Addio a Jan Morris, iconica autrice della Trieste “del nessun luogo”

21.11.2020 – 15.04 – Se ne va un altro frammento della Trieste “letteraria”: è morta ieri, venerdì 20 novembre, alla veneranda età di 94 anni, Jan Morris: giornalista britannica, storica, scrittrice e soprattutto amata “ritrattista” della vita di Trieste. L’annuncio della morte è stato dato dalla famiglia in un comunicato: “Lascia la partner di tutta una vita, Elizabeth”.
Nata da una famiglia di origini gallesi, cultura alla quale rimase sempre molto legata, Jan Morris iniziò a lavorare come giornalista a soli sedici anni prima di entrare nell’esercito alle soglie della Seconda Guerra Mondiale quale ufficiale dell’intelligence del Medio oriente. Anche il padre era stato nell’esercito durante il primo conflitto mondiale, senza mai riprendersi veramente dall’esperienza dei gas di trincea. Successivamente Morris si specializzò nei travelogue e nei reportage di viaggio, spostandosi in lungo e in largo nei territori dell’agonizzante Impero Britannico che analizzò negli anni Ottanta nei suoi saggi di storia ritraendolo con una nostalgia venata dall’esperienza personale.
Nel 1953 accompagnò, quale inviata del Times, la spedizione inglese alla conquista del Monte Everest, comunicando il raggiungimento della vetta a ridosso dell’incoronazione della Regina Elisabetta II. Un tempismo “regale”.
Durante il secondo dopoguerra, incoraggiata dalla moglie Elizabeth e perseguendo un’identità che aveva sempre percepito come femminile, “James” Morris, com’era conosciuto, divenne “Jan” dapprima assumendo ormoni femminili negli anni Sessanta e successivamente compiendo l’operazione di conversione a Casablanca.

I testi di viaggio della Jan Morris, che rimangono forse il suo lascito di maggiore spessore, si caratterizzano per una cura nella descrizione definita eccessiva, “over-impressionistic”, eppure caratterizzata da una ricerca del dettaglio “sensoriale” segreto del suo successo: dal fango di Istanbul, alla carta di bambù di Kyoto, alla pietra (riecheggiando l’ottocentesco John Ruskin) di Venezia. Ed è proprio la Serenissima, descritta con le sue calli, i suoi negozietti, le sue piazze, a essere terreno di prova per il testo “Trieste and the Meaning of Nowhere” (2001), tradotto in italiano “Trieste o del nessun luogo” (2003).
La città-porto era già stata utilizzata quale punto di riferimento e leitmotif nell’opera “Fifty Years Of Europe” (1997); Jan Morris ne recuperò alcuni elementi per un suo personale ritratto storico, non esente da errori e banalità, ma dall’indubbia scorrevolezza.
Descritta quale una “città allucinata”, l’opera della Morris mescola annotazioni storiche, aneddoti conditi di humor e ricordi personali, a partire da quando visitò la città quale soldato britannico negli anni Quaranta del novecento. La città “del nessun luogo” viene descritta in tutte le sue contraddizioni con un ricco apparato di notazioni letterarie che prediligono i caffè storici e le citazioni di James Joyce. La città che Morris descrive vive gli ultimi anni prima del duemila; e pertanto ritroviamo il sindaco Riccardo Illy e un clima ben diverso da quello attuale, nel bene e nel male.
Un piccolo aneddoto: una ricerca statistica del 1999, citata dalla Morris, affermava che all’epoca il 70% degli italiani non avesse idea che Trieste fosse in Italia. Sotto questo profilo si può almeno ben dire che la città è stata “riscoperta”.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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