04.07.2020 – 08.00 – La Valigia per le Indie durante il diciannovesimo secolo era il trasporto postale celere tra l’Oceano Indiano e la Gran Bretagna. Non erano solo lettere personali e bagagli, ma “colli” preziosi come lingotti d’oro e argento, gioielli, libri rari, ecc ecc.
La Valigia delle Indie garantiva una comunicazione costante tra i coloni britannici residenti in India e le famiglie in patria, ma permetteva anche a Londra di ricevere indispensabili notizie sui conflitti locali, sulla gestione della colonia e dei suoi protettorati, oltre che notizie finanziarie e di transazioni commerciali, financo al rialzo e/o alla caduta dei prezzi.
Carta insignificante, per i marinai, i facchini e i fuochisti che componevano quella filiera logistica necessaria al suo trasporto; ma “carta” contenente informazioni che valevano oro per i commercianti e gli azionisti a Londra, senza nemmeno citare il turbolento mondo della politica inglese. Verso gli anni Quaranta dell’ottocento la Valigia delle Indie partiva da Bombay con un piroscafo; giungeva dapprima ad Aden e poi a Suez; di lì il piroscafo riceveva la corrispondenza da Londra e a sua volta consegnava la Valigia alle carovane, le quali la trasportavano in groppa di cammello fino ad Alessandria, attraverso il deserto egiziano; di lì un altro piroscafo recapitava la Valigia fino in Francia, presso il Porto di Marsiglia e di lì infine la Valigia veniva smistata fino a Londra.
La rotta Alessandria-Marsiglia, precedente all’apertura del canale di Suez (1869), era quella “terrestre“; mentre la rotta tradizionale tramite il capo di Buona Speranza era quella “marittima“, notevolmente più lenta.
Ma la borghesia inglese esigeva, muovendo dall’adagio “Il tempo è denaro!”, che la Valigia giungesse ancor prima; dopotutto non si viveva forse nel 1840, epoca di progresso e scienza? Com’era possibile dover aspettare così tanto per ricevere la posta?
La compagnia di navigazione del Lloyd, consapevole di come la gestione di un servizio postale fosse il preludio all’apertura di quel mercato ai propri investimenti, propose allora un’alternativa: perchè non preferire Trieste a Marsiglia? Il mar Adriatico era certo più sicuro, ricco di isole e dalle acque tranquille rispetto al Mediterraneo; il tragitto stesso risultava accorciato. Il reale movente del Llody in realtà di fare breccia nel mercato indiano con i servizi del Lloyd e i prodotti dell’impero austriaco; com’era avvenuto nel caso dell’Egitto.
Il Lloyd trovò nel luogotenente della marina britannica Thomas Fletcher Waghorn un entusiasta sostenitore che più e più volte percorse la tratta Alessandria-Trieste, dimostrando come permettesse di “tagliare” di giorni interi il tragitto.
L’opinione pubblica anglosassone ne fu entusiasta; Trieste, a sua volta, vide di buon occhio questa nuova opportunità di profitto; e lo stesso governo inglese, sufficientemente impressionato, provò tre viaggi di prova, dei quali solo l’ultimo venne superato da Marsiglia. Eppure la Valigia delle Indie, nei decenni successivi, continuò a sfruttare la via di Marsiglia. Perchè? Contò molto l’alleanza tra Francia e Inghilterra; la sinergia politica impediva mosse che andassero a svantaggio di Parigi; altrettanto peso ebbe però la frastagliata collezione di stati e staterelli dell’Europa centrale. Trieste aveva un porto eccellente, ma nel 1840 mancava di un efficiente sistema di strade ferrate e ferrovie che la connettessero all’entroterra; e la stessa Germania a sua volta non era ancora uno stato unitario. La Valigia pertanto finiva per attraversare troppi stati, troppe dogane, troppi confini; a confronto invece con il tragitto da Marsiglia a Londra.
Il primo viaggio di Waghorn avvenne nell’ottobre del 1845; i viaggi di prova del governo inglese nell’agosto del 1846, proseguendo fino a febbraio del 1847.
Non sorprende allora ritrovare su The Illustrated London News di quegli anni (3 gennaio 1846) un breve reportage di Trieste, descritta quale città-porto pittoresca e dinamica, anello di congiunzione tra il mondo mediterraneo e quello nordico.
Dopo aver ricordato l’impresa di Waghorn, l’autore dell’articolo traccia una veloce storia di Trieste citando le riforme di Maria Teresa, la rapida crescita della città e la sua (vecchia) rivalità con Venezia. Concludendo che Trieste “È davvero per il Sud quanto Amburgo è per la Germania del Nord e sta progredendo di giorno in giorno nel commercio, nella ricchezza e nella popolazione”.

Dopo aver rilevato la grandezza del molo San Carlo (oggi molo Audace) e aver accennato con dettaglio granguignolesco alla morte di Johann Joachim Winckelmann, l’autore descrive la divisione tra il nucleo romano-medievale e il borgo teresiano con i suoi “palazzi bianchi”.
Curiosità: per la Piazza della Borsa preferisce il nome tedesco, Borsenplatz, mentre per il “Molo” c’è la dicitura italiana, così come per il “Corso”.
Il giornale inglese preferisce poi affidare la descrizione della popolazione di Trieste a un libro da viaggio, l’Hand-Book of Northern Germany, di John Murray.
Altrettanto significativo in quest’ambito come una guida per i viaggiatori dedicata alla Germania includa anche Trieste, città “meridionale”.
“Gli abitanti di Trieste – scrive Murray – sono una razza meticcia, provenendo da tutte le parti del mondo; alcuni dei più ricchi mercanti sono greci, ebrei e inglesi. Tra i cittadini di Trieste possiamo trovare Tedeschi, Americani, Italiani, Greci, Ebrei, Armeni, ecc ecc; i marinai e i pescatori vicino alle banchine provengono quasi tutti dalla Dalmazia. Gli abitanti originari sono Italiani; la gente di campagna che frequenta il mercato sono slavi di origini illiriche. L’italiano è il linguaggio prevalente ed è usato nelle corti di giustizia; ma tutti i tipi di lingue vengono parlati: nel pubblico viene usato spesso il tedesco; dai popolani un dialetto slavo”.
“Le strade di Trieste – prosegue Murray – sono notevolissime per la varietà e la stranezza dei costumi con i quali vengono presentate; ma questi vestiti caratteristici stanno scomparendo rapidamente, a causa della quantità di manufatti inglesi immessi nel libero mercato. I Greci sono numerosi e alcuni di loro sono tra i più ricchi mercanti di questa nazione. Le case di Carciotti, la cui sola proprietà, quando sbarcò a Trieste, consisteva in un sacco di cotone, che era stato trasformato in una fortuna principesca prima che morisse, lasciando un palazzo che si estende su tre strade – quelle di Griot e Chiozza, sono tra i più splendidi edifici di Trieste.
I Greci hanno due belle chiese qui, nelle quali il loro servizio viene svolto con grande magnificenza. La Chiesa Greca alla fine del grande canale è il più bell’edificio religioso.
Gli inglesi si sono insediati in questa città in un numero sufficiente per avere una cappella con un proprio servizio religioso, nella Contrada del Fontanone, che viene frequentata d’almeno 140 persone, marinai inclusi. La messa inizia alle 10. Il generale Console Britannico per gli Stati Austriaci risiede qui”.

Il reportage inglese sembra essere particolarmente interessato ai legami commerciali con la Grecia che reputa fondamentali; ma annota anche la quantità di commercianti (1000), agenti di cambio e broker (700) e di banche e compagnie assicurative (19).
L’elenco delle merci per l’import/export delinea un mondo globalizzato, ma incentrato ancora su beni di consumo lontani dalle necessità dell’industria pesante:
“Tra le esportazioni di Trieste troviamo le produzioni delle miniere di Idria, di quelle ungheresi, lino, tabacco, tessuti di lana da diversi domini dell’Austria e tessuto di calicò stampato dalla Svizzera. Le importazioni sono cotone dall’Egitto; pellicce, uva passa, seta, riso e olio dal Levante; grano da Odessa; e ogni forma di prodotto tropicale e coloniale dalle Indie occidentali e dal Brasile. La costruzione delle navi è una delle attività principali e i costruttori di navi di Trieste sono talmente conosciuti per la loro abilità che progetti per vascelli di vario tipo vengono qui commissionati da diverse parti del mondi.”
L’osservatore inglese, in quest’ambito, osserva anche la presenza di numerosi vaporetti; specie quelli tra Trieste e Venezia, tra cui nota i “vapori lloydiani“.
Fonti: The Illustrated London News, for the week ending saturday, january 3, 1846, digitalizzato da Google Books.


