04.12.2020 – 08.00 – Il trattato RCEP, Regional Comprehensive Economic Partnership, è stato firmato il 15 novembre scorso tra quindici paesi asiatici e pacifici, tra i quali spiccano Cina, Giappone, Nuova Zelanda, Australia, Corea del Sud e Vietnam; è un accordo infatti che rappresenta il 30% del pil globale, e coinvolgerà quasi un terzo della popolazione mondiale (più di due miliardi di persone). E incredibilmente avrebbe potuto essere ancora più grande, visto che avrebbe originariamente avrebbe dovuto farne parte anche l’India, la quale si è però ritirata dalle discussioni nel 2019 per paura di un ulteriore aumento del suo deficit commerciale con la Cina.
Inoltre, secondo le stime di alcuni economisti riportate dal Financial Times, l’accordo commerciale avrà la potenzialità di aggiungere 186 miliardi di dollari all’economia globale e un effetto dello 0,2% del Pil sui suoi membri.
Il trattato include venti capitoli di regole che coprono un po’ di tutto, dal commercio di beni, investimenti e commercio elettronico, alla proprietà intellettuale e agli appalti pubblici, con l’obiettivo di aumentare l’interazione economica basata su regole tra i membri, con la prospettiva di entrare in vigore quando tutti i firmatari lo avranno ratificato.
Il RCEP, inoltre, presenta due importanti elementi innovativi, il primo è il criterio che chiarisce che un prodotto fabbricato nell’ambito del Rcep può essere venduto in tutti e quindici i paesi che aderiscono al trattato. Ovvero, è il principio del mutuo riconoscimento, la cui introduzione nella comunità economica europea con la sentenza “Cassis de Dijon” (1979) diede un forte impulso al commercio tra i paesi membri. Precedentemente si riteneva che si dovesse vendere seguendola legislazione di ciascun paese membro, con il conseguente risultato di arenare la CEE. Infatti, nel tentativo di armonizzare le norma di vendita e produzione, a Bruxelles si discusse per anni su temi come la ricetta della maionese e della birra, visto che ogni paese aveva tradizioni (e leggi) radicalmente diverse. Il secondo elemento da sottolineare, è che, per la prima volta, Cina, Giappone e Corea del Sud si trovano regolati da un accordo di libero scambio che difficilmente avrebbero raggiunto cercando di accordarsi senza terze parti.
Per quanto riguarda, invece, le imprese europee, l’accordo rappresenta un’enorme opportunità, in quanto gli offre una piattaforma regionale che consente alle imprese europee di diversificare la catena delle forniture, ma nel contempo gli offre un mercato enorme, nel quale l’espansione della classe media porta ad una domanda crescente per prodotti europei di qualità.
Ma è una corsa in cui l’Italia parte decisamente svantaggiata. Infatti, attualmente, esportiamo verso quell’area soltanto per un totale di quarantatré miliardi, circa il 10% dell’export nazionale totale ed i tassi di crescita verso questi paesi non sono tutt’altro che buoni. Nel 2019 abbiamo registrato una diminuzione dell’export verso la Cina di circa il 6%, verso Singapore abbiamo perso perso addirittura più del 20%, verso il Viet Nam siamo scesi del 5% e verso la Nuova Zelanda del 2%. Soltanto in Giappone, tra i paesi più importanti, abbiamo registrato una crescita del 13%.
La nostra difficoltà’ nel penetrare commercialmente in Asia è dovuta alla scarsa conoscenza, da parte delle nostre imprese, di quei mercati e dal fatto che gran parte del nostro tessuto economico è composto proprio da PMI che, al contrario delle grandi aziende tedesche e francesi, hanno difficoltà’ ad aggregarsi e ad allearsi. In Francia e Germania, l’80% dell’export verso paesi non-UE e’ portato avanti da aziende con più’ di 250 impiegati, da noi soltanto il 50%. Il 35% del nostro export verso paesi non-UE e’ composto da aziende tra i 50 e 250 impiegati, mentre queste sono solo il 10% in Germania e Francia.
Infine, dal punto di vista geopolitico, indubbiamente, con questo trattato l’ago della bilancia del potere economico e politico si sposta ancora di più dall’atlantico al pacifico, in particolare si rafforza il potere economico e il soft power cinese. Soprattutto, vista l’assenza dell’India e degli Stati Uniti, infatti, questi ultimi oltre a non partecipare a questo accordo erano usciti, durante la presidenza Trump dal TPP, l’accordo di partenariato trans-pacifico, pertanto si ritrovano assenti da due delle più ampie aree di libero commercio asiatiche. In definitiva, è un ulteriore importante mattone nel costituirsi del secolo asiatico.
a.z


