Gli ospedali, il Coronavirus e l’emergenza perenne. Le malattie e le liste bloccate

06.08.2020 – 13.12 – Negli ambienti militari, la più alta classificazione di segretezza è quella che etichetta una notizia o un’informazione di qualsiasi tipo come accessibile solo a chi ha “bisogno di sapere”: “need to know“. A un certo punto, però, c’è un’autorizzazione che ai cittadini di uno stato libero dovrebbe essere sempre garantita: quella che risponde al diritto a sapere. L’Italia non è maestra in questo: Ustica, la strage di Bologna, l’Italicus, il Rapido 904 ce lo ricordano anno dopo anno. La gestione dell’emergenza epidemica portata dal Coronavirus nelle regioni diventate focolai-simbolo, e più in generale in tutto il paese, potrebbe aggiungersi ai molti misteri italiani mai irrisolti: attraverso il Consiglio di Stato il Governo ha fatto ricorso, a fine luglio, contro la decisione del TAR di rendere pubblici i documenti secretati del comitato tecnico-scientifico della Protezione Civile. Al premier Giuseppe Conte, il fatto che i pareri usati per emanare i vari Dcpm di marzo e aprile di quest’anno, che ci hanno chiusi in casa e che sono alla radice della più grave crisi economica italiana del Dopoguerra, non va bene. [una parte dei verbali è ora online vedi nota a piè pagina Ndr]. Il perché, forse lo sapremo e forse no, ma non può non essere politico. Nel frattempo, chi, dall’epidemia, per un motivo o per l’altro, è stato spaventato, non riprenderà a vivere normalmente se non fra (così le previsioni degli analisti) almeno quattro o cinque anni; e anche la responsabilità delle conseguenze di questo sarà una responsabilità politica.

Paura a Treviso alla caserma Serena; ribellione alla Cavarzerani, Italia accerchiata da focolai esteri, emergenza contagi e nuovo lockdown alle porte? Nell’emergenza che sembra non voler aver mai fine, analizzando i dati di quello che è accaduto nella vicina città veneta si trova una realtà che appare diversa dai titoli. Il focolaio di contagio della caserma di Treviso, che non significa ancora malattia (tutti i positivi sono stati infatti per ora asintomatici), ha riguardato nel momento in cui è finito in prima pagina 133 migranti risultati positivi ai tamponi effettuati nei giorni precedenti la notizia; isolati all’interno della struttura. Nella caserma Serena di Treviso ci sono 350 migranti; fra i suoi ospiti c’erano già stati contagi in giugno (non si trattava di una situazione nuova), e il ‘paziente zero’ della Serena è un operatore pakistano che lavora in Italia alla raccolta di rifiuti, arrivato nel nostro paese nel 2015 e poi contagiato durante un periodo trascorso fra marzo e maggio nel suo paese, dove era rimasto bloccato proprio a causa dell’epidemia italiana e della chiusura delle frontiere. Lunedì, il numero di pazienti che, in Italia, è ricoverato in terapia intensiva a causa del Covid-19 era di 41 persone: attorno allo 0,0006 per cento della popolazione del nostro paese. Difficile invece, in queste settimane, riuscire a ottenere ed elaborare dati precisi sugli ospedali italiani e le terapie intensive in un quadro più generale che non sia ‘Covid-19ì ma che parli invece delle morti per altre cause e delle condizioni di salute di chi in ospedale ci è dovuto andare per altro, o non ha potuto andarci perché all’esterno campeggia ancora la scritta “ospedale in emergenza”. Quella dell’ “emergenza sanitaria” è una situazione che lo stesso Ministero della salute definisce, nei documenti disponibili al pubblico, piuttosto bene e con precisione: “evento improvviso, spesso imprevedibile, che mette in pericolo di vita la persona interessata se non viene effettuato, entro pochi minuti, un intervento di soccorso in modo tempestivo e professionale”. Come possa, lo stato di emergenza prolungato dal premier Conte e dal governo giallorosso, conciliare questa definizione del suo stesso Ministero con il numero dei ricoverati in terapia intensiva in Italia, può essere materia di discussione per altri. Ciò che può interessare noi nell’immediato, invece, è il fatto che molte cose importanti e fino a ieri prioritarie, come la cura ai malati di cancro, siano letteralmente scomparse dalle nostre vite (e dalle notizie) in un ‘si fa quel che si può, perché c’è da fare altro’; questo per quanto riguarda l’evento ‘improvviso’. Per quanto riguarda l’imprevedibile, il rischio dell’emergere di malattie infettive che potessero avere un impatto molto forte, addirittura devastante, sulla nostra fragile società ed economia, era già stato evidenziato molte volte, e non solo dalla Bill Gates Foundation. Se ne parlava in numerosi rapporti, ad esempio quelli delle principali compagnie assicurative, almeno dal 2013 e prima. E ci siamo caduti appieno dentro lo stesso.

Torniamo all’oggi. Il ‘rischio Coronavirus’ ha sostituito in pratica tutti gli altri rischi, quasi in tutti gli aspetti della nostra esistenza quotidiana: dalla spesa al supermercato, ai bambini a scuola, al lavoro in ufficio, alla cura dei malati, all’accoglienza e assistenza ai più deboli, è tutto ‘colpa del Covid’. È arrivato, il Covid, a mettere in discussione e in pratica abolire libertà fondamentali, come quella di movimento; cosa mai successa prima in un paese democratico. Ha sdoganato lo ‘smart working‘ (posto che non si sta facendo proprio nulla di ‘smart’: quello che i dipendenti fanno è lavoro da casa, non ‘lavoro smart’ che ha ben altre caratteristiche, e così com’è conviene più alle aziende, quelle grandi, che a chi lavora, ma chi lavora non se n’è ancora reso conto, forse perché i licenziamenti sono ancora bloccati). Ha messo in campo i banchi con le rotelle, e ancora rimane da capire quale logica abbia reso necessaria l’adozione di simili trabiccoli. Le conseguenze di quello che sta accadendo e del modo in cui il nostro paese ha reagito e sta reagendo alla crisi Coronavirus si vedranno nel medio termine, e non saranno sanitarie. L’epidemia di Covid-19 ha alzato il sipario sulla nostra vulnerabilità (non siamo immortali) e sulla fragilità dei sistemi sanitari privati: quello italiano, pur fortemente depauperato, negli anni scorsi, proprio in nome di una maggiore privatizzazione e specializzazione (questo era prima dell’epidemia: oggi si vedrà) ha retto. Non un miracolo, ma la dimostrazione di radici solide e professionalità. Molte nazioni, fra le quali inaspettatamente e incredibilmente primeggiano gli Stati Uniti, sono finite nella tempesta e nella disorganizzazione. Sarà importante imparare dagli errori fatti: mancanza di tracciamento, lentezza nei test, misure di sicurezza mancanti e dispositivi di protezione introvabili là dove servivano e quando servivano. Le difficoltà psicologiche, le malattie mentali erano tutto meno che qualcosa di sconosciuto già prima della quarantena imposta durante l’epidemia: lo stress e l’isolamento causato dal lockdown ha però esasperato molte di queste situazioni e le conseguenze emergeranno anche in questo caso solo nel tempo, eppure poco se ne parla. Gli episodi di crollo psicologico potrebbero verificarsi in qualsiasi momento e trasformarsi in difficoltà nel lavoro, arrivando all’invalidità e passando per un prevedibile aumento di condizioni limite come l’eccesso di consumo di alcol, l’obesità, l’ansia dovuta al senso di solitudine, la depressione e i disturbi neurologici. Se saranno stati più i decessi per Covid-19, a contrassegnare l’Italia del 2035, o l’aumento di morti per malattie cardiache e condizioni, anche oncologiche, favorite da situazioni legate allo stress e dalle relative dipendenze come il fumo, non lo sappiamo ancora. Il Covid-19 sembra esser diventato l’unico problema sanitario, “risolvibile” con una mascherina, eppure i rischi di altro genere per la salute non sono per nulla scomparsi e sono rimasti letali tanto quanto prima.

Il Coronavirus lascerà una società profondamente diversa: non durerà per sempre naturalmente, solo per qualche anno, e poi le cose verranno dimenticate; è accaduto per la bomba di Hiroshima, per l’Aids, e la storia tende a ripetersi, in maniera mai uguale ma simile. Ciò che stiamo vedendo è che non ha tirato per niente fuori il meglio di noi e che ha già cambiato il modo in cui un governo si rivolge al paese, giustificando decisioni ingiustificabili, e continuando a motivarle con il beneplacito dei cittadini spaventati e disattenti, più impegnati nelle discussioni sui Social (in questo, il Covid ha accentuato tendenze esistenti già prima) che attenti alla sostanza, come l’aumento enorme del debito pubblico e gli atti straordinari fatti per sostenere e stimolare l’economia. Su quanto potrà durare questo supporto straordinario, c’è incertezza, e l’Italia finora non ha brillato neppure in questo. Se poi il supporto finirà per spingere le banche centrali a monetizzare il debito pubblico elevato, aprendo la porta all’inflazione, si vedrà; e nello stesso tempo c’è il rischio che le filiere di prodotto si rilocalizzino, rendendo le merci più costose (e autarchia non vuol dire libertà, ancor meno prosperità). Popolazione più povera a causa della scure della perdita di posti di lavoro, inevitabile; inflazione, e merci allo stesso tempo più costose, con un aumento della complessità del mercato globale e la frammentazione delle regole. I segnali sono già presenti. Un’altra tendenza è l’acuirsi dello spostamento verso una politica più orientata alle nazioni o populista; sono tendenze emerse già nel corso della lunga crisi economica del 2008 che il nostro paese non ha mai superato (unico in Europa) e che, se portate all’estremo e in mancanza di controllo, difficilmente potrebbero non sfociare in politiche protezionistiche e confini molto più chiusi di un tempo; calzante sarebbe forse dire, ‘chiusi di nuovo come un tempo’, e chi lo ricorda non riesce a dire che era un tempo buono. Oltre a esasperare la questione, già spinosa, dell’immigrazione.

A essere in prima linea, sono i giovani, e i 25-30enni sono quelli più a rischio di tutti: i Millennials, una generazione che aveva già sofferto delle conseguenze della crisi finanziaria di dieci anni fa e, nella prima giovinezza, si era scontrata con l’austerità. Molto probabilmente dalle conseguenze economiche della pandemia saranno quelli colpiti più duramente, e la crisi li segnerà, incidendo sulle loro opportunità di lavoro e sui loro guadagni proprio nel momento in cui la loro carriera e vita familiare si stava avviando. A differenza che in altri paesi, i Millennials italiani non hanno debiti: è stata la famiglia a pensare a loro, intaccando i propri risparmi messi da parte in anni migliori. Senza la famiglia, però, i Millennials non avrebbero potuto permettersi una vita indipendente o gli studi: e ora il denaro di famiglia sta finendo, o è già finito. E in uno scenario nel quale non possono essere certo considerati felici e spensierati, i Millennials, i ‘giovani’, sono diventati, come ‘untori’ e ‘incoscienti della movida’, anche il bersaglio prediletto dei ‘seguaci della quarantena’, di quelli che ‘senza vaccino io non esco di casa’ (per poi però ritrovarsi con un 50 per cento di italiani che la vaccinazione non la farebbe neppure se il vaccino fosse già disponibile, e non sono i giovani). E se la sfiducia totale nei confronti dei governi e delle autorità, e la frustrazione dei giovani, dovessero sfociare in tensioni sociali o violenza alimentata politicamente, le conseguenze potrebbero essere drammatiche: è quel rischio di tensione sociale già a fine di quest’anno di cui ha parlato il ministro Lamorgese, peraltro finora con poco riscontro.

Quanti morti ci sarebbero stati, senza lockdown? Non lo sapremo mai; se in altri contesti diversi tipi di approccio matematico sono possibili, in quello della pandemia è impossibile provare il negativo, e non si può essere certi di quante altre persone sarebbero state ricoverate in terapia intensiva senza la quarantena imposta dal Governo. Forse un numero talmente alto da portare il sistema sanitario al collasso: forse no. Sono ipotesi, così come quella che parla della seconda ondata di contagi che sta per arrivare e che porta il presidente del Consiglio e le autorità regionali a proseguire nella situazione straordinaria, con il cartello “Ospedale in emergenza” ancora ben affisso. In mezzo a queste ipotesi, sulle quali sarebbe giusto poter ragionare con alla mano i dati che per ora rimangono secretati, rimane la certezza di chi ha una malattia cronica all’intestino, e non può fare la colonscopia all’ospedale di Cattinara a causa delle liste bloccate. Una banalità, di fronte all’emergenza Coronavirus? Forse no. Sicuramente no.

[r.s.][aggiornamento: una parte dei verbali che l’opposizione parlamentare e il Copasir chiedevano di visionare è ora online sul sito della Fondazione Einaudi. Manca ancora una seconda parte. Sono stati trasmessi ieri sera, 5 agosto 2020, alle 21.15, dal Capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, diventando via via disponibili nella giornata di oggi]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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