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venerdì, 9 Dicembre 2022

USA, “l’impero che non vuole essere impero”. Il legame con Trieste

21.11.2020 – 08.18 – Nell’occasione del compleanno del settantottenne neo presidente Joe Biden (20 novembre 1942), il Limes Club Trieste ha appropriatamente tenuto la conferenza “USA“, volta ad approfondire “l’impero che non vuole essere impero“, quegli Stati Uniti le cui convulsioni politico-economiche dominano le prime pagine dei giornali.
La cornice era l’ormai noto corso “Una strategia per Trieste”, organizzata con il supporto del Centro culturale Veritas, volta a fornire a chi lo segue una cassetta degli attrezzi di geopolitica per analizzare con cognizioni di causa i grandi fatti internazionali.
L’organizzatore, Simone Benazzo, ha ricordato le 4 tesi che il giornale Limes prova a sostenere in contraddizione con la vulgata comune: l’interconnessione globale (drammaticamente evidenziata dal Coronavirus; nessuno può sopravvivere nell’autarchia), i limiti dell’economicismo (non tutte le ragioni politiche sono mosse da motivazioni economiche), la centralità del conflitto (in contrasto con la “fine della storia”) e la debolezza intrinseca delle organizzazioni sovranazionali (nuovamente sottolineata dall’emergenza Coronavirus e dal “fuoco di fila” a cui è stato sottoposto un organismo debole quale l’OMS).
Le 4 tesi in questione, “stella polare del corso”, trovano perfetta corrispondenza con gli Stati Uniti, i quali “non sono un soggetto statale ordinario, perchè hanno una proiezione mondiale”. In tal senso un autore quale Federico Petroni è particolarmente adatto, perchè per sua natura è un autore multidisciplinare che ha scritto su più argomenti e tematiche, dalla guerra dei droni, alla geopolitica dell’Artico.

Gli Stati Uniti come nazione “inventata”

Federico Petroni ha sottolineato come gli USA rappresentino bene “il valore temporale della geopolitica, legata all’oggi“, perché fino a una manciata di settimane addietro, sotto la presidenza di Donald J. Trump, la situazione sarebbe risultata radicalmente diversa; mentre invece con l’approssimarsi del nuovo corso di Joe Biden, lo scenario è già profondamente cambiato. Lo stesso scenario delle elezioni americane presenta un quadro dove gli Stati Uniti sono “in tempesta”, divisi da polarizzazioni politiche d’ogni genere. Trump, in questo contesto è “un’espressione del malessere che vive e si agita nel paese”, che a sua volta si ripercuote sugli alleati, ignorati e/o verso cui si usa “il bastone invece della carota”. Gli Stati Uniti, insomma, sembrano aver rinunciato al ruolo di fattore ordinativo del mondo o se vogliamo del “poliziotto” internazionale.

Tuttavia, ha osservato Petroni, che ha adottato una prospettiva storica per spiegare questo “malessere”, occorre motivare questa “rinuncia” nel quadro della nazione americana, la quale più di tante altre è “inventata”.
Tutte le nazioni, ormai è assodato, sono delle invenzioni che nascondono, più o meno efficacemente, le proprie origini artificiali; il che non toglie nulla alla loro esistenza reale e condivisa dalla popolazione. Il caso americano, tuttavia, appare peculiare, perchè si tratta di una nazione che si reinventa continuamente, la cui invenzione è parte del proprio dna e segreto del suo successo. Petroni l’ha paragonata a un adolescente che passa attraverso più “fasi”.
Non esiste innanzitutto un popolo americano “nel senso di etnia”; nell’accezione inglese non c’è il termine “statunitense”; esiste solo essere americani. In quest’ambito, a partire dai primi nuclei religiosi che fuggirono nelle Americhe, l’unico, reale, collante è sempre stato quello dell’essere americano, dell’identificarsi con la nazione. Ci si riconosce nel modello culturale, mai nell’etnia. Un modello a sua volta fondato sull’idea della libertà; libertà dai dispotismi della “vecchia” Europa; e dunque libertà religiosa e libertà dell’individuo.
Questa concezione della nazione “senza storia” si riconnette bene all’idea del “tempo zero”, dello ricominciare la storia da una metaforica tabula rasa; dopo aver eliminato i nativi americani e i possibili rivali che contraddicevano questa “visione”, va da sé.
Non a caso la classica banconota americana da 1 dollaro è ambasciatrice di questa concezione del tempo e della storia; vi si legge infatti “l’Ordine Nuovo dei Secoli”.

Se il nuovo continente è una “pagina bianca su cui scrivere la storia”, ne deriva che il primo avversario è la natura, con cui l’americano ha un rapporto conflittuale, volto al dominio, all’asservimento. È il primo confronto della giovane nazione, tra seicento e settecento, con il nulla, “the wilderness, una natura selvaggia d’assoggettare per compiere il proprio destino. In questo contesto, quale nazione fondata sulla libertà che si disinteressa del mondo esterno, gli Stati Uniti si sentono titolari di una “missione redentrice” che non deve essere condotta “con i mezzi dei dispotici europei”. Casomai occorre “redimere con il buon esempio”, rafforzarsi al proprio interno “per far maturare quest’esperimento di libertà”. Questo non a caso fu l’appello lanciato da George Washington quando lasciò la Casa Bianca; e d’allora ha guidato tra alti e bassi il popolo americano.
Nel corso dell’ottocento gli Stati Uniti non rinunciarono né alla corsa coloniale, né alla guerra: la crescita statunitense infatti avvenne attraverso forme tipicamente imperiali che fosse a Cuba, in Sud America o ancor più nelle Filippine. Tuttavia ci si tenne lontani dalle politiche di potenza “all’europea”, oggigiorno adottate anche d’altri attori internazionali.

Il cambio di paradigma con la Seconda Guerra Mondiale

La conclusione della Prima Guerra Mondiale, la quale pure aveva intravisto una partecipazione statunitense massiccia, a fianco dell’alleato francese e inglese, contro il Reich guglielmino, riconferma questa mentalità espressa a suo tempo da Washington. Gli americani lasciano il continente, si disinteressano delle sue beghe; essi rifiutano la geopolitica europea con il suo carico di diritti e doveri.
Solo durante la Seconda Guerra Mondiale avviene la svolta che oggi conosciamo: l’assoggettamento della Francia prima e del resto dell’Europa poi sotto il regime nazista convince gli Stati Uniti ad assumersi una responsabilità globale.
In realtà a questo proposito, secondo Petroni, andrebbe chiarito che “gli Stati Uniti non sono mai stati isolazionisti, questo è un mito, in realtà mai c’è stato un vero isolamento”.
Si tratta invece di una narrazione storico-mitologica inventata durante la Seconda Guerra Mondiale per segnare il passo rispetto ai decenni precedenti; ma in realtà anche nell’arco di tempo considerato “isolazionista”, tra gli anni Venti e Trenta, gli USA erano continuamente impegnati in Asia. Pertanto, “dal rifiuto di immischiarsi” gli Stati Uniti paradossalmente giungono, nel 1945, “a dominare il mondo”, con la notevole eccezione del campo sovietico.
In realtà il disinteresse americano verso il mondo, il disprezzo verso la realpolitik europea, appare strettamente connessa a questo nuovo ruolo mondiale: attraverso l’assoluto predominio militare è possibile “tenere a bada i vecchi rivali e contenere la crescita dei potenziali rivali, dall’URSS, alla Cina comunista”.
“La nazione americana è poco curiosa del mondo, poco autoreferenziale, attenta a preservare il suo eccezionalismo” argomenta Petroni “pertanto il suo strapotere militare le consente di non doversi preoccupare della politica di potenza tradizionale, all’europea; non deve partecipare al gioco mondiale, perchè già lo domina dal punto di vista essenzialmente militare”. Questo assolve anche a un’altra ossessione statunitense, ovvero l’idea che l’esercizio del potere inevitabilmente corrompa; una visione puritana che comporta un assoluto predominio militare volto a “liberare” dall’esercizio della politica, di per sè “swamp“, infida palude.

La discrasia tra nazione e impero

Il quadro storico fornisce così la cornice, ma anche la tela sulla quale dipingere i “colori” della situazione statunitense nel 2020, tra continue fratture e divisioni.
Gli Stati Uniti appaiono come un “impero senza impero”; agiscono e governano come un’entità imperiale, ma ne rifiutano l’idea. Però de facto sono un impero.
Questo predominio, strettamente militare, si esplicita con la strategia del controllo dei mari, sull’esempio della Pax britannica (talassocrazia). Le diverse flotte dislocate nel mondo garantiscono che i rivali in Eurasia, dalla Cina, alla Russia, all’Iran, non raggiungano mai una posizione egemonica neppure nella propria regione. Il controllo si estende poi alla componente terrestre, con oltre 800 basi militari dislocate all’estero.
L’uso a fini strategici della potenza militare a sua volta ha conseguenze sul piano diplomatico, perchè come si suol dire, quando hai un martello, tutto quello che vedi è un chiodo. E in quest’ambito ogni possibile corsa agli armamenti degli stati rivali, così come degli alleati stessi viene percepito come una minaccia, trascurando il lato antropologico, sociale, culturale.

La situazione non muta significativamente passando dalla sfera militare a quella economico-finanziaria.
Gli Stati Uniti hanno infatti “la bilancia commerciale più sbilanciata al mondo“, ma è una “condizione della loro forza” perchè li trasforma nel “compratore di ultima istanza“.
Per molti, se non tutti i paesi, gli Stati Uniti rimangono il mercato principale, verso cui hanno pertanto un rapporto di dipendenza; essendo un mercato (ancora) fiorente, un forte importatore che “non può essere ricattato”. S’instaurano così stretti rapporti di dipendenza col centro “imperiale”, con l’America.
Se è vero poi che la maggior parte del debito americano è nelle mani dei cinesi, è altrettanto vero che se la Cina smettesse di finanziare il debito americano, dovrebbe liquidare i propri asset e in questo modo ridurrebbe la competitività delle proprie esportazioni. Non a caso anche la Cina mira a essere un mercato attrattivo, verso cui convogliare merci&investimenti; cosa che già accade con le esportazioni tedesche.

Il predominio si estende poi anche alla componente digitale: Internet nasce come una tecnologia militare, internazionalizzata al cessare della Guerra Fredda, quando invece è divenuta un mezzo perintelaiare il mondo con uno strumento americano“.
Se d’altronde si considera la posizione dei server e dei cavi sottomarini, ci si accorgerà che sotto il profilo “fisico” Internet rimane o in territorio USA o i suoi cavi ripercorrono quelle stesse rotte marittime sulle quali si fonda la sua potenza. La talassocrazia è pertanto anche digitale.

La posizione di forza degli Stati Uniti che si pongono “al centro dei commerci” implica però di comperare le merci degli altri a scapito delle proprie; e in questo campo si realizza la discrasia tra nazione e impero, tra popolazione ed establishment. La politica imperiale “scarica” i propri costi sulle classi industriali, abbandonate a favore degli investimenti esteri. Non si compera da decenni “americano”, perchè ciò impedirebbe una politica d’importazione. La nazione soffre pertanto per l’impero, ma a sua volta l’impero soffre se la nazione non è compatta. Ed è quanto avvenuto in questi ultimi anni, con gli USA che si presentano come una nazione in lotta con sé stessa.

L’America presenta da tempo tutti i segni della necessità di un diverso modello culturale; si tratta d’altronde di un cambio di paradigma ricorrente nella storia del paese. Dopo la guerra civile di metà ottocento fu deciso di ammettere un unico modello culturale, escludendo quello sudista; a seguito della Seconda Guerra Mondiale si optò per reinventare il rapporto tra stato e popolazione. Lo stato, rispetto al passato, aumentò a dismisura il proprio potere, conducendo all’ascesa di una tecnocrazia composta dai “competenti” selezionati “per merito”. Un modo, come con il predominio militare, per non entrare nella “palude” della politica, relegandola agli “esperti”, i “competenti”, i “tecnici” per l’appunto.
Il ruolo dello stato tuttavia si è negli ultimi decenni deteriorato, smettendo di funzionare in maniera efficiente: la burocrazia è cresciuta a livelli insopportabili, elefantiaci; basti considerare che lo stesso governo federale non sa quante agenzie governative sono attive nel paese. La tecnocrazia nel frattempo si è trasformata in una casta: le università attraverso cui si accede alle “leve del potere” sono ormai al di fuori delle possibilità della classe media e la mobilità sociale è da tempo congelata.

Queste contraddizioni ormai esplose in tutta la loro virulenza si esplicitano nello scontro tra stato federale e singoli stati federali nella gestione dell’emergenza Covid-19, così come nelle questioni razziali, in realtà espressione di un profondo dissenso tra il sud e il midwest e il nordest. Solitamente gli Stati Uniti ritrovavano una forma di unità attraverso un comune nemico e una comune guerra; ma oggigiorno ciò è molto difficile, perchè il dissenso proviene proprio da quella classe operaia e/o industriale che normalmente avrebbe fornito le truppe per il conflitto militare. Questo malessere interno si traduce in una disfunzione dell’impero americano che sì, si sta preparando ad assediare la Cina, ma allo scontro arriverà, nelle parole di Federico Petroni, “sgangherati da questa tempesta interna“.

Il legame odi et amo con il Porto di Trieste

Correva il 7 novembre 1797 quando gli Stati Uniti dell’America del Nord inaugurarono il proprio consolato nell’altrettanto giovane Trieste. La città-porto, la cui crescita tumultuosa negli anni di Maria Teresa e Giuseppe II d’Asburgo era stata paragonata più volte a quella del Far West, stringeva un forte legame con uno stato altrettanto fanaticamente devoto all’arte del commercio. Dall’occupazione alleata, proseguendo poi con gli interventi statunitensi nelle guerre balcaniche, Trieste ha sempre avuto un forte legame con gli Stati Uniti, nel bene e nel male.
L’argomento è stato affrontato dalla studentessa di Sconfinare.net, Maddalena Tobia, che ha preferito incentrare la ricerca sullo scalo giuliano, stretto tra l’incudine della Cina e il martello degli Stati Uniti.
La ricercatrice ha riepilogato le tappe salienti dello scontro USA vs Cina, ricordando come non fosse nato sotto la presidenza di Donald J. Trump, ma fosse già presente dagli inizi del duemila, prima che la guerra al terrorismo “distraesse” l’impegno americano dalla concorrenza anti cinese. In quest’ambito la One Belt One Road si configura come un tentativo che ha mostrato i suoi primi, incoraggianti segni anche sul fronte terrestre di creare un commercio globale slegato dalla potenza americana.
Gli Stati Uniti si sono mossi dapprima con una serie di pesanti dazi sull’acciaio e l’alluminio cinese e successivamente combattendo una guerra di tariffe che ha indebolito la rotta transpacifica. L’Italia, nonostante la formale appartenenza alla Nato, ha siglato a marzo 2019 il Memorandum of Understanding (Mou) con la Cina per la Via della Seta, la quale prevedeva esplicitamente una partecipazione cinese al Porto di Trieste. In quest’ambito, tuttavia, non mi risulta alcuna ferrovia a Kosice “in Slovenia”, come detto la studentessa durante la conferenza, quanto piuttosto in Slovacchia dov’era in programma una connessione ferroviaria. Il Friuli Venezia Giulia, in quest’ambito, ospita tuttavia una base militare NATO ad Aviano; e la stessa Trieste ha una lunga tradizione di rapporti con gli Stati Uniti.
La proposta cinese sotto il profilo economico risultava maggiormente attrattiva di quella amburghese; ma i tempi che si prolungavano e l’incertezza politica legata all’ostilità anti cinese ha portato all’accordo con la Germania.
Sotto un profilo nazionale, secondo la ricercatrice, la nuova presidenza di Joe Biden potrebbe favorire la cooperazione con i “soci” (erroneamente chiamati “alleati” dai giornali, termine adatto piuttosto a un contesto bellico), aumentando così il peso negoziale contro la Cina.
Una cooperazione – rigorosamente però sotto l’egida statunitense – disattesa sotto la presidenza di Donald J. Trump.

[z.s.]

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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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