ESOF2020 si conclude con il discorso di Conte: dalla scienza alla politica

06.09.2020 – 20.52 – La Closing Ceremony di ESOF 2020, dopo giorni di conferenze e discussioni tra scienziati e accademici, tra ricercatori e filosofi, ha trovato però una sua conclusione “politica”, già preannunciata settimane prima: l’arrivo e il conseguente discorso del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in circostanze eccezionali in visita a Trieste.
Grande attesa e fermento era presente nella sala dell’Auditorium del Magazzino 28, alla presenza di un pubblico selezionato tra autorità e stampa, mentre alle spalle del Trieste Convention Center dominava il silenzio di un Porto Vecchio animato solo dai furgoni della polizia e dai reparti speciali. L’intervento del Presidente, “cuore” della Closing Ceremony di ESOF2020 (EuroScience Open Forum), si è rivelato complesso e articolato, abbracciando una molteplicità di tematiche e linguaggi nell’arco di una lunga mezz’ora. Il timbro del discorso era improntato a un profondo umanesimo consapevole di come il “limite” della scienza sia anche la sua maggiore virtù; e in tal senso alcune porzioni dell’orazione avrebbero potuto essere prese da un manuale di filosofia della scienza. Mescolate però a un’oratoria vagamente “avvocatesca”, Conte ha inserito alcune punzecchiature piuttosto pesanti, consapevoli del clima politicamente “teso” di settembre.

Trieste: città di confine, di contaminazioni, di scienza

Un’attenzione al locale, dopo i ringraziamenti “di rito”, ha caratterizzato la prima parte del discorso, improntata a una visione di Trieste non esente da stereotipi: città di confine, “confineessa stessa, sofferto prodotto di un incontro/scontro tra Ottocento e Novecento: “La città di Trieste, per la sua bellezza e in virtù della sua specialissima storia, offre a questo evento la cornice ideale […] Trieste è, è stata, lo è e lo sarà città di frontiera, luogo privilegiato di incontro. La sua geografia ha permesso la nascita e lo sviluppo di una civiltà multietnica e plurilingue”.
Il premier non ha ignorato gli eventi luttuosi del secolo breve, citando “tutti i tentativi, di riduzione e semplificazione della complessità sociale e culturale non raramente orientati anche ad affermare la supremazia, addirittura la sopraffazione di una cultura sulle altre” preferendo però risolverli pacificamente a Trieste con “il ruolo del dialogo, il valore della convivenza”.

Conte ha poi ricordato la storia contemporanea di Trieste dal secondo dopoguerra, con la rinascita scientifica della città-porto: “Lo sviluppo del Sistema Trieste – che la nascita dell’International Centre for Theoretical Physics (ICTP) – insieme agli altri istituti, centri di ricerca, non li cito tutti, sono molteplici – rappresenta un modello unico di collaborazione internazionale e vorrei dire anche di “diplomazia scientifica”. Sì perché la diplomazia, la convivenza, si persegue anche attraverso i potenti strumenti della conoscenza scientifica”.

La mobilità scientifica come valore essenziale

Trieste come confine; ma in un mondo post stati-nazione e caratteristico dell’Unione Europea, i confini non esistono. E in tal senso naturale proseguimento della descrizione di Trieste è stata discutere il ruolo del (giovane) scienziato che viaggia di paese in paese inseguendo la propria ricerca: “Cardine del sistema è la mobilità scientifica, lo scambio scientifico, l’incontro di studiosi, come qui a Trieste, provenienti dalle varie regioni del mondo e, in particolare, anche l’idea che gran parte degli scienziati che si spostano provengano da Paesi in via di sviluppo. La mobilità, allora, appare come valore, mai come minaccia: l’abbattimento delle barriere in particolare storiche e culturali favorisce la mutua comprensione attraverso il linguaggio universale della scienza in un luogo esso stesso paradigmatico, in cui popoli e lingue da sempre hanno interagito”.

Come succederà più e più volte durante l’orazione, il discorso è ritornato a Trieste e agli scienziati che l’abita(va)no: “Ogni volta, vedete, che il punto d’incontro è il comune interesse nel progresso dell’umanità e la costruzione della pace, Trieste può essere il nostro modello. Citando Abdus Salam (fondatore dell’ICTP), “il pensiero scientifico e la sua creazione è il patrimonio comune e condiviso dell’umanità“.

“Ed è per queste ragioni che Trieste mi è apparsa da subito la candidata ideale per ospitare questa edizione di ESOF, in qualità di Città Europea della Scienza 2020, tanto più in un periodo in cui il linguaggio universale della scienza appare imprescindibile per affrontare alcuni pressanti problemi comuni: certamente il contrasto alla crisi causata dalla pandemia virale che stiamo affrontando, ma anche – e più in generale – l’emergenza climatica e le sfide della sostenibilità ambientale“.

La difesa del governo contro “le pulsioni antiscientifiche”

Il discorso si poi mosso con decisione dalla scienza alla politica, ritornando a un argomento d’altronde cardine dello stesso ESOF2020: il Coronavirus e le sue conseguenze sociali. Il premier ha scelto di rimembrare i mesi di lockdown, per muovere poi, in maniera piuttosto contorta, sebbene logicamente impeccabile, a difendere le misure governative passate e future.

“La pandemia sta mettendo, ancora una volta e duramente, l’umanità alla prova. Rappresenta un caso lampante di catastrofe in senso etimologico, ovvero un fenomeno estremamente complesso e improvviso, che investe aspetti profondi dell’esistenza umana, impone nuove priorità e produce un cambiamento anche del sistema concettuale con cui abitualmente interpretiamo e abitiamo il mondo. Lo spaesamento che ne deriva si accompagna a un senso di finitezza e di inquietudine su cui la filosofia occidentale si è interrogata a lungo”.

“Nei mesi terribili del lockdown credo che ognuno di noi si è interrogato su molteplici questioni che erano state forse accantonate, abbiamo riscoperto l’importanza della connettività, lo stare connessi, ma ci siamo anche chiesti in che misura ecco questa connettività incide sulla qualità delle relazioni con l’altro, ci siamo interrogati sulla nostra identità personale: chi è l’altro da me? Chi sono io senza gli altri? Se la tecnologia della comunicazione in cui mi immergo può surrogare la presenza dell’altro?”.

Il Presidente Conte ha così compiuto nella fase successiva, un triplice passaggio; inizialmente ha criticato chi non comprende come il dubbio alla base della scienza sia uno dei suoi punti di forza, perché la scienza non si nutre di dogmi; secondariamente questo “dubbio” è diventato “pulsione antiscientifica” e di lì il salto a chi protesta contro le mascherine e le misure governative, ovvero coloro che hanno “dubbi” sull’affidabilità della scienza e come tali sono “antiscientifici”, è stato naturale.

“L’emergenza della pandemia ha reso anche – lo abbiamo visto tutti – l’opinione pubblica più attenta, più sensibile anche alla complessità dei rapporti tra scienza – e in particolare scienza medica – e la società, la politica. Intendiamoci: questa attenzione è indubbiamente un bene in una società democratica così complessa, che richiede, per funzionare al meglio, un alto tasso di consapevolezza da parte di tutti cittadini”.

“Ma la visione risultante che rischia di imporsi non riesce a conciliare due aspetti fondamentali della scienza, che sono erroneamente percepiti in contraddizione fra loro: la natura oggettiva dell’indagine scientifica – o se vogliamo, popperianamente la sua falsificabilità – e il suo essere, al tempo stesso, campo di confronto e dialettica, che acuiscono la sua esposizione al dubbio“.

“Malgrado questa contraddizione sia solo un’illusione, essa ha tuttavia il potere – proprio in quanto illusione – di distorcere la corretta visione dell’impresa scientifica.
L’esito è un senso di smarrimento in una parte cospicua dell’opinione pubblica, che identifica il dubbio della scienza quale segnale di debolezza e non di maturità, e che tende a sospettare che i processi di produzione scientifica siano sempre soggetti a influenze esogene o a ridurre questi complessi processi a una sorta di contrattazione sociale.
Una tale visione della scienza finisce, insomma, col generare una disillusione, nel suo complesso, verso le sue stesse pretese conoscitive e, specificamente, ad esempio, di quelle delle discipline biomediche, chiamate sul campo – come sappiamo .- a fronteggiare l’emergenza pandemica e che meritano – soprattutto in questo momento più di altre – un’attenta e responsabile informazione divulgativa.
Nel caso peggiore, questa disillusione è in grado di alimentare vere e proprie pulsioni anti-scientifiche, che si fondono con una radicale diffidenza nei confronti degli esperti“.

Da un fraintendimento di cosa voglia dire il “dubbio” nella scienza, a una mancanza di fiducia, alla disillusione, alla diffidenza, se non all’ostilità verso la scienza. Ma in Italia un’opposizione al Comitato tecnico scientifico equivale a una critica al governo, da cui la conclusione del ragionamento del premier che sfocia così nel politico e nel mondo “reale”:
“Permettetemi di aggiungere che queste pulsioni anti-scientifiche, a loro volta, si riflettono contro quelle decisioni di governo sulla gestione pubblica della pandemia che, per quanto politicamente sofferte, ricevono il sostegno della migliore evidenza scientifica, quantomeno quella disponibile in questo momento”.

Il Presidente del Consiglio si è inoltre lungamente soffermato sul ruolo della ricerca – specie quella “di base”, cioè più astrusa, disinteressata – riecheggiando pertanto non solo i ragionamenti del Ministro della Ricerca Gaetano Manfredi alla Opening Ceremony, quanto degli stessi scienziati e direttori di enti e istituzioni accademiche, i quali più o meno tutti hanno riaffermato la necessità di una ricerca come “bene comune”, direttamente connesso ai cittadini.

Il ruolo della ricerca in Italia e le promesse per il futuro

“L’Italia continua a brillare in campi svariati del pensiero scientifico e continua a formare eccellenti studiosi. Abbiamo sentito adesso anche di straordinari successi – anche italiani – nel campo delle Tecnologie Quantistiche, che proiettano i nostri ricercatori a quella che dovrebbe essere un po’ la ‘seconda rivoluzione quantistica‘ rispetto alla prima degli anni Ottanta”.

“Ecco, il giusto riconoscimento dei risultati raggiunti anche in Italia, grazie al contributo generoso e qualificato di ricercatori eccellenti, impone di passare alla seconda riflessione, che vorrei sviluppare: il ruolo che la scienza riveste nella società e la responsabilità di creare le condizioni più favorevoli per la ricerca scientifica, e questa è una responsabilità in particolare del decisore politico, di chi vi parla”.

“Per mantenere la propria efficacia e il proprio ruolo nel mondo che ci restituirà l’emergenza Covid, il sistema della ricerca deve adattarsi e deve riconfigurarsi, attraverso l’innovazione necessaria, in grado di nutrire di qualità e competenze il tessuto economico e il tessuto sociale”.

“Permettetemi di indicare quattro obiettivi fondamentali, che ritengo davvero prioritari:
– Prima di tutto dobbiamo favorire la ricerca integrata, multidisciplinare e complessa: oramai – dobbiamo dircelo francamente – alcune classificazioni dei saperi sono antistoriche e non più realistiche.
– Dobbiamo rafforzare la ricerca di base: è un tassello fondamentale della ricerca scientifica, anche quando si tratta della cosiddetta ricerca “rischiosa” governata dal pensiero laterale, lontana dal mainstream, in grado di favorire i tanti giovani brillanti che l’università anche italiana continua a formare;
– Dobbiamo promuovere la ricerca mission-oriented: i nostri ricercatori devono essere stimolati sempre più a dare concretezza e utilità alle proprie ricerche, confrontandosi con il tessuto produttivo e con la società e ponendosi al servizio del mondo reale, al fianco delle istituzioni, delle imprese, del terzo settore, della società, delle persone;
– Quarto e ultimo obiettivo, dobbiamo avvicinare la ricerca alla formazione: il mercato del lavoro infatti pretende competenze aggiornate e adeguate alle sfide delle trasformazioni in corso. Quindi l’obsolescenza delle conoscenze, a cui si deve rispondere con il life-long learning e con un’università mista e inclusiva, impone che nei percorsi formativi siano trasferite competenze aggiornate e che questo aggiornamento sia costante e accompagni le diverse professionalità nell’intero arco del loro sviluppo”.

E nuovamente, in linea con il Ministro Manfredi, il governo Conte ha promesso ingenti finanziamenti: “Noi, come Governo, ci stiamo concentrato affinché tutto ciò si realizzi, anche valorizzando al meglio, è stato ricordato, sono state ricordate le opportunità che ci sono offerte dal Recovery fund, un cospicuo ammontare di risorse finanziarie europee che ci devono offrire l’opportunità di investimenti strutturali e adeguati nella ricerca, a fronte di un passato – in particolare in Italia – che ha sovente registrato misure disorganiche e occasionali. Al contrario, per essere davvero al fianco ed al servizio del Paese, la ricerca necessita di programmazione, e, quindi, di continuità e certezza degli investimenti“.

La conclusione all’insegna dell’umanesimo

Come l’ouroboros, l’intero discorso di Conte si è infine riallacciato al ruolo di Trieste come città scientifica, ma sopratutto come cittàpontetra più visioni e più discipline, specie tra l’umanesimo (e la politica a cui è connessa) e la scienza in sé. Si ritorna pertanto all’inizio del discorso, alla Trieste “luogo privilegiato d’incontro”.

“Mi sembra che, rispetto a questa pandemia, e mi avvio a conclusione, l’auspicabile contributo di un ideale intellettuale umanista consista proprio nel ricomporre, nello spazio pubblico, una “frantumazione di sguardi”. Dobbiamo recuperare il concetto e il senso dell’unitarietà della scienza e della ricerca, una visione prospettica che le singole scienze da sole non possono restituirci – con tutto il rispetto per le singole scienze – uno sguardo di sintesi anche al servizio della politica, chiamata a prendere decisioni di interesse pubblico per il bene comune”.

“Il senso proprio dell’umanesimo nell’azione politica, del resto, è anche questo: avere cura del vissuto e del destino dell’uomo, e agire perché tale vissuto e tale destino sia migliore di quello attuale”.

“E Trieste – se mi permettete di sottolinearlo – è il luogo giusto per sperarlo, per costruirlo insieme, di nuovo, con fiducia. Grazie”.

[z.s.]