Stati Uniti, Trump non molla e trova alleati in Texas. Fra un colpo e l’altro, però, l’epilogo si avvicina

09.12.2020 – 22.15 – Ma perché gli americani ci interessano? Interessano, interessano. Non solo per il 1954, o perché Melanija Knavs è nata (nel 1970) a trenta chilometri di distanza da Lubiana e quindi è ‘di casa nostra’ (con persino dei tour organizzati dai nostri ‘locals’ , nel recente passato, per far visita al suo paese), o perché nell’era Trump il sostegno a nostri vicini fortemente nazionalisti come l’Ungheria di Orban, con la quale Trieste è fortemente legata, e la Polonia (che si è avvitata nell’antidemocrazia) sia stato particolare, o ancora perché la Nuova Via della Seta si sia allontanata dal nostro porto (indossando forse abiti diversi, ma non chiamandosi più Cina, almeno per ora). Piuttosto, perché di fronte a un’economia europea entrata con il Covid nella peggior crisi dal Secondo dopoguerra, a un’Italia con PIL meno dieci per cento che presto (quando finiranno le casse integrazioni imposte) dovrà sostenere almeno un milione di posti di lavoro in meno, e a un Regno Unito (anch’esso da molto tempo vicino a Trieste, e in molti modi) che sta per entrare in una Brexit No-Deal (il peggiore dei suoi incubi), perdere o anche solo vedersi ulteriormente ridurre il sostegno americano (e senza l’alternativa cinese) sarebbe per noi drammatico.

Cosa domina l’America, oggi? Una grande confusione. E come stanno andando le cose a Donald Trump? Non bene. Ci si potrebbe aspettare una certa soddisfazione dall’ormai quasi certamente, a meno di rovesciamenti che appaiono sempre più lontani con il passare dei giorni, ex presidente degli Stati Uniti, dopo che gli stati della Georgia, del Michigan e del Wisconsin hanno manifestato la possibilità (termine da sottolineare) di accettare l’appello di Trump per una verifica dei voti e una possibile disputa del risultato che ha visto Joe Biden vincitore. In realtà, però, vera soddisfazione non c’è, perché finora Trump è in pratica riuscito a ottenere tre risultati: spendere un mare di denaro in cause legali (per inciso: lo staff di Joe Biden era pronto a fare altrettanto se il risultato fosse stato l’opposto), subire sconfitte (attraverso il rigetto delle istanze presentate) prima ancora di arrivare in tribunale, e dare qualche martellata in più alla credibilità della democrazia e ancora di più del sistema elettorale statunitense, con una proporzione di quasi 50 a 50 fra gli indipendenti (e questa è la cosa più grave) se parliamo di chi crede che i risultati siano stati almeno in parte manipolati e chi invece ha fiducia nelle istituzioni che li garantiscono. Secondo Ken Paxton, procuratore generale del Texas, i risultati ottenuti nel corso delle elezioni in stati, come a sua opinione potrebbero essere proprio quelli della Pennsylvania e della Georgia, nei quali le leggi elettorali non sono state seguite, potrebbero aver influenzato i risultati anche in altri stati, fra i quali il Texas stesso, e ci sarebbero quindi le basi per ritenere che tutti gli stati dell’Unione possano esser stati almeno indirettamente influenzati, fino ad invalidare il risultato generale in tutti e 62 i collegi elettorali. Tracciando un’iperbole: invertiamo l’onere della prova, se tu sistema elettorale non riesci a dimostrarmi che tutto sia stato perfetto allora io elettore posso dire che non lo è stato e bisogna rifare le elezioni. Per Paxton, la responsabilità di un pronunciamento andrebbe trasferita al Congresso, e una decisione di quest’ultimo avrebbe valide basi costituzionali per essere definitiva. Se il risultato dell’insieme dei 62 collegi venisse riconosciuto come influenzabile dai risultati di alcuni di essi, si aprirebbero le porte per un secondo mandato Trump; Paxton, in un’intervista (rilasciata però a Fox News, emittente molto vicina a Donald Trump), ha dichiarato che “Il Covid-19 è stato usato come giustificazione”, indirettamente mascherando alterazioni. Vicini a questa posizione si sono dichiarati anche Leslie Rutledge, procuratore generale dell’Arkansas, Eric Schmitt procuratore generale del Missouri, e Jeff Landry, della Louisiana; Donald Trump avrebbe quindi a loro opinione tutto il diritto di utilizzare “ogni mezzo legale a sua disposizione” per contestare il risultato.

La dichiarazione dei procuratori generali che sostengono Trump è quello che negli Stati Uniti si potrebbe definire a pieno titolo un “long shot”: un “colpo lungo”, che si traduce però meglio, da noi, in “azzardo”: arriva infatti proprio nel momento in cui la Corte suprema, sulla quale i Repubblicani stessi hanno forte influenza, ha rigettato la richiesta di altri Repubblicani e quindi di Trump di bloccare la certificazione dei risultati elettorali in Pennsylvania: un colpo fortissimo per “The Donald”, quasi definitivo, considerato che solo poche ore prima della decisione Trump aveva in modo irrituale rivolto un appello diretto ai suoi membri chiedendo il loro supporto per invalidare l’elezione di Biden: “Vediamo”, aveva twittato, “se qualcuno, vediamo se qualche giudice, ha il coraggio o no di fare quello che tutti in questa nazione sanno che è giusto”.
Del resto, negli Stati Uniti, la diffamazione e l’assenza di una Par Condicio durante le elezioni non sono cose considerate altrettanto gravi come in Europa, e i due contendenti, di colpi sotto la cintura, se ne stanno scambiando molti. I nove giudici della Corte suprema, sei conservatori fra i quali i tre nominati da Trump stesso (Gorsuch, Kavanaugh e Barrett), e tre liberali, non hanno commentato, né annunciato pubblicamente un dissenso, ma hanno ‘cassato’ le richieste di “The Donald”, dando un segnale secondo i costituzionalisti statunitensi chiaro, ovvero quello che la Corte suprema degli Stati Uniti non desidera essere coinvolta nelle azioni di Trump stesso. “Nessuna corte di giustizia”, ha commentato il viceprocuratore capo Bart Delone con riferimento al caso della Pennsylvania, “ha mai emesso un ordine che annulli i voti già certificati dal governatore di uno Stato; la decisione di un giudice di interferire a questo livello sarebbe un’incalcolabile perdita di credibilità e di fiducia nei confronti dell’opinione pubblica e della Costituzione”.

Trump, però, non si arrende: “Vinceremo”, ha dichiarato non più tardi di sabato in Georgia; tutto ruota intorno ai voti a distanza, che sarebbero stati, secondo Trump, fortemente manipolati a causa di un sistema che non garantisce la loro verifica certa. Il problema, però, è che quel sistema esiste già da un bel po’, e in precedenza, per quanto oggetto continuo di scambi di accuse e di polemiche, né i Democratici né i Repubblicani hanno pensato di spendersi per migliorarlo: quindi, in definitiva, prima della sconfitta di novembre andava bene anche a Trump, che ora lo contesta. Mentre Trump registra video e continua a mandare tweet e messaggi, però, voci di corridoio hanno fatto trapelare perlomeno a Guardian e CNN che gli incontri fra avvocati si sono ridotti, e che lo staff sta per mettere in atto la strategia d’uscita, che porterebbe alla rinuncia ad altre azioni legali. L’epilogo sulle elezioni americane 2020, le più brutte di tutto il Secolo Breve e dei primi vent’anni del nuovo millennio, si potrà leggere però forse solo a gennaio, quando, pena l’instabilità generale dell’Unione e il verificarsi di una situazione senza precedenti, Trump dovrà probabilmente rinunciare alla lotta. Quello che sicuramente resterà sarà un paese d’Oltreoceano fortemente diviso al suo interno: per l’Europa, e per il mondo, questo non sarà meglio.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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