Cose dell’altra Europa: Ungheria, Cechia, Croazia, Serbia-Montenegro

Europa Centrale 

07.12.2020 – 10.20 – Ungheria: l’europarlamentare ungherese József Szájer, fedelissimo di Viktor Orbán, si è dimesso dopo che è stato accertata la sua partecipazione a un’orgia con soli uomini a Bruxelles, attività peraltro in violazione delle restrizioni imposte per il coronavirus. Il politico ungherese è stato fermato dalla polizia belga mentre cercava di scappare calandosi da una grondaia; nel suo zaino sono state trovate pasticche di ecstasy.
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erché conta: questa vicenda pruriginosa non è interessante come gossip, quanto perché racconta molto dell’Ungheria odierna, e del divario tra quello che Fidesz, il partito di Orbán al potere dal 2010, dichiara di voler costruire e quello che è effettivamente. Szájer non è solo un europarlamentare tra i tanti, bensì un sansepolcrista di Fidesz, fondata come partito moderatamente liberale alla fine degli anni ‘80 nelle schiere dell’opposizione anti-comunista. Soprattutto, è stato uno degli artefici di quella “Legge fondamentale” – di fatto la Costituzione dell’Ungheria – che proibisce il matrimonio omosessuale. Szájer è stato coinvolto direttamente anche in tutte le successive proposte legislative anti-LGBT, come l’emendamento recentemente introdotto che impedisce l’adozione alle coppie omosessuali.
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a plateale ipocrisia di un rappresentante politico che, mentre gode della libertà sessuale della comunità brussellese, agisce per limitare le libertà degli individui non eterosessuali in patria è stata subito denunciata da europarlamentari e opposizione ungherese. In Ungheria, tuttavia, temendo le devastanti ricadute che questa storia avrebbe potuto avere sull’immagine del governo, i media filo-governativi (pressoché tutti) hanno raccontato la vicenda in modo fazioso, quando non apertamente distorto. Le dimissioni di Szájer sono state presentate tacendo sull’orgia gay, ma ricorrendo – come tipico del copione mediatico dell’orbanismo – a non meglio chiariti poteri occulti, che avrebbero punito l’europarlamentare ungherese per la sua difesa dei valori tradizionali. Secondo gli osservatori, la stampa di regime sta faticando per trovare un’angolatura adatta con cui trattare questo episodio in modo che non leda le credenziali nativiste e ultra-conservatrici rivendicate dal governo magiaro. Questi sono i casi in cui si comprende la funzione primaria del controllo pervasivo sui media nel progetto orbaniano: la maggioranza degli ungheresi viene tenuta in una bolla, senza che resoconti indipendenti o anche solo contrari alla versione ufficiale possano penetrarla e stimolare indignazione, critica, dissenso. Richiamata la declinazione politica di questo scandalo, resta infine la sofferenza privata di una persona. Come ha constatato Eva Balogh, una delle più acute commentatrici della realtà ungherese, “Szájer è un uomo che ha combattuto tutta la vita contro la propria omosessualità. Ha fatto quello che ci si aspettava facesse: sposarsi e fare un figlio. È diventato un importante politico e ha deciso di vivere nel falso. Di tutto questo, non è l’unico responsabile (..) Quando [dimettendosi] ha parlato del ‘peso psicologico portato per trent’anni di carriera politica’ che non è più riuscito a sopportare, forse, dentro di sé, si riferiva anche alla tortura psicologica che ha subito in questi tre decenni”. 

Per approfondire: Bruxelles: sesso, droga e un parlamentare Fidesz [Ungheria news

Cechia: la Commissione europea ha giudicato il premier Andrej Babiš, eletto nel 2017 su una piattaforma anti-corruzione, in conflitto d’interessi. Nonostante abbia formalmente abbandonato la guida del conglomerato Agrofert – beneficiaria negli anni di ingenti fondi pubblici e terza azienda ceca per fatturato – nel 2017, Babiš ha mantenuto legami con l’azienda e ha continuato a partecipare alle negoziazioni sui bilanci pluriennali dell’Ue, bacino di quei fondi che Agrofert continua a ricevere. La compagnia ha ottenuto milioni di euro anche dopo il 2014, anno in cui Babiš ottenne il dicastero delle Finanze nel governo guidato dal socialdemocratico Bohuslav Sobotka. La Cechia potrebbe esser ora costretta a restituire oltre 450 milioni di corone (poco meno di 17 milioni di euro) all’Unione europea. Babiš continua a sostenere di non aver commesso reati e di aver agito in conformità con le norme ceche.
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erché conta: la vicenda è già stata descritta dal nostro giornale lo scorso ottobre, quando il Senato ceco, controllato dalle opposizioni, aveva stabilito che il premier ceco fosse in conflitto d’interessi, reiterando le conclusioni cui era giunto il Parlamento europeo la scorsa primavera. Giudicando insostenibile la posizione di Babiš, l’organo legislativo comunitario aveva in quell’occasione deliberato che, nel caso in cui il reato fosse stato confermato, per il premier si sarebbero profilate solo tre opzioni: dimettersi, vendere le sue quote in Agrofert, o accettare l’interruzione dell’erogazione dei fondi alle aziende connesse con la sua compagnia. In attesa di un epilogo certo, il fatto avrà delle ricadute anche sulla politica estera ceca. Ora il governo del premier, un esecutivo di minoranza che si regge sui voti di una forza esterna (i comunisti), diventa ancora più fragile e ricattabile. Babiš ha finora cercato di coltivare buoni rapporti anche con la Cina, adottando posizioni spesso contraddittorie (a volte pro, a volte contro Huawei), anche per soddisfare le esigenze dei settori filocinesi della sfera economica ceca. Il suo capitale negoziale e la sua autorevolezza sono ora largamente ridotti: a Babiš conviene abbassare la testa ed evitare di attirarsi l’animosità dei partner occidentali con posizioni troppo eterodosse – come quelle di Polonia e Ungheria – e improvvide aperture a est. Un altro piccolo fattore che accelererà il riallineamento alla linea Usa che Praga sembra aver intrapreso negli ultimi mesi: dopo l’iscrizione del ramo politico di Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche, è arrivato l’annuncio che la Cechia diventerà il secondo paese Ue dopo l’Ungheria ad aprire una “sede diplomatica” a Gerusalemme

Per approfondire: Conflitto di interessi. Perché il Parlamento europeo sta indagando sul premier della Cechia [Linkiesta]

Balcani Occidentali

Croazia: il rigassificatore di Castelmuschio/Omišalj, sull’isola di Veglia/Krk, sta per diventare operativo. Avrà una portata di 6 miliardi di metri cubi l’anno, a fronte di infrastrutture croate che ne possono sopportare solo 2.7 miliardi – circa l’80% del consumo annuale di gas del paese. Secondo il governo, l’impianto permetterà alla repubblica adriatica di muoversi verso “l’indipendenza energetica”, diversificare le fonti di approvvigionamento e diventare un hub energetico per i paesi della regione.
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erché conta: come l’elettrodotto tra Pince e Cirkovci inaugurato lo scorso ottobre, questo “progetto di interesse strategico” fa infatti parte del potenziamento dell’interconnessione delle reti energetiche tra paesi di Mitteleuropa e Balcani già membri Ue, supportato finanziariamente soprattutto da Bruxelles. Dei 233.6 milioni di euro stanziati per la costruzione di questo piattaforma galleggiante, 101.4 sono arrivati dall’Ue, 100 dal governo croato e il resto dalla compagnia energetica pubblica Hep, croata ma con una forte partecipazione dell’Ungheria. Che sarà, non a caso, una delle principali destinazioni di questo gas naturale. Destinazioni secondarie potrebbero essere: Austria, Repubblica ceca, Slovacchia, Serbia, Slovenia e Bosnia Erzegovina.
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n ottica Ue, questo tipo di progetti contribuisce al tentativo di diminuire la dipendenza energetica dalla Russia, che fornisce più del 40% del gas naturale consumato dal blocco comunitario (dati 2018). In ottica croata, aumenta l’influenza che Zagabria può giocare nella regione, sfruttando uno dei suoi vantaggi competitivi: l’accesso all’Adriatico, privilegio che nessuno degli Stati sopra elencati – tranne Slovenia e Bosnia Erzegovina, ma per tratti di molto inferiori a quello croato – può vantare. Inserendosi in questo progetto, l’Ungheria mira invece a garantirsi energia a prezzi calmierati e a rafforzare ulteriormente la propria presenza sull’Adriatico. Non godendo di sbocchi sul mare, il paese mitteleuropeo è sempre alla ricerca di questo tipo di occasioni, come evidenziato anche dall’interessamento per il porto di Capodistria/Koper e gli investimenti nel porto di Trieste – nella sede dell’ex impianto petrolifero dell’Aquila. Critici di questa iniziativa le autorità locali e le associazioni ecologiste.  

Per approfondire: Croazia, il mega-rigassificatore che dissangua le casse europee [Valori]

Serbia/Montenegro: negli ultimi giorni, i due paesi sono tornati ai ferri corti. La procura montenegrina ha accusato la controparte serba di immischiarsi negli affari interni del paese adriatico, difendendo i cittadini serbi che sono stati giudicati colpevoli del golpe tentato nel 2016. Nello stesso periodo, Podgorica ha espulso l’ambasciatore serbo Vladimir Božović, accusandolo di “interferenza persistente e costante” negli affari interni montenegrini.
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erché conta: a partire dall’indipendenza dalla Serbia ottenuta per via referendaria nel 2006, il governo montenegrino, guidato invariabilmente dai socialisti del presidente Milo Đukanović, ha propugnato una linea apertamente anti-serba, che ha ostracizzato la minoranza serba del paese. Đukanović e la sua cerchia hanno cercato di incardinare un’identità nazionale montenegrina diversa da quella serba, rispolverando tradizioni arcaiche, propagando l’esistenza di una lingua montenegrina autonoma dal serbo-croato, danneggiando la Chiesa ortodossa del paese, l’istituzione più rappresentativa delle comunità serbe, e integrando tutte le minoranze (bosgnacchi, croati, albanesi) tranne quella serba. Negli ultimi quindici anni, nonostante numerosi scandali e un alto livello di corruzione, le élite montenegrine si sono garantite legittimità (e immunità) agli occhi dei partner occidentali presentandosi come un partner affidabile, pronto a tradire lo storico amico russo entrando nella Nato nel 2017 e a implementare tutta la necessaria legislazione Ue. Le elezioni di fine agosto, vinte (di misura) da una cordata di partiti uniti soltanto dall’opposizione alla trentennale egemonia dei socialisti, hanno segnato un cambio di passo: venerdì scorso è nato il primo esecutivo senza socialisti dal 1991, un governo tecnico guidato dall’indipendente Zdravko Krivokapić.
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e mosse della procura e la cacciata del controverso ambasciatore serbo sono parse una scortesia di commiato dell’amministrazione uscente per mettere i bastoni tra le ruote al nuovo governo e complicare la sua delicata missione di risanare la relazione con Belgrado.

Per approfondire: Sconfitta per Đukanović in Montenegro [Osservatorio Balcani e Caucaso]

s.b