Cose dell’altra Europa: Slovenia-Israele, Ue-Ungheria-Polonia, Serbia-Russia, Cina-Balcani Occidentali

Europa Centrale

14.12.2020 – 09.25 – Slovenia-Israele: il premier sloveno Janez Janša ha incontrato l’omologo israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme.
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erché conta: gli israeliani hanno fiutato presto il nuovo Zeitgeist della politica internazionale. Soprattutto dopo l’avvento di Donald Trump, il graduale disfacimento degli organismi multilaterali e la crisi della diplomazia sta facilitando lo sbilanciamento a favore degli Stati più forti; e in Medio Oriente il più forte è Israele. Incalzati dalla Casa Bianca, già molti Stati arabi hanno abbandonato la linea – almeno retoricamente – filopalestinese e, hanno normalizzato i rapporti con lo Stato ebraico. L’ultimo, dopo Bahrain, Emirati arabi uniti e Sudan, è stato il Marocco la settimana scorsa. In questo contesto i governi più nazionalisti dell’Ue stanno rinsaldando il legame con Gerusalemme, anche contravvenendo alla linea comunitaria, parzialmente critica di alcune iniziative intraprese dallo Stato ebraico (esempio, le colonie in Cisgiordania). Affermare il proprio sostegno assoluto a Israele nelle contese mediorientali, sull’esempio di Trump, è così divenuto un tratto distintivo delle (aspiranti) autocrazie centro-europee: dopo Ungheria e Polonia, ora pare il turno della Slovenia. Da quando si è insediato con una manovra parlamentare lo scorso aprile, Janša sta conducendo un aperto tentativo di orbanizzazione del paese. In politica estera il premier sloveno tende a emulare le mosse del suo modello ungherese, o a schierarsi in sua aperta difesa quando non può farlo – come nel dossier bilancio pluriennale. Con questa visita, celebrata da Netanyahu come “l’inizio di una bella amicizia“, Janša lancia un messaggio chiaro: il suo governo è pronto a sostenere in toto Israele, ignorandone le violazioni del diritto internazionale. Questo il significato implicito della sua dichiarazione: “gli sloveni sono realisti e riconoscono il ruolo di Israele per la pace nel mondo e nella regione”. A riprova di questo impegno, a inizio dicembre Lubiana ha inserito Hezbollah (sia il ramo militare che quello politico) nella lista delle organizzazioni terroristiche, una mossa che segnala sempre un riposizionamento a favore di Usa e Israele, come nel caso della Cechia. In cambio, si aspetta di ottenere, magari a prezzi di favore, uno dei fiori all’occhiello dell’industria israeliane: le tecnologie avanzate, specie nel campo dell’intelligenza artificiale. Questa la quintessenza del sovranismo declinato in politica estera: interpretare lo scenario internazionale esclusivamente come un’arena dove perseguire i propri interessi nazionali, senza doversi curare della tenuta del sistema né di pastoie come la difesa dei diritti umani.    

Per approfondire: Inside Lubiana. Janez Janša ha ottenuto pieni poteri come Orbán. La Slovenia si scopre sovranista [Linkiesta]

Polonia-Ungheria-UE: i sindaci di Varsavia e Budapest hanno chiesto all’Ue di ideare un modo per far arrivare i fondi comunitari agli enti locali, qualora venissero ridotti per le inadempienze dei rispettivi governi sullo Stato di diritto attivando la nuova clausola inserita nel bilancio pluriennale 2021-27 approvato la scorsa settimana.
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erché conta: la questione è decisiva. I governi di Polonia e Ungheria, responsabili negli ultimi anni di svariate violazioni dello Stato di diritto e fautori di una svolta autoritaria, sanno di non potersi permettere di perdere i fondi Ue, che garantiscono gran parte della crescita economica dei loro due paesi, e quindi della loro legittimità interna. Ecco perché, se finora le iniziative intentate dalla Commissione europea per riportarli nei ranghi, come apertura di procedure di infrazione o deferimento alla Corte di Giustizia europea, si erano dimostrate inefficaci, la proposta di condizionare l’erogazione dei fondi alla valutazione dello Stato di diritto di ciascun paese beneficiario nel prossimo bilancio pluriennale ha subito allarmato Orbán e i colleghi polacchi. Che, solo dopo un lungo braccio di ferro al Consiglio europeo, hanno accettato di togliere il veto sulla proposta per il bilancio pluriennale 2021-27, contenente anche il Recovery fund. Approvato da tutti i 27 capi di Stato europei, entrerà in vigore il primo gennaio 2021. Per Ungheria e Polonia si tratta di una successo a metà: l’allocazione dei fondi comunitari sarà effettivamente vincolata allo Stato di diritto, lo scenario che avrebbero preferito scongiurare, ma l’eventuale riduzione dei fondi sarà attuata solo dopo una sentenza della Corte europea. Ovvero, secondo gli esperti, non prima di due anni dalla segnalazione della Commissione europea. Questa la vittoria tattica dei ribelli centro-europei: Viktor Orbán ha tutto il tempo per prepararsi a stravincere le prossime elezioni nazionali (2022), studiando nel frattempo contromisure ad hoc assieme ai polacchi. Una di queste, già pronta sul tavolo, permetterebbe di fare di necessità virtù. Poiché anche in caso di diminuzione la gestione dei fondi comunitari e la loro redistribuzione sul territorio nazionale resterebbe prerogativa dei governi centrali, questi potrebbero agevolmente dirottarli soltanto sulle regioni e sui comuni governati da loro affiliati decurtando le risorse assegnate a quelli in mano all’opposizione. In questo modo, la contrazione dei fondi a disposizione consoliderebbe paradossalmente la presa del governo sulle istituzioni, indebolendone gli avversari che, privati dei fondi Ue, si troverebbero ancora più in difficoltà a reperire risorse con cui rispondere ai bisogni dei propri cittadini. Il malcontento che ne deriverebbe sarebbe subito intercettato dall’esecutivo. Un circolo vizioso ideale per gli ultra-conservatori al potere in Ungheria e Polonia: sarebbero i loro avversari a dover pagare il conto della loro insubordinazione.   

Per approfondire: Luci e ombre del compromesso sullo stato di diritto tra Ue e Polonia-Ungheria [Pagella politica]

Balcani Occidentali

Serbia-Russia: la settimana scorsa Belgrado è stato uno dei 17 Stati che ha votato contro una risoluzione Onu, poi approvata dall’assemblea, che invita Mosca a restituire all’Ucraina la Crimea, annessa manu militari nel 2014. Come Stato candidato la Serbia sarebbe tenuta ad allinearsi alla politica estera dell’Ue, i cui membri hanno espresso compattamente un voto favorevole alla risoluzione.
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erché conta: non è una novità, è già successo, ma è comunque significativo: chiarisce che, retoriche a parte, Belgrado non ha alcuna intenzione di farsi dettare la linea da nessun altro – tanto meno da Bruxelles. Per il regime di Aleksandar Vučić avere le mani libere sullo scacchiere internazionale è fondamentale: la sua sopravvivenza dipende in larga parte dalla possibilità di intrattenere rapporti con tutti gli attori esterni, ricavandone il massimo dei vantaggi. La Serbia cerca gli investimenti della Cina, della Turchia e degli Stati del golfo; vuole mantenere il supporto politico della Russia, sempre pronta a farle da avvocato nei consessi internazionali – per esempio non riconoscendo il Kosovo; accoglie più che volentieri i fondi pre-adesione Ue, incassando anche la legittimità che gli garantisce lo status di paese candidato. Uno status di cui non può fare a meno. La maggior parte della popolazione serba è ancora molto favorevole all’entrata nell’Ue e nessun governo serbo potrebbe abbracciare una causa alternativa (al momento peraltro inesistente). La retorica europeista è una scenografia convincente per poter continuare a coltivare i propri affari dietro le quinte. Quando però si tratterebbe di passare dalle dichiarazioni ai fatti, come nel caso della votazione Onu sull’annessione illegittima della penisola ucraina da parte della Russia, si squarcia il velo di Maya: la Serbia tiene troppo alle sue amicizie per rischiare di comprometterle con qualche sgarbo azzardato. Tanto, riflettono a Belgrado, se l’Ue si è già mostrata disponibile a tollerare deviazioni alla linea intraprese dai suoi stessi Stati membri (vedere la prima notizia), perchè non dovrebbe chiudere ancora una volta un occhio su quelle degli Stati candidati? 

Per approfondire: Serbia-Russia, i rapporti si raffreddano? [Osservatorio Balcani e Caucaso]

4) Cina-Balcani Occidentali: un nuovo report pubblicato dal think tank European council for foreign relations (Ecfr) fotografa la crescente infiltrazione della Cina nel panorama mediatico della regione.
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erché conta: non diversamente dagli altri pesi massimi globali, agendo sullo scenario internazionale la Cina non si limita a perseguire soltanto obiettivi economici, sebbene siano questi quelli più visibili. Come tutte le potenze del suo rango, coltiva mire egemoniche, adoperando gli strumenti di soft power di cui dispone per proiettare l’immagine di sé come una superpotenza, pienamente accreditata come nemesi del numero uno, gli Usa. In questa campagna multidimensionale e coordinata, uno di questi strumenti sono i media. Penetrando nei sistemi mediatici dei paesi in cui opera, Pechino si prodiga per promuovere la propria azione come benefica per le popolazioni locali e proporre il proprio modello di capitalismo di Stato come una valida alternativa al canonico (e superato?) connubio democrazia liberale – libero mercato. Come conferma, lo studio dell’Ecfr, curato dall’analista Vladimir Shopov, sottolineando come nei Balcani occidentali i conglomerati mediatici pubblico-privati filocinesi stiano iniziando a trattare anche temi “politici”, dopo essersi dedicati perlopiù ad affari e economia. Secondo l’esperto russo, lo Stato cinese ricorre a un paniere di iniziative molto eterogeneo per crearsi una stampa amica: organizza soggiorni studio per giornalisti in Cina, produce contenuti propagandistici da pubblicare sui media locali, come documentari esplicativi sul “sistema di governo cinese”; propizia interviste con funzionari cinesi che forniscano la versione di Pechino su questioni controverse come i prestiti cinesi erogati agli inaffidabili governi della regione. Il paese in cui la presenza mediatica della Cina è più imponente è, prevedibilmente, la Serbia: per esempio, la stampa filocinese serba tende a presentare come investimenti quelli che invece sono prestiti, contribuendo a diffondere l’idea che Pechino stia agevolando la crescita del paese, quando invece sta semplicemente confezionando affari per sé vantaggiosi. Questo tipo di narrazioni anestetizzano l’opinione pubblica rispetto alla sempre più ingombrante e opaca presenza cinese nei propri paesi, sottraendo l’attore pubblico al controllo della cittadinanza.  

Per approfondire: La Cina nei Balcani: alla conquista del mercato europeo [Istituto Analisi Relazioni Internazionali]

s.b