27.07.2020 – 10.04 – L’oro è il protagonista assoluto del dopo-lockdown, con un prezzo salito, nell’ultimo periodo, costantemente fino a superare i massimi precedenti, quelli di dieci anni fa, seguiti alla crisi finanziaria del 2008.
Ci sono diversi modi per spiegare l’andamento del prezzo dell’oro nell’ultimo periodo (oggi è di poco sotto i due dollari l’oncia – un prezzo elevatissimo, previsto ancora in crescita); il tutto si può forse riassumere in quello più semplice: oro come rifugio. Anche se il metallo giallo, o bianco che dir si voglia, non è più il nostro preferito per le fedi nuziali o i gioielli (sostituito da altri materiali molto meno preziosi ma più adatti al design, ai tempi che cambiano e al desiderio d’individualità in un’epoca, la nostra, in cui l’orologio con la cassa d’oro massiccio non è più uno status symbol ma piuttosto un richiamo a cose d’altri tempi o a ‘Romanzo Criminale’), rimane un ottimo modo per gli investitori più grandi per metter soldi in cascina in momenti di crisi: tanti soldi, e in poco spazio, uno spazio tangibile. Mentre, per contro, le valute calano e le borse traballano.
Gli Stati Uniti, in assoluto, hanno più oro di ogni altro paese al mondo: oltre 8mila e 100 tonnellate. Seguono la Germania, con oltre 3mila e 300 tonnellate, il Fondo Monetario Internazionale, con 2mila e 800, e l’Italia, che non scherza e che di metallo giallo ne ha da parte 2 mila e 400 tonnellate (che Matteo Salvini avrebbe voluto impiegate per pagare almeno una parte dei nostri debiti). E, più del Covid-19, che spaventa i mercati ma fino a un certo punto (e non tutti i mercati), sono i tracciati radar delle navi statunitensi che incrociano nel Mar Cinese Meridionale, sempre più vicini a quelli delle navi cinesi, a preoccupare il mondo. Una tensione militare via via crescente, con una redisposizione delle forze strategiche in campo (via dall’Europa, via dal Medio Oriente), quella fra gli Stati Uniti di Donald Trump, che non sembrano disposti ad accettare di non essere più gli unici a dominare l’economia mondiale e a dettare le regole, e la Cina di Xi Jinping, che le sue regole non democratiche le ha già stabilite, anticipando tutti i suoi programmi militari, e non ha alcuna intenzione di rinunciare a diventare la nazione più potente del mondo entro metà secolo. Se dovesse accadere, avverrebbe strappando proprio agli Stati Uniti una supremazia che risale, guardando la storia, a ben prima di Bretton Woods, che proprio nel luglio del 1944, in piena Seconda Guerra Mondiale ma con il piede degli Alleati già saldamente oltre le spiagge francesi, stabilì le regole dei meccanismi di scambio monetario internazionale, prevenendo la possibilità di svalutazioni competitive. Se c’è paura di guerra, l’oro sale di prezzo e i rendimenti dei titoli di stato crollano, ed è quello che è accaduto di recente, complici altre cause, con quelli americani. Un confronto militare fra Stati Uniti, con il Regno Unito di Boris Johnson legato a doppio filo a Washington nello scenario post Brexit, e la Cina, ormai fortemente legata alla Russia nella cosiddetta ‘asse eurasiatica’, avrebbe poche probabilità di rimanere localizzato e potrebbe essere la scintilla di una nuova guerra mondiale. Con l’Europa che non ha ancora deciso da che parte stare, e che è confusa: da una parte, ha la mano tesa della Cina, che porta doni, dall’altra non trova più quella statunitense pronta a sostenerla (per Donald Trump, l’Europa è diventata un avversario, e agli sgambetti di Trump ha risposto piccata), e al suo interno non è pronta ad accettare una guida franco-tedesca. Fantapolitica, quella dell’ipotesi di confronto militare? Speriamolo.
[r.s.]


