Com’è uno Stato Assoluto? Il travagliato modello di Thomas Hobbes

12.07.2020 – 07.00 – Approfondendo l’eclettica figura del filosofo britannico Thomas Hobbes, è doveroso partire parlando della Scuola del Diritto Naturale che, agli inizi del XVII secolo, porrà le basi per la grande articolazione giuridica, e politica, che verrà a delinearsi nel corso del secolo.
Questa corrente si caratterizza per un diritto in senso laico, influenzato dalla corrente razionalistica, nonché  individualista, che si pone come baluardo ideologico dell’epoca moderna.
Nonostante questo filo rosso che unisce i vari pensatori del periodo – tutti coperti dall’ala giusnaturalista, che porta alla fondazione di concezioni giuridiche ancorate al diritto naturale – vengono a crearsi spunti filosofici tra i più diversificati.
A creare questa frattura tra pensieri in apparenza molto vicini, i quali condividono appunto le stesse fondamenta, è la preponderante componente politica, che prenderà parte in una simbiosi con il discorso giuridico, vedendo i pensatori modellare il proprio pensiero a seconda della loro personale visione politica.

Non è difficile intuire la grande molteplicità ideologica che viene a crearsi proprio nel XVII secolo, periodo chiave per la nascita dello Stato Moderno, che rappresenta una vera e propria esperienza inedita.
L’Epoca moderna è un periodo frenetico, che vede un passaggio repentino dalla staticità agraria al dinamismo dei trasporti e del mercantilismo, rimodulando non solo le priorità della comunità, ma la vera e propria visione del singolo.
Questo cambio di registro porta però con sé molti malumori, soprattutto perchè da un lato si osserva un cambio economico epocale, mentre dal punto di vista politico si assisteva ad una vera e propria cristallizzazione.

Al vertice infatti è innestata la classe dei Lord, con un potere incentrato sulla componente agraria, ma al contempo ad emergere in questo periodo è la classe borghese, con i suoi rappresentanti nella Camera dei Comuni, desiderosa di vedere riconosciuta la sua forza economica anche in ambiente politico.
Questo scontro, che vedrà l’aristocrazia sovrastata dai Borghi, porterà ad una violenta guerra civile che vedrà schierarsi da un lato una prospettiva assolutistica e dall’altro un vivace liberalismo.
A rappresentare filosoficamente queste due fazioni troviamo il maggiore esponente dello Stato Assoluto, Thomas Hobbes, e il grande pensatore dello Stato liberale, John Locke.
Hobbes vive in prima persona le grandi controversie politiche del suo tempo: una forte influenza che si riflette perfettamente nella sua produzione letteraria.

La struttura metodologica di Hobbes è fondata su una matematizzazione atta al concreto, che porta a un nuovo livello di conoscenza dell’uomo.
Secondo il filosofo britannico, tutto ciò che ci circonda, tutta la conoscenza che abbiamo, è di tipo matematico.
Nel pensiero di Hobbes, la metafisica viene spodestata dalla matematica.
Distruggendo questo concetto di universalità, si giunge ad uno dei pilastri del pensiero moderno, ovvero l’importanza della realtà individuale.
Dunque il singolo diviene punto di partenza: e da questa premessa tutto il pensiero di Hobbes si articola, specialmente parlando di diritto.
Nello stato di natura, per Hobbes, ogni uomo ha la propria sovranità, ha dunque diritto su tutto.

Il celebre Homo Homini Lupus è esattamente questo: l’uomo, non avendo alcun rapporto organico con gli altri individui, finisce per essere una minaccia per gli altri, ma soprattutto vive con un perenne timore, dato dall’assoluta libertà del prossimo.

Ogni diritto esercitato dal singolo individuo può ben presto divenire lesione di un diritto altrui, trasformando lo Stato di Natura nella culla del conflitto.
Una paura reciproca insostenibile, che porta gli individui ad uscire dallo stato di natura per abbracciare una situazione più stabile e sicura.

Si viene dunque a creare un pactum unionis tra i singoli, per poi giungere ben presto ad un pactum subiectionis, in modo da migliorare il proprio stato attuale.

Dunque la socialità è un’esigenza che nasce dalla paura, dalla crisi, arrivando, a partire dall’individualismo, ad una logica di contratto sociale.
Al vertice di questa necessaria struttura siederà un sovrano, che vedrà il coronamento di una monarchia assoluta: una forma di organizzazione del potere che presenta due elementi tra loro collegati, ovvero quello monarchico e quello assoluto.

Il termine monarchico è di derivazione greca e significa il potere nelle mani di uno, mentre assoluto deriva da un’espressione latina, ‘a legibus solutus’, ciò significa che il monarca è sciolto da qualsiasi vincolo legislativo.
Coronamento del pensiero del filosofo è proprio una delle sue più celebri opere, il Leviatano, dal quale si possono carpire i punti fondamentali già a partire dalla copertina del libro.
Il Leviatano rappresenta una figura mistica, simile ad un mostro marino, contenuta nell’antico testamento che, in questo caso, viene attribuita al sovrano, che assorbe in sé tutta la sovranità che viene volontariamente ceduta dagli uomini.

Hobbes inoltre rappresenta i singoli individui come squame di questo mostro, accentuando quindi la figura del sovrano quale vero e proprio accorpamento in un unico potere.
Il monarca dovrà ora garantire una pace sociale, in modo che l’individuo non debba preoccuparsi della possibile lesione dei propri diritti.
Si entra dunque in un’ottica prettamente antropocentrica, dove l’uomo viene posto in primo piano, esaltandone la componente individualistica.
Ciò che appare chiaro, dal punto di vista giuridico, è la visione del diritto quale componente intrinseca dell’individuo.
Il diritto non è dunque un qualcosa di esterno, oggettivo, ma è l’esatto potere che il singolo possiede.

Infine, nonostante i vari riferimenti alle Scritture all’interno del Leviatano, si parla di una concezione laica.

Il Dio hobbesiano è ormai una figura secolarizzata, ovvero lo Stato: poiché nello Stato di natura non si ha un giusto o uno sbagliato, ma questi verranno dettati solo dalla volontà dell’auctoritas.
Il diritto verrà dunque ridotto, una volta instauratasi la monarchia assoluta, a legge; perché la legge è la massima manifestazione della volontà del Sovrano.
Uno spostamento epocale che passa da Dio all’uomo, con al contempo però una contraddizione data dell’incompatibilità del coesistere dei diversi micro-assoluti.
Proprio questa situazione instabile porta l’uomo a superare questo ostacolo, ricreando un assoluto – in prima istanza abbandonato, distanziandosi da Dio – nuovamente unitario.
Si passa da un’unità politica ad una religiosa.
Non a caso infatti Hobbes definirà, nel Leviatano, lo Stato quale “Dio mortale”, fonte della morale e del diritto.

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