Generazione senza obiettivi. Il Coronavirus e i giovani che non hanno lavoro

05.09.2020 – 15.56 – Per cercare lavoro questo, forse, è il peggior momento possibile degli ultimi cinquant’anni. Tranne per i ‘Navigator’, che sono stati assunti; è un’assunzione amara, il loro periodo di ‘tranquillità’ c’è stato e oggettivamente è stato felice ma è durato poco, e la primavera prossima è possibile che si ritrovino nella platea di quegli stessi disoccupati e percettori di reddito di cittadinanza ai quali avrebbero dovuto trovare un lavoro (e invece nulla: un fallimento epocale). Peggior momento possibile per il lavoro, si diceva, di fronte a un crollo del PIL a 2 cifre e soprattutto all’incertezza: nessuno, senza sapere cosa accadrà domani, è disposto ad assumere, e il mercato, fra l’eccesso di offerta e i consumatori che non consumano perché hanno paura di restare senza lavoro e stipendio, si sta fermando – con l’azzeramento di fatto del turismo, dell’intrattenimento, della moda, di una buona parte degli eventi e dei servizi e di tutto ciò che nel mondo, già da trent’anni, ‘fa Italia’ e si è sostituito all’industria.

A cadere in questo calderone dove l’acqua è già bollente (manca solo un pizzico di sale e poi la pasta è pronta), con la stessa istruzione scolastica e universitaria ai regimi minimi e abbagliata dalle ipotesi di formazione a distanza efficace in tempo zero, è un’intera generazione di giovani: centinaia di migliaia di giovani europei laureandi o appena laureati che avevano dei sogni, e che adesso, fatto l’ultimo esame e messa alle spalle la discussione della tesi fatta con due persone di pubblico (forse mamma e papà: neppure il nonno, e niente amici), si trovano di fronte a una scelta dura. Quella fra il buttarsi in mare senza avere ancora imparato a nuotare aprendosi una partita Iva (così da subito, senza neppure un corso di formazione) e trovandosi davanti alla necessità di cercare e convincere un cliente della validità di ciò che propongono (un salto non da poco, a vent’anni: dall’ipertutela, troppa, delle famiglie fino a ieri, allo sguardo severo o dispiaciuto del cliente che non oggi non compra), o ritagliarsi uno spazio fra i lavoratori online a contratto, in un Call center o in un negozietto con un lavoro temporaneo a chiamata e da 700 euro al mese se va bene, o vivere proprio di reddito di cittadinanza e di sussidi statali, rinunciando a qualsiasi crescita. L’ultima scelta, quella che dopo gli anni d’università spaventa di più, è il tornare in famiglia: di nuovo nella cameretta, con mamma che prepara la cena e papà che ti passa la paghetta settimanale.

Per molti, la speranza che, trascorso il lockdown di marzo e aprile, la vita potesse con giugno tornare normale è naufragata: così non è stato. Nell’Italia dove i protagonisti in prima pagina sono i settanta e ottantenni come Briatore e Berlusconi, c’è sì una quasi-normalità, vissuta su un campo di battaglia dove da un lato c’è chi i giovani li odia (e non si sa perché: perché non si ammalano) e dall’altra chi l’esistenza dell’epidemia la nega in toto, e fra una mascherina e chi, a cinquant’anni, la mascherina non se la toglie mai e le mani però non se le lava se non una volta a settimana (e non sono i giovani). E si continua. Gli studenti che avevano sognato di laurearsi in primavera, prendersi qualche mese di pausa magari viaggiando in treno in Europa, ballare e divertirsi negli anni d’età in cui farlo è più bello, e darsi poi da fare a settembre (il mese migliore) per trovare magari una collocazione in un’azienda di servizi in espansione si sono trovati invece di colpo in un limbo: mentre ricevono risposte negative (quando arrivano) dalle aziende, sono ancora nella stanza presa in affitto che avrebbe dovuto essere quella degli ultimi mesi, oppure con coraggio e pochi soldi in tasca hanno scelto di affittarne un’altra, magari per viverci con il loro fidanzato. E l’estate? Non è esistita. Dire che “in fondo sono cose superflue di fronte all’emergenza” – l’estate, il ballare, il divertirsi, l’amore – non è solo stupido e ingeneroso, è anche egoista, perché la predica spessissimo arriva dall’alto di una generazione che del divertimento “quella macchina qua devi metterla là” e della “Milano da bere” aveva fatto decalogo.

Questa generazione di nuovi laureati bloccati dall’incertezza e incapaci di trovare un lavoro che possa far coincidere le loro qualifiche e aspirazioni e le esigenze del mercato non solo non guadagna, ma si indebita (che sia poi la famiglia a indebitarsi al loro posto, poco cambia; forse peggio). 30, 40mila euro in poco tempo: l’affitto costa, e i prezzi dei generi alimentari non sono scesi durante il lockdown, né tantomento esiste uno “sconto energia” specifico per i giovani che, non ci stancheremo mai di parlarne, sono quelli che hanno un valore in capitale umano più alto, ma con meno soldi in tasca, mentre i soldi arrivano da chi si avvicina ai sessanta e in capitale umano vale molto poco ma di denaro da parte ne ha ancora. Vero, si fa qualcosa con l’ISEE, però a leggerle bene le caratteristiche di chi aspira al sussidio attraverso l’indicatore ISEE identificano la povertà totale; e per sostenerli attraverso un credito universale che dovrebbe necessariamente essere ancora potenziato (se così si volesse fare), lo Stato dovrebbe trovare altro denaro, perché i ventenni, in Italia, non sono per niente tanti ma sono comunque 3 milioni: 2 miliardi di euro al mese. Un’intera generazione di “irresponsabili” (non è quello che pensa chi scrive) rischia di venir lasciata indietro a meno che il governo non pensi immediatamente – di questo però non c’è ancora traccia – a una politica seria, incisiva, di incentivazione all’assunzione di ragazzi e ragazze fra i 18 e i 25 anni rivolta ad aziende e imprenditori, e non limitata a un bonus fiscale per due o tre anni ma distribuita su almeno un decennio (perché l’effetto di quello che stiamo vivendo in termini economici meno di dieci anni non durerà). E che non si limiti alla sola agevolazione per l’assunzione di apprendisti: certo sarebbe (ed è) molto meglio di niente, ma non permetterebbe ai datori di lavoro di utilizzare correttamente le capacità e le conoscenze acquisite dai giovani durante gli anni universitari e di perlomeno iniziare a qualificarli per futuri lavori pagati meglio, che permettano loro di pensare a un progetto di vita anche se spostato più avanti.

I giovani italiani sono “choosy”, ‘schizzinosi’, come disse Elsa Fornero? Troppo impegnati a cercare il posto di lavoro con la paga più alta possibile al minor impegno possibile? Indubbiamente fino a ieri lo sono stati, ed anche su questo i figli del Sessantotto devono farsi un esame di coscienza: in fondo l’obiettivo del posto di lavoro statale fisso e dell’illicenziabilità è qualcosa che non si sono inventati loro, ma che arriva da una borghesia piccola piccola, come il titolo del film. Oggi i servizi, anche quelli dei dipendenti pubblici, iniziano a servire di nuovo eppure una parte di dipendenti pubblici si rifiuta di tornare al lavoro per ‘motivi sanitari’ o piuttosto perché fare ‘lavoro Smart’ è stato scambiato per ‘avere uno stipendio Smart: me ne sto a casa e arriva lo stesso’. Il Coronavirus ha cambiato però anche questo e ormai le ragazze e le ragazze hanno scelto nella loro ricerca del posto di lavoro una politica che i giornali anglosassoni hanno definito del ‘click on anything’, ‘cerco tutto’: il problema è che persino il bar e il locale alla moda hanno ormai difficoltà, e il negozio di abbigliamento giovane ha chiuso le serrande, è rimasto aperto quello di tecnologia e telecomunicazioni ma comunque con meno clienti e più di un part time a venti ore la settimana non si trova, quando si trova: la competizione per i posti di lavoro ancora ottenibili è feroce (e c’è il problema di chi a lavorare in Italia è venuto da fuori), la paga oraria spesso scende sotto ai 10 euro lordi, più del quaranta per cento degli studenti pensa che la pandemia abbia direttamente danneggiato la loro possibilità di trovare un lavoro e altri hanno visto cancellare dalle aziende stage aziendali già programmati, aggiungendo alle altre difficoltà anche quella di spiegare che cosa facevano durante il lockdown e di smettere di pensare al ‘chissà come sarebbe stato se tutto questo non fosse successo’.

La situazione migliorerà? Non a breve. Settembre è ai suoi primi giorni ma lo stillicidio di posti di lavoro persi in Italia a causa delle politiche d’emergenza Covid-19 è già iniziato. Si era stimato sarebbero stati almeno un milione, i pessimisti dicevano due milioni; si vedrà, alcuni economisti parlano di una situazione mai vista dall’inizio degli anni Ottanta. Rispetto agli anni Ottanta, però, oggi c’è la fiera al ribasso: si accetta a tutto, si accetta a poco. Troppo poco. Non sarà per sempre, non lo è mai stato: molti, e i segnali si vedono già oggi, diventeranno imprenditori di sé stessi e porteranno idee nuove, altri saranno capaci per davvero di inserirsi nel mondo della trasformazione digitale e di lavorare via Google, Zoom e Teams, altri ancora immagineranno e realizzeranno nuovi servizi; una generazione di giovani, però, potrà iniziare veramente a vivere solo quando tutto sarà ormai alle spalle. Compresi i vent’anni. E dovremmo fare tutto ciò che possiamo per aiutarli.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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