28.01.2021 – 20.51 – Dopo Pfizer, in Europa si litiga su AstraZeneca. Quando si scommette tutto, o quasi tutto, su una carta, c’è sempre il rischio che quella carta non esca, e che tutti i piani e le promesse fatte all’opinione pubblica saltino per aria, senza passare dal via e dai gazebo di lillà (per i quali si erano già iniziate a fare le gare d’appalto: miracoli della politica italiana). È ciò che accade, tristemente, con le previsioni di vaccinazione di massa, e non solo per quanto riguarda l’innovativo vaccino mRNA di Pfizer, ma un po’ per tutti gli altri: si va a rilento, le dosi non bastano (anzi le quantità di vaccino disponibili, a dirla tutta e senza guardare il dito al posto della luna, nell’Unione Europea sono drammaticamente basse), e fra poco si festeggerà il primo anniversario dall’inizio dell’incubo Coronavirus, fra una Germania che non vede segnali di calo nel numero d’infezioni (e ha vaccinato solo il 2 per cento dei cittadini) e l’Italia in cui si cambia di colore ad algoritmo piacendo e con poche basi scientifiche, senza che si veda ancora la luce in fondo al tunnel, e con una immunità di gregge, su cui punta il ministro Speranza, sempre più lontana.
La scarsità di dosi di vaccino è prevista almeno ancora per un paio di mesi, forse tre, e così si vanifica, con ogni probabilità, il vantaggio di aver cominciato già a dicembre: in Spagna, a iniziare dalla regione di Madrid, c’è ora lo stop alla prima dose di vaccino, visto che non si sa quando la seconda potrà arrivare. C’è di peggio: l’efficacia reale del vaccino Pfizer, che ha iniziato a essere monitorata con il nuovo anno, potrebbe essere attorno al trenta per cento, ovvero meno della metà rispetto a quella prevista, e, per tornare alla Germania, la commissione vaccini tedesca ha raccomandato di non somministrare il vaccino AstraZeneca alle persone ‘over 65’, ovvero proprio alle categorie più a rischio, perché mancano i dati sull’efficacia in quella fascia d’età; e AstraZeneca è il vaccino su cui molte nazioni europee, fra le quali l’Italia, hanno investito di più. AstraZeneca ha comunicato di non poter far fronte al volume di consegne che l’UE si aspettava; l’UE, che ha ordinato il vaccino per conto dei suoi stati membri (400 milioni di dosi), risponde che questo è inaccettabile e che il produttore deve fare di più: “Siamo dispiaciuti”, scrive l’UE su Twitter attraverso la commissaria Stella Kyriakides, “per la continua mancanza di chiarezza sulle date di consegna e chiediamo un piano di consegna preciso per le dosi da noi ordinate sul primo trimestre”. E il produttore, a sua volta, risponde che sta rispettando gli accordi, basati – ed è questo che forse la politica europea non aveva detto subito a chiare lettere ai suoi cittadini – sul ‘best effort’, ovvero il miglior impegno possibile, che tradotto per chi non si occupa di contratti recita: “ce la posso fare oppure no, e in ogni caso non vi ho promesso niente, il nostro accordo non è un impegno contrattuale”. Cosa che l’Unione Europea ammette. E in effetti, ha confermato Pascal Soriot, CEO di AstraZeneca a Repubblica, “c’è un po’ di ritardo”, che si traduce in un numero considerevolmente più basso di dosi consegnate. “Altri paesi”, come il Regno Unito, ha spiegato Soriot, “le hanno ordinate prima; appena avremo raggiunto un numero di vaccinazioni sufficienti nel Regno Unito, saremo in grado di usare anche gli impianti inglesi per aiutare l’Europa”.
“Le società farmaceutiche e i produttori di vaccini hanno responsabilità morali, sociali e contrattuali che devono sostenere. L’opinione che una società non sia obbligata a consegnare i vaccini non è corretta”, ha risposto Kyriakides, “né accettabile”. Le carte da giocare per l’Unione Europea nei confronti dei produttori, però, non sono molte: anzi, praticamente nessuna, l’esperienza ha insegnato che l’UE è stata sempre piuttosto rapida nell’istruzione di cause legali nel momento in cui ci sono state le basi per farlo e gli analisti pensano che, se ci fossero ora, si sarebbe già mossa, mentre al di là delle dichiarazioni a effetto non c’è ancora nient’altro (sulla questione Pfizer, pesa la definizione di ‘finestra di consegna’: tutto andrà bene, per Pfizer, se all’interno di quella finestra di diversi mesi, il numero complessivo di dosi consegnate sarà quello concordato, e non si sono a quanto sembra stabiliti punti di verifica più stringenti). Colpa dei produttori? Difficile, e forse ingiusto, affermarlo, anche se di fronte agli enormi profitti è una reazione naturale. Le previsioni di chi conosce bene il settore, però, erano di un vaccino pronto per la distribuzione attorno ai 18 mesi dopo la sua messa in cantiere, quindi nella primavera 2021; i tempi sono già stati anticipati, e purtroppo la realtà produttiva e logistica di un vaccino non è quella della fiction televisiva in cui la nuova scoperta, una volta fatta, diventa disponibile per tutti nel giro di pochi minuti. È il motivo per cui la speranza nel vaccino miracoloso che ci fa di colpo dimenticare il Coronavirus è vana; ci vorranno anni e lo si sapeva, e i ritardi nella vaccinazione minacciano di cancellare, oltre a quel poco di buonumore che ci era tornato, l’ipotesi di una seppur minima ripresa dell’economia europea questa primavera.
[r.s.]


