Southworking: lavorare dal sud per un’azienda del nord. Un fenomeno crescente

02.12.2020 – 07.00 – Un fenomeno cresciuto esponenzialmente quest’anno, a causa del lockdown di marzo, è il southworking, ovvero lavorare in smartworking al sud per un’azienda del nord Italia. Le persone che hanno adottato questa soluzione sono solitamente tra i 40-50 anni, laureati (per la maggior parte in economia, ingegneria o giurisprudenza). Anche se il loro numero esatto è sconosciuto, un rapporto di Svimez ha stabilito che ci sono 45mila southworkers tra i dipendenti di aziende con almeno 250 addetti, ma questa cifra potrebbe essere solo la punta dell’iceberg, infatti sempre secondo l’analisi, si potrebbe raggiungere le 100mila persone includendo le piccole e medie imprese.
Un fenomeno che offre innegabili vantaggi a dipendenti, aziende e alla società in generale. I primi possono contare su affitti più bassi rispetto ai grandi centri del nord Italia e a un costo della vita inferiore; le seconde, invece, riducono i costi fissi delle sedi fisiche e possono godere di una maggiore flessibilità negli orari di lavoro. Quanto alla cittadinanza in generale, ci sono dei vantaggi insiti sia nello smartworking in generale che al southworking in particolare. Quanto ai primi, va sicuramente considerato il calo del traffico e la riduzione del sovraffolamento nei centri urbani medio grandi con le conseguenti ricadute positive per quanto concerne la salute, la qualità dell’aria e la qualità della vita.

Per quanto riguarda il southworking specificamente potrebbe essere la chiave per frenare il declino del numero di abitanti al Sud e soprattutto la fuga dei giovani laureati, in quanto, negli ultimi 16 anni oltre un milione di meridionali ha lasciato la propria città. Infatti, come sottolineato nel rapporto: “Poter offrire ai lavoratori meridionali occupati al Centro-Nord la possibilità di lavorare dai rispettivi territori di origine potrebbe costituire un inedito e quanto mai opportuno strumento per la riattivazione di quei processi di accumulazione di capitale umano da troppi anni bloccati per il Mezzogiorno e per le aree periferiche del Paese”.

Tuttavia, il southworking comporta anche alcuni problemi. Infatti, le imprese temono di perdere il controllo sul personale o accresciuti problemi di sicurezza informatica, e devono, altresì, mettere da parte risorse per permettere ai dipendenti di operare da remoto in altre zone della Penisola. Al contempo, i lavoratori devono fare i conti con le difficoltà che caratterizzano tante zone del Meridione, come i servizi sanitari e di trasporto di minore qualità, e la preoccupazione di avere poche chance di far carriera rimanendo al Sud. Infine, l’avanzare del lavoro da remoto e il conseguente svuotamento delle città principali porteranno alla chiusura, in quelle realtà, di, ad esempio, bar e ristoranti per i lavoratori, lo svuotamento degli immobili adibiti ad ufficio e al calo inevitabile dei ricavi dagli affitti.

Lo svuotamento delle grandi aree urbane rappresenta però una grande occasione per quelle realtà più piccole, tra cui potenzialmente Trieste, che riuscissero ad attrarre, con buoni servizi ed un’alta qualità della vita, i fuoriusciti da città come Milano. Esempio scelto non a caso visto la ben nota ostilità del Sindaco della città della Madonnina, Sala, che timoroso dell’impatto della crescita del lavoro da remoto ha dichiarato in passato: “A mio giudizio è il momento di tornare a lavorare […] Un consiglio mi sento di darlo, io sono molto contento del fatto che il lockdown ci abbia insegnato lo smart working, e ne ho fatto ampio uso in Comune, ma ora è il momento di tornare a lavorare, perché l’effetto grotta per cui siamo a casa e prendiamo lo stipendio ha i suoi pericoli” frasi che hanno scatento una pioggia di polemiche.

In conclusione, lo smartworking sia al sud, sia all’estero, sono destinati ad essere una parte crescente del nostro futuro, e quasi certamente lo sarebbero stati anche senza la pandemia di quest’anno, in quanto le crisi accelerano i fenomeni sociali non li creano. E chi se ne era accorto per primo in Italia? Proprio, il comune di Milano che nell’ormai lontano 2014 indisse una giornata dedicata al lavoro agile.

a.z

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