Le prime fotografie di Trieste: i perduti dagherrotipi di C. Fontana

26.12.2020 – 08.10 – Trieste, per i suoi suggestivi scorci e per i suoi panorami naturali, è sempre stata un soggetto irresistibile per i fotografi, fin dall’infanzia di quest’arte ancora giovane, con poco più di un paio di secoli alle spalle. Lo spettacolo del Carso, ma ancor più del golfo che racchiude come in un abbraccio Trieste hanno catturato l’immaginazione degli artisti; ma a tutto ciò va sommata l’azione umana, attraverso la voluta costruzione urbanistica di vie e piazze, che rimangono tutt’oggi “scenografiche”.
Le prime tracce della fotografia a Trieste risalgono all’aprile del 1839, quando il negozio di Giovanni Mollo espose per la curiosità dei visitatori un’attrezzatura per la dagherrotipia.
L’invenzione della dagherrotipia – il primo procedimento fotografico al mondo – era stato presentato in Francia proprio quell’anno, riscuotendo grande successo. Una lastra di rame a cui era stato applicato uno strato d’argento veniva sensibilizzata alla luce con vapori di iodio. Lo sviluppo della fotografia richiedeva un’ora di esposizione a vapori di mercurio a cui seguiva il definitivo fissaggio. L’argento col tempo si anneriva se esposto alla luce e pertanto la fotografia doveva essere conservata con speciale attenzione. L’utilizzo dei vapori inoltre rischiava d’intossicare lo sfortunato fotografo. L’Italia adottò assai poco la dagherrotipia, a confronto con la Francia e l’Inghilterra. Ma Trieste era all’epoca con l’Austria; e grazie agli influssi austro-tedeschi il dagherrotipo si diffuse assai rapidamente. Se ne interessò presto il figlio di un “mercante e numismatico” triestino, Carlo Fontana. Oggigiorno se ne ricorda soprattutto il figlio Guido per la militanza garibaldina e per essere diventato il segretario di Mazzini quand’era in esilio a Londra. Il padre Carlo abitava in via Romagna 10, dove aveva allestito un atelier per realizzare ritratti con dagherrotipo.

Le prime ufficiali fotografie di Trieste risalgono pertanto all’autunno del 1839; il 24 novembre il giornale liberale La Favilla descrive l’eccitante novità del dagherrotipo, grazie a una penna d’eccezione, Francesco dell’Ongaro.
Il giornalista rileva che “questa singolare ed importante scoperta” non poteva mancare di avere “un brillante successo anche in Trieste, dove l’amenità dei contorni, la serenità del cielo, la purezza dell’aere sono opportunissimi a tali esperimenti, in cui la luce è il primo elemento”.
I primi tentativi da parte di Carlo Fontana furono disastrosi, perchè “nell’ispezione dell’apparato, si trovarono infranti alcuni recipienti dei fluidi, sparso il mercurio con non lieve danno delle lamine metalliche, sulle quali doveva essere impressa la mirabile prospettiva”.
Pertanto “cominciammo a disperar del successo”.
Tuttavia Fontana decise di riprovare il giorno successivo; e meraviglia! “Si ottennero due prospetti, tanto belli e felici quanto era lieto desiderare”.
“Fu davvero un nuovo e meraviglioso spettacolo – ricorda dell’Ongaro – quando la lamina già impressa dall’invisibile spettro, esposta alla fumigazione del mercurio, cominciò a mostrare l’immagine ricevuta”.
Ecco allora delinearsi “i declivi del colle, le case biancheggianti ond’è popolato, spiccate nettamente dal campo con una esattezza microscopica; apparendo all’occhio nudo le più minute particolarità della scena, rese evidenti e distinte dalla sola digradazione del chiaroscuro”.
Il giornalista lo descrive come “un altro Fiat Lux: in pochi secondi la superficie uniforme della lamina si animò in un quadro così compiuto, che la più delicata incisione in acciaio potrebbe appena rozzamente imitare”.
Come bambini alle prese con un nuovo giocattolo, Fontana e i suoi amici accorrono a fotografare il giorno dopo “la Borsa e il Teatro” che “sorpresero i più difficili e sofisticati osservatori”.
Il giornalista osserva come la diffusione della dagherrotipia fu resa possibile solo grazie “alla liberalità del governo francese” grazie a cui “questo ritrovato non è più privilegio di un solo, ma una comune proprietà”.

Un autoritratto – purtroppo in bassa qualità – di Fontana, dalla bibliografia

Carlo Fontana presto trasformò quest’hobby in un lavoro, producendo ritratti al dagherrotipo per gentili fanciulle dell’alta società e finanzieri in marsina. Ma questi primi dagherrotipi, tremule immagini di una Trieste che fu, andarono perduti.
Sette anni dopo, nel 1846, passò brevemente a Trieste Ferdinando Brosy: un prussiano residente a Venezia che lavorava quale fotografo ambulante con la moglie e la figlia, girovagando tra Padova, Rovigo e Verona. Per un nobile quale Fontana il dagherrotipo era un piacevole passatempo, ma presto la fotografia diventò un lavoro vero e proprio. I primi a muoversi in questa direzione furono la coppia di tedeschi di Francoforte Gerothwohl & Thanner. Stando a un annuncio dell’epoca ricevevano i clienti in un atelier situato all’Hotel de France, n. 7, terzo piano, dalle 10 alle 16. I due fotografi non producevano però dagherrotipi, ma utilizzavano la “calotipia”. Si trattava di una tecnica di sviluppo delle immagini di minore qualità rispetto al dagherrotipo: la foto veniva fissata su carta e si disponeva soprattutto di un negativo con cui produrre multiple immagini. La fotografia si avviava a essere di massa, alla portata di tutte le tasche. La coppia di tedeschi nell’occasione prometteva che i loro lavori erano “all’occhio più accetti delle stesse incisioni e litografie e possono colorirsi e portarsi anche fino all’acquerello”.

Fonti: Italo Zannier, Fotografia e fotografi a Trieste, in La Bora, n.3, aprile-maggio 1980

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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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