Fabbriche della Trieste che fu: la vernice di Svevo e i London Biscuit

05.12.2020 – 08.00 – La Trieste industriale e la Trieste portuale spesso vengono analizzate come due realtà nettamente distinte; da un lato il porto, dall’altro l’industria. Ma nella realtà l’una è la conseguenza dell’altra; il porto-emporio di teresiana memoria, la cui figura chiave è il mercante, cede il passo nel secolo del vapore allo spedizioniere con il porto industriale. Il punto franco nord non solo ospitava la merce, ma procedeva alla sua lavorazione, portando a termine una o più fasi del prodotto finito.
La crescita portuale, a sua volta, incentivava lo sviluppo industriale: l’economia della città-porto garantiva tanto le materie prime, quanto il bacino di mercato necessario a vendere i prodotti.
La cantieristica, certo; ma non occorre dimenticare quante industrie ruotassero intorno alle necessità di rifornimento delle navi: cordame, olii industriali, vernici sottomarine, saponi, strumenti di alta precisione (valvole, manometri, misuratori, ecc ecc).
La provincia di Trieste nel 1920 ospitava 13mila industrie con meno di venti operai ciascuna; una galassia di microimprese che forniva lavoro complessivamente a 30mila operai. La sola Trieste aveva in quegli anni ancora 220 officine di legname. Numeri ingenti su cui si abbatterà la duplice scure della crisi del 1929 e della perdita rispettivamente dell’entroterra austro-tedesco e centro-orientale.

Stabilimento di vernici e intonaci sottomarini di G. Veneziani

L’azienda venne fondata da Gioacchino Veneziani negli anni delle riforme liberali austriache del 1860; precisamente nel 1863. Il prodotto di lancio e la specialità dell’azienda era la vernice “Moravia” la cui invenzione, protetta da brevetto, verrà utilizzata in lungo e in largo dalla maggior parte delle navi dell’epoca. Si trattava infatti di una vernice che impediva la dissoluzione, ad opera di microrganismi e salsedine, della pittura delle navi. La fabbrica era situata sul colle di Sant’Andrea. Durante la prima guerra mondiale il fabbisogno di vernice per la flotta austro-ungarica era tale che l’azienda venne requisita e i macchinari trasferiti nel porto militare di Pola. Ma non bastava ancora e la fabbrica venne ripristinata anche a Trieste, sotto la tutela dell’ingegnere Carlo Hlavka, membro dell’imperiale Ispettorato industriale, che guardava con un occhio di favore gli industriali austro-italiani. La fabbrica verrà poi ri-organizzata negli anni Venti e continuerà a essere una realtà industriale importante anche durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ma i più la ricordano per la parentela di Veneziani con un “certo” Italo Svevo che verrà infatti assunto quale dirigente aziendale nella ditta del suocero, concludendo alcuni importanti affari con la marina britannica.

La fabbrica di G. Veneziani, prima metà del ‘900. Dal catalogo della mostra “L’industria triestina tra ottocento e novecento”, 11-22 aprile 1983

Pastificio Triestino

Fondato nel 1909, con sede in Viale Ippodromo (Montebello), il Pastificio Triestino aveva una capacità produttiva di 100 quintali. Il suo rapido successo lo dotarono, alle soglie della Prima Guerra Mondiale, di una centrale elettrica azionata da tre motori a vapore, un sistema di essiccazione realizzato in situ e, insomma, impianti all’epoca moderni. Vi lavoravano tanto maestranze locali, quanto “regnicoli”, ovvero cittadini italiani emigrati a Trieste. Allo scoppio della guerra molti dei membri del consiglio di amministrazione fuggirono in Italia, tra cui Vittorio Venezian e Vittorio Girardelli. Rimase a gestire lo stabilimento solo il condirettore Giuseppe Rangan. Con la fine del conflitto la fabbrica venne autorizzata a produrre ed esportare paste secche, ma il permesso venne presto revocato, perchè si voleva evitare la concorrenza “con gli altri stabilimenti italiani”.

Stabilimento London Biscuit Factory A. Gatti

La London Biscuit Factory A. Gatti nacque verso il 1890 in un’area tra Montebello e Barriera Vecchia. Lo stabilimento, formatosi con il concorso di una società inglese, produceva biscotti di qualità rivolti ai mercati del levante, ma il cui gusto “british” seppe presto sfondare anche nel mercato anglosassone.
Nonostante la concorrenza nel 1920 del “Napoletano”, la fabbrica continuava a produrre biscotti apprezzati “in viarie città principali del Regno, le quali sono gradevolmente sorprese di trovare nella Venezia Giulia una industria alimentare tanto perfezionata”. L’industria, fin dagli esordi, aveva investito pesantemente nella tecnologia, con cinque impastatrici della capacità di 300 chili l’una e una catena di montaggio che garantiva una rigida igiene nella preparazione dei dolci. Un’attenzione che permise alla Gatti di vendere soprattutto alle madri ansiose di dare biscotti “sani” ai propri bambini.
La fabbrica, trascorsa la parentesi del conflitto, era dotata di un laboratorio, rimesse per gli autocarri e scuderie. Ma soffrì tremendamente la concorrenza al ribasso delle industrie italiane; la Gatti infatti “evita inesorabilmente tutto quanto sa di surrogato, continuano ad offrire alla sua clientela prodotti di prim’ordine”.

La fabbrica “di biscotti”, reparto macchine. 
Dal catalogo della mostra “L’industria triestina tra ottocento e novecento”, 11-22 aprile 1983

Stabilimento G. Cante per la lavorazione del legno

Lo stabilimento G. Cante venne fondato durante l’anno della Primavera dei Popoli (1848); la quale, a Trieste, per l’indifferenza generale della popolazione, fu più un tranquillo autunno, venato di stranianti notizie oltre confine. Lo stabilimento si sviluppò in un’area di 2mila metri quadri in Via Piccardi, presto adottando “modernissimi macchinari azionati a vapore”. La fabbrica si caratterizzava inoltre per l’illuminazione elettrica e persino per il lusso del riscaldamento.
Prima del conflitto mondiale vi lavoravano cento operai, tutti triestini, sotto la direzione del proprietario G. Cante, a sua volta disegnatore e progettista dei mobili offerti.
La fabbrica produceva arredi completi in legno, serramenti, porte, ma senza trascurare grandi costruzioni come interi padiglioni, capanni da caccia e così via. Vi si lavorava anche d’intarsio con decorazioni di metallo per mobili di lusso che trovavano un fertile mercato nella vicina Italia, nell’Impero Ottomano, in Egitto e in Sud America. La fabbrica inoltre era specializzata negli arredi per le farmacie. Anche la G. Canti attraversò forti difficoltà durante gli anni della guerra, specie per la mancanza di materie prime; e il ritorno alla normalità comportò la perdita della manodopera specializzata, immolata in trincea o emigrata altrove. Negli anni Venti l’azienda ormai era avviata alla dissoluzione. Una curiosità: fu la G. Canti a costruire le tribune e il padiglione in stile liberty del totalizzatore dell’Ippodromo di Montebello, prima che venisse ricostruito nel 1950.

Stabilimento A. Salto per la confezione di carta da sigarette

Quando iniziarono a diffondersi le prime cartine per sigarette, verso gli anni Sessanta dell’ottocento, l’opportunità di un nuovo business venne immediatamente colta dal signor A. Salto, il quale inaugurò il suo primo impianto nell’Istanbul dell’Impero Ottomano (1868). “Fuma come un turco”, si dice tutt’oggi, e presto la fabbrica crebbe sotto la sigla di A. Salto & H. Uziel espandendosi fino a Trieste. Il primo stabilimento venne fondato nella città-porto in via Ireneo della Croce (1888); si componeva di macchine a pedale e a mano, con le quali si fabbricavano interi “libretti” di cartina da sigarette. Anche i triestini, come i turchi, erano accaniti fumatori; e presto lo stabilimento si trasferì in via Pietro Kandler. I mercati principali rimanevano quelli del Levante: Tunisia, Tripolitania, Egitto e Siria.
Il fumo vende bene, le “cartine” della Salto sono richieste dappertutto; e la fabbrica si trasferisce nuovamente in uno stabilimento “ampio e modernissimo” in via Media.
L’industria, a (quasi) totalità femminile, si componeva di un primo piano dove lavoravano 120 operaie con i macchinari, mentre il secondo piano ospitava i reparti per la lavorazione delle “cartine” con operazioni di laccatura e lucidatura. La fabbrica, considerando il periodo, era particolarmente all’avanguardia: il primo piano era ben ventilato, con un sistema ad hoc di riscaldamento, e gli stessi macchinari disponevano ciascuno di un suo motorino, in modo da evitare l’utilizzo delle cinghie di trasmissione, fonte di violenti infortuni.
Le cronache raccontano che “le trasmissioni, tanto pericolose negli opifici dove lavorano, in prevalenza, donne, sono state completamente eliminate”.
Dopo la parentesi bellica, la fabbrica nel 1920 aveva ripreso a funzionare per la sua affezionata, ma tossicchiante clientela.

Fonti: Le grandi industrie alla svolta degli anni Venti, Meridiani del Nord Est, 9 giugno 1994
Diana de Rosa, L’industria triestina tra Ottocento e Novecento, Astra, Trieste, 1983
L’economia della regione Giulia nel 1926: relazione del Direttore col concorso di Dario Doria, Mario De Vergottini, Umberto Citter, Trieste, Officine grafiche de La Editoriale Libraria, 1926

[z.s.]
[Riproduzione riservata]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

Ultime notizie

Dello stesso autore