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mercoledì, 5 Ottobre 2022

Coronavirus, la Cina e i tamponi anali. Fare il tampone fa male?

28.01.2021 – 08.13 – Letteralmente, un cambio di direzione nei test per il Coronavirus. Non è uno scherzo ma una notizia autentica e serissima, che viene dalla Cina. Si può forse perdonare la ricerca di un po’ d’ironia all’interno di uno scenario decisamente variopinto (specie in Italia), quello della pandemia Covid-19, di fronte alla decisione della sanità cinese di utilizzare il tampone anale, unitamente a quello nasale o faringeo, per la verifica della positività al Coronavirus dei cittadini del Dragone. Il tampone del ‘test fatto alle spalle’ è composto da una superficie di cotone in cima a un bastoncino di plastica (un ‘cotton fioc’ un po’ più lungo, insomma), imbevuto di una soluzione salina, che viene introdotto per 3-5 centimetri e successivamente testato in laboratorio per la presenza del virus

Il test, come riportano Washington Post e Bloomberg rilanciando informazioni cinesi, non sostituisce completamente gli altri tamponi, ma si affianca a essi, in particolare per il monitoraggio delle situazioni considerate a maggior rischio; la scelta di questo tipo di test appare peraltro comprensibile vista la persistenza, ormai verificata e documentata dagli studi, del virus nel tratto intestinale, dove sembra vivere più a lungo rispetto a quello respiratorio. Secondo i ricercatori cinesi, il nuovo test permetterà di innalzare il livello di qualità della verifica e di accertare un maggior numero di situazioni: per ora è stato sperimentato su comunità bene identificate e ristrette, ma numerose, ad esempio quella composta da più di 1000 fra alunni e insegnanti delle scuole di Pechino dove tutti e tre i tipi di tampone (quello utilizzato nel naso, quello per la gola e quello anale) sono stati utilizzati congiuntamente dopo che un caso asintomatico era stato identificato in un complesso scolastico. Il tampone anale, come aveva riportato World News, era già stato utilizzato a settembre su viaggiatori cinesi rientranti in patria; la dinamica del test coinvolgerebbe un medico e due infermiere, e durerebbe pochi secondi, senza dolore: più una questione di timidezza e di vergogna, quindi, che di paura, ma sufficiente a sollevare numerose critiche da parte della cittadinanza cinese stessa, al quale, per un campione di ben l’ottanta per cento degli intervistati, il nuovo metodo non piace, anche perché non c’è certezza che il Coronavirus si trasmetta per via fecale una volta raggiunto l’intestino, e si andrebbe quindi a fare un test che, anche se risultante positivo, sarebbe poi inutile per il contenimento della malattia.

E la questione dell’ “a quanto servano effettivamente i tamponi e i test” al contenimento e monitoraggio della malattia rimane, e se ne parla molto anche localmente. Personale Asugi impegnato nella cura agli anziani ammette infatti, un po’ a denti stretti, che il disagio, o il dolore, che una persona più fragile prova nel momento in cui viene sottoposta a un tampone non è un elemento d’attenzione da sottovalutare; per questo i test, in particolare sugli anziani asintomatici, verrebbero fatti, come da protocolli approvati in Friuli Venezia Giulia, solo una volta la settimana. Ma il tampone è veramente doloroso?
Un po’ come un’iniezione d’altri tempi, dipende da persona a persona, e da tipo di tampone a tipo di tampone, oltre che, naturalmente, dalla mano dell’addetto sanitario; il livello di disagio e di dolore, a quanto si sente dire da chi il tampone l’ha fatto e spesso, su una scala da 1 a 10 non supera mai il 4, e nella maggioranza dei casi si è vicini all’1 o al 2. A quel poco, o niente, di dolore, però, nelle persone fragili e sole, chiuse da giorni nelle strutture per asintomatici senza poter incontrare i propri cari, si aggiunge l’ansia, che diventa paura del proseguimento della condizione di positività, e quindi di reclusione: fino a una riapertura completa delle altre strutture per anziani infatti l’unica destinazione possibile diversa da quella della struttura Covid rimane il proprio domicilio, e non sempre, per chi non ha familiari o la possibilità di avere (e soprattutto trovare con facilità) un’assistenza privata, questo è possibile. Il disagio, più che dolore, provocato da un tampone nel naso è lieve (non assente), e può lasciare quella sensazione di acqua nella cavità nasale che si avverte nuotando sott’acqua: il test dura poco, pochi secondi, e la sensazione se ne va dopo un minuto o due. Quello nella faringe non provoca dolore, e al massimo può causare una sensazione di rigetto nelle persone più sensibili: quando il tampone tocca il fondo della gola, può venire istintivamente da vomitare, rendendo l’esperienza non piacevole. Tutto diventa più semplice se c’è la presenza del medico o se si ha confidenza con l’infermiere professionale che spiega quello che sta per succedere; presenza, e soprattutto empatia, che per gli anziani rimasti soli diventa fondamentale, perché solo quella, nelle ore trascorse ad attendere di ‘negativizzarsi’ come è diventata prassi Asugi dire, è rimasta.

[f.f.]

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