delle sue strade; e successivamente delle sue ferrovie. Le possibilità di crescita della città-porto devono accettare anche i suoi limiti geografici, “subire” l’inevitabile costrizione d’un Carso ostile agli spostamenti, scomodo d’attraversare. Un’impasse che verrà superata solo con notevoli sforzi grazie dapprima alle grandi strade finanziate dai governatori del Litorale e successivamente grazie alla costruzione della ferrovia Meridionale e della Transalpina. Tra la fine del settecento e i primi dell’ottocento, pertanto, essere muniti di una strada moderna e ben tracciata significava disporre di un cordone ombelicale con le grandi capitali, con quella “modernità” decantata dal Lombardo-Veneto della Restaurazione, ricco di promesse ancora limitate all’elité e alla nascente borghesia.

In questo contesto, quando venne inaugurato il collegamento viario che connetteva la Valle di Longera con la Val Rosandra, scavalcando il valico di Chiusa, non deve sorprendere che venisse costruito un monumento commemorativo. Era il 1816, dopotutto: l’Austria usciva malconcia, ma vittoriosa dalle guerre napoleoniche. E la nuova strada segnava anche un altro limite della città-porto di Trieste, un altro confine.
Il monumento in questione è la cosiddetta colonna “della Fuga in Egitto“; lo si può tuttora ammirare lungo la Strada di Fiume, presso il numero civico 591, al bivio che scende verso il villaggio di San Giuseppe della Chiusa. Per i lavori connessi alla grande viabilità era stata smontata (28 giugno 2005), conservata a Trieste e infine ricollocata al suo posto d’onore (28 settembre 2008). Durante il lavori stradali la colonna era stata conservata in quell’orfanotrofio “dei monumenti” che è il Giardino del Capitano del Civico Museo di Storia ed Arte – Orto Lapidario. In quell’occasione un restauro da tempo rinviato aveva permesso di scoprirne nuove caratteristiche proprie di un manufatto di arte “popolare”.
La colonna, in sé molto semplice, sostiene una lastra con un’immagine scolpita della Fuga in Egitto. Il fusto presenta un’epigrafe che recita:
Hic Lapis/ factus in caput an/guli Clucensis/ erectus fuit a com(mu) n(itate)/ Rizmagnensi/ in honorem S. Josephi/ sponsi B. M. Virginis/ et patroni totius/ litoralis/ a(nno) D(omini)/ 1816
Ovvero, tradotto:
Questa colonna, fatta in capo all’angolo della Chiusa, fu eretta dalla comunità di Rizmagne in onore di S. Giuseppe, sposo della Beata Maria Vergine e patrono di tutto il litorale nell’anno del signore 1816.
Il paese di San Giuseppe della Chiusa era infatti noto come Ricmanje e Rizmagne; la chiesetta locale, intitolata a San Giorgio, fu dedicata a San Giuseppe nel 1749, dopo un cosiddetto “miracolo”: una lucerna prese ad ardere ininterrottamente pur senza avere olio, posta davanti all’altare dell’omonimo santo.

Il monumento si compone di un basamento costituita da un blocco di arenaria, sul quale si erge un “dado” di pietra, a cui segue una base composta da un tronco di piramide decorato con foglie scolpite agli angoli.
A queste “radici” segue poi il “fusto”: un prisma ottagonale che porta inciso a metà della colonna l’epigrafe, incorniciata in alto da un cuore divino e in basso da un grappolo di uva, entrambi leggerissimamente in rilievo.
Il capitello, alla sommità della colonna, presenta un fiore a rosetta al centro di un festone, mentre gli angoli esibiscono una foglia d’acanto.
La colonna infine presenta una pietrosa chioma nella forma della lastra con la raffigurazione della “Fuga d’Egitto”.
La parte con la raffigurazione si compone di una cupoletta che sormonta un drappo scolpito a festoni. La “cupola” presenta al centro una sfera con inciso un nastro; c’è anche un fiore con più petali. Il nastro, come rilevava nel 2005 la studiosa Marzia Vidulli Torlo, ha un grande foro, “per l’infissione di un elemento metallico, una croce?“. Il drappo incornicia la scena principale: un bassorilievo raffigurante la Vergine con il bambino sopra un asino, condotto per le briglie da Giuseppe. Quest’ultimo si volta a guardare Maria, mentre in cielo compare un angelo protettore. Il tutto è adornato da foglie di alloro.
Il retro della lastra è a sua volta decorato con un paffuto cherubino, sormontato dalle lettere in rilievo “IHS“. Quest’ultimo è un cristogramma: un monogramma composto da lettere dell’alfabeto greco e latino che presentano abbreviato il nome del Cristo. In questo campo il monogramma IHS era tra i più popolari a partire dal XIV secolo, grazie al suo ampio utilizzo da parte di San Bernardino da Siena.
In sé, dunque, la colonna non ha un particolare valore: è una scultura modesta, opera di uno scalpellino locale. La sua bellezza deriva dalla sua storia e dal suo essere una tessera di quel composito mosaico di cippi, statue, lapidi, iscrizioni e targhe che testimoniano la faticosa ramificazione di Trieste verso l’entroterra. Un’opera “popolare” della quale i locali di Ricmanje andavano (giustamente) orgogliosi.
Fonti: Marzia Vidulli Torlo, Visti da vicino: le attività. La colonna della Fuga in Egitto dal bivio per San Giuseppe della Chiusa in Atti dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste, periodico annuale n.21 (2005), Trieste, 2007
[z.s.]
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