Coronavirus, focolai e rotte balcaniche: Trieste e il cluster bosniaco

06.07.2020 – 09.50 – In Italia la curva degli infetti di Covid-19 continua a calare; si registra un rallentamento piuttosto evidente. Probabilmente, sarà necessario anche agosto per esaurire la spinta epidemica e poter dichiarare finalmente la fine dell’ondata epidemica, fatti salvi i focolai subentranti che si manifestano in varie zone della penisola (in Campania, Lazio, Veneto, Trentino e Friuli Venezia Giulia).
La comparsa di focolai, che vengono rapidamente contenuti, sta ad indicare che c’è una continua circolazione virale. Al momento saremmo avviati ad una normalizzazione, sicuramente a livello locale e probabilmente anche nel resto della nazione, anche se la stagione favorisce l’abbandono delle misure precauzionali da parte della popolazione, oltre a agevolare gli spostamenti delle persone: abbandonare le precauzioni, però, è ancora incauto.

Complessivamente il quadro generale della trasmissione e dell’impatto dell’infezione in Italia rimane a bassa criticità con una incidenza cumulativa negli ultimi 14 giorni di 4,7 per 100.000 abitanti. A livello nazionale, si osserva un R0 inferiore a 1 con fluttuazioni locali. Sono tre le Regioni italiane dove si registra un R0 superiore a 1: si tratta di Lazio, Veneto, ed Emilia Romagna.
A livello internazionale il discorso è invece profondamente differente. In Sud America, in Russia ed India, ad esempio, il picco non è stato ancora raggiunto e abbiamo imparato ormai che il plateau dura nel tempo, prima di vedere la curva dei contagi iniziare a calare. Inoltre ci sono nuovi focolai in Cina e in Germania oltre che nella penisola balcanica.

I dati di Trieste sono stati i peggiori rispetto alle altre provincie del Friuli Venezia Giulia, che peraltro, al nord, presenta l’andamento epidemico migliore. In provincia di Trieste si contano circa 234mila abitanti (letalità apparente del 14 per cento), mentre i residenti in Provincia di Udine sono 528mila (letalità apparente del 7,4 per cento), in quella di Pordenone ci sono 312mila persone (letalità apparente 9,6 per cento) e a Gorizia 139mila (letalità apparente del 2,7 per cento). [la ‘letalità apparente’ non è la vera letalità dovuta al Covid-19, in quanto non sappiamo quanti individui siano stati realmente infettati dal virus; si conosce solo il numero di risposte positive ottenute dai test effettuati in un dato numero giornaliero. Il numero reale di persone infette è sicuramente molto più grande, e quindi la letalità vera più piccola di quella che viene citata negli articoli NdR]. Risulta inoltre che il 42 per cento di tutti gli “infetti” in regione, individuati tramite il tampone molecolare naso farinìgeo, si sono verificati a Trieste: a questo dato si aggiungono il 56,8 per cento dei decessi totali. Si ribadisce che essere positivo non significa necessariamente essere ammalato o contagioso, Sicuramente su questo hanno inciso fattori demografici, urbanistici e di densità abitativa. Purtroppo siamo esposti ai casi di ritorno provenienti dall’estero, a maggior ragione ora che si assiste ad una riaccensione dell’epidemia nella penisola balcanica.

È di questi giorni l’insorgenza proprio a Trieste di un cluster di origine bosniaca che ha interessato diverse persone modificando quindi all’improvviso un andamento tendente allo 0. Per la nostra Regione, quindi, la rotta balcanica seguita dai migranti, senza alcun controllo sanitario, diventa di grande attualità, a rischio come quella marittima proveniente dal nord Africa. Sostanzialmente per due ragioni principali: i migranti attraversano numerose nazioni con misure, strategie e capacità di prevenzione ed intercetto molto difformi e sono Paesi che nel frattempo stanno appena raggiungendo il picco epidemico e quindi le probabilità di contagio in itinere sono elevate. A questo si aggiungono gli spostamenti dei residenti in queste nazioni e che giungono in regione per semplice contiguità geografica, turistica o lavorativa. Quindi il tesoro dei tre 0 (decessi, contagi, ricoveri in terapia intensiva) va difeso, punto su punto, perché non è scontato, né definitivo.
Per essere pronti a gestire improvvisi focolai è indispensabile applicare la strategia delle 3 T: Testare Tracciare e Trattare della epidemiologia di campo. L’insorgenza di nuovi focali naturalmente desta preoccupazione anche perché la capacità di contenimento dipende dalla loro numerosità, più sono numerosi e più è difficile affrontarli ed estinguerli. Si deve essere pronti a reagire di routine con pochissimo preavviso e proteggere così gli ospedali da possibili accessi a rischio e prima che diventino incontrollati ed ingestibili.

Bisogna investire nei servizi territoriali di Igiene e Sanità Pubblica delle Aziende Sanitarie (personale,strutture, mezzi, attrezzature). Infatti la rilevazione di un focolaio in atto non è immediata e richiede l’accumularsi di osservazione ed incroci di informazioni ed indagini sanitarie con un faticoso tracciamento, o contact tracing, che a volte si scontra anche con la scarsa collaborazione degli stessi interessati. Le misure efficaci anti-contagio sono, e restano, tre:

  1. il distanziamento sociale
  2. l’uso delle mascherine
  3. il lavaggio delle mani

posto che terapie valide e vaccino non sono disponibili, anche se bisogna fare sempre una valutazione aggiornata del rischio (risk assessment) per modulare le risposte sia in termini restrittivi che di allentamento, per non perdere la collaborazione della popolazione. Per quanto riguarda l’autunno, è opportuno organizzare una capillare campagna di vaccinazione di massa contro l’influenza degli anziani, in previsione della certa e periodica epidemia stagionale, in modo da minimizzare potenziali confondimenti diagnostici con altre patologie circolanti nella stagione fredda.

Fulvio Zorzut

[elaborazioni su dati del Istituto Superiore di Sanità, della Protezione Civile, dell’ISTAT, di COVSTAT-IT, GIMBE in continuo consolidamento]