Passato Prossimo: Trieste prima e durante la Grande Guerra. Con Fabio Scoccimarro

17.06.2020 – 11.00 – Assessore regionale del Friuli Venezia Giulia alla difesa dell’ambiente, all’energia e sviluppo sostenibile nella Giunta del governatore Massimiliano Fedriga, ma anche grande appassionato di storia. Fabio Scoccimarro unisce in sé diverse anime, quella della destra politica triestina (ora con Fratelli d’Italia), quella storica (ambito che ha approfondito negli anni d’università) e quella imprenditoriale. Un dialogo, quello con Fabio Scoccimarro, motivato proprio dalla passione per le vicende passate eppure tuttora ancorate al presente; una maniera interessante e sentita per parlare di Trieste, e approfondire la situazione tra le due guerre mondiali, nella quale trovano origine dinamiche che raccontano anche la città per come è ora. Vent’anni di cent’anni fa visti sotto luci diverse, cercando chiavi di lettura per i cambiamenti, altrettanto complessi da interpretare, che ci riguardano e che stanno avvenendo oggi; l’occasione per incontrare Scoccimarro è infatti l’avvicinarsi della restituzione alla comunità slovena del Narodni Dom, l’hotel Balkan, questione da lungo tempo dibattuta sulla quale proprio Fratelli d’Italia, con Giacomelli e Scoccimarro stesso, ha recentemente espresso forte contrarietà. Dell’hotel Balkan, parleremo in dettaglio; facciamo prima, però, un passo indietro.

Il 28 giugno 1914 l’erede al trono d’Austria-Ugheria, Francesco Ferdinando, cade vittima assieme alla moglie dell’attentato di Gavrilo Princip a Sarajevo, organizzato dai nazionalisti serbi. I due colpi sparati dallo studente slavo diciannovenne innescano una irreversibile reazione a catena, che mette in movimento la macchina incredibilmente complessa dei sistemi di alleanze europee d’allora e sfocia in poche settimane nella Grande Guerra. Un conflitto di proporzioni inattese per i contemporanei, che nessuno vuole (tranne, si capirà poi nel corso degli anni, il conte Leopold Berchtold, che cerca una via per nascondere le responsabilità per la mancata sicurezza ed è convinto di schiacciare in breve tempo la Serbia senza conseguenze), ma che nessuno impedisce: le salme dell’arciduca e dell’arciduchessa arrivano a Trieste sulla corazzata Viribus Unitis (ammiraglia della flotta, costruita dallo Stabilimento Tecnico Triestino); l’Impero asburgico dichiara guerra alla Serbia, la Russia – protettrice dei serbi – reagisce con la mobilitazione generale, a cui la Germania, che aspira a un posto al sole mondiale e alla quantomeno parità con l’Inghilterra, risponde – nonostante la parentela fra il Kaiser e lo Zar – dichiarando guerra alla Russia e alla Francia. L’esercito tedesco, per attaccare la Francia, viola la neutralità di Lussemburgo e Belgio (lo rifarà poi Hitler), provocando l’ingresso in guerra della Gran Bretagna, che ha dichiarato di proteggere il Belgio, contro il Kaiser. Il conflitto potrebbe durare pochi mesi e fino all’autunno sembra proprio sia così: poi l’avanzata tedesca si ferma dopo un incredibile errore strategico alle porte di Parigi, e inizia l’inferno, interminabile, del fango delle trincee e del gas. Trieste in tutto ciò, città sulla quale gli Asburgo hanno influenza già dalla fine del XIV secolo, è in quegli anni un fiorente centro economico dell’Impero austro-ungarico, in cui però la tensione tra le varie etnie è, dopo secoli in cui si è convissuti pacificamente, già crescente, e presenta una nutrita comunità italofona. L’Italia, legata ad Austria e Germania da un patto difensivo, non entra subito in guerra, lo farà – ma nello schieramento opposto ai suoi alleati, in cambio di molte promesse che saranno poi disattese da Francia e Inghilterra – l’anno dopo, il 24 maggio 1915.

Scoccimarro, innanzitutto, quali contrasti sociali c’erano, a Trieste, allo scoppio della Grande Guerra?

“La situazione di Trieste fu contraddittoria: era in una posizione invidiabile, ed era senza dubbio una città importante per l’Austria-Ungheria perché per la sua collocazione geografica divenne vantaggiosa per gli Asburgo nel momento in cui si eclissò la Repubblica di Venezia. A Trieste c’era anche una forte tensione nazionalista dovuta al fronteggiarsi di panslavismo e nazionalismo italiano; nel primo dopoguerra, poi, l’incendio del Balkan sarà il suo esempio più evidente. Questo stesso episodio però a mio avviso va visto in un’ottica più ampia: non è vero che gli sloveni e le minoranze di lingua slava vennero vessate solo dal fascismo. Vennero vessate anche dal fascismo”.

Forme di discriminazione fra le etnie erano già presenti prima?

“Nell’Ottocento, i maggiorenti di lingua italiana di Trieste impedirono agli sloveni di avere una scuola: gli sloveni, per aprire la scuola slovena nel quartiere di San Giacomo, dovettero usare fondi propri. Gli sloveni erano ritenuti dagli italiani portatori di una cultura non all’altezza di quella di Dante. A inasprire il contrasto c’era anche l’indirizzo dell’Austria, che puntava ad accrescere la componente slava a discapito di quella italiana, ritenuta troppo forte e influente”.

L’attentato di Sarajevo fa scoppiare la guerra, è il 1914 e Trieste, allora, è austriaca.

“Allo scoppiare del conflitto, da Trieste partì per combattere per l’Austria un corpo, il novantasettesimo Reggimento, di circa 5000 uomini, di cui la grande parte parlava italiano. Si coprirono di onore in battaglia, e per l’Austria stessa. Solo una ridotta minoranza decise di arruolarsi con l’esercito italiano, rischiando così due volte: in battaglia e in caso di cattura, perché sarebbero stati riconosciuti come disertori e fucilati. Nazario Sauro fu uno di questi”.

Il sentimento di italianità era diffuso a Trieste?

“Il sentimento di italianità a Trieste fu vissuto in divenire, in molti anni: nel 1848, quando scoppiò la prima Guerra di indipendenza, il favore accordato agli Asburgo era ancora pressoché totale, solo una sparuta minoranza voleva la creazione di una Repubblica di Trieste sul modello di quella veneziana dell’epoca. Lo dimostra il fatto che la flotta italiana fu minacciata di cannoneggiamento dal molo cittadino, un fatto poi molto apprezzato e premiato dall’imperatore Francesco Giuseppe”.

In cosa consistette questo riconoscimento?

“L’imperatore strinse ancor di più il rapporto diretto tra la corona dell’Austria e Trieste. Trieste era una ‘città immediata dell’impero’, godeva cioè di uno speciale stato che le attribuiva un rapporto diretto con l’imperatore e, al Comune, diritti di rappresentanza politica pari a quelli delle provincie. Con Francesco Giuseppe, questo legame divenne ancora più forte. In seguito l’irredentismo crebbe man mano che il Regno d’Italia si rafforzava, ma c’era la consapevolezza che i vantaggi di Trieste sotto l’Austria, in caso di passaggio della città all’Italia, non sarebbero rimasti”.

Il passaggio all’Italia maturato nel primo dopoguerra in definitiva sfavorì Trieste?

“Apparentemente sì, ma chi ancora oggi chi si richiama all’Austria sbaglia. Quello asburgico era un impero multietnico già in difficoltà che, nel 1918, implose. Se Trieste fosse rimasta agganciata all’Austria, sarebbe stato peggio: il porto di Trieste, prima della guerra, riforniva un entroterra grande come metà dall’attuale Unione Europea, formato dagli stati su cui l’Impero aveva una sorta di mercato comune. Dopo la guerra, questo entroterra non c’era più”.

Un entroterra molto importante per la crescita di Trieste.

“Trieste vantava delle eccellenze internazionali, sia in opere d’ingegno che in cittadini. Come nel caso del barone Carl Ritter von Ghega, che fece costruire con fondi privati la ferrovia più innovativa del mondo, da Trieste a Vienna attraverso le Alpi. Gli Stati Uniti comprarono il progetto di Ghega per realizzare la ferrovia sulle Ande. Ad una floridezza commerciale però si accompagnava in quei decenni anche una grande disparità sociale, lo sciopero dei fuochisti del Lloyd nel 1904 ne è una dimostrazione”.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento ci fu una crescita dei sentimenti filo-italiani?

“Abbiamo parlato di una fedeltà all’Austria-Ungheria che si trasforma con il trascorrere degli anni, e col tempo crebbe l’irredentismo. Dopodiché, se tra il 1915 e il 1917 fosse stato fatto a Trieste un referendum, non so se avrebbe prevalso l’Italia o l’Impero. Imploso l’Impero ci si trovò senza riferimenti, non c’era più mercato; per di più l’Austria sconfitta dell’epoca valeva meno, in termini economici, della regione Veneto attuale. Ci furono episodi di emarginazione, voluta o imposta, anche clamorosi, come nel caso di Goffredo de Banfield, cittadino emerito e leggendario aviatore sotto gli Asburgo nella Prima Guerra Mondiale”.

Un personaggio la cui vicenda si mischia alla leggenda.

“Si narra di un incontro dell’ Aquila di Trieste’, de Banfield, con Francesco Baracca nel cielo sopra Monfalcone, che non si trasformò in un duello aereo per cavalleria: era il primo giorno dell’anno. Sarebbe stato una singola tenzone tra due miti dell’aviazione”.

Molto più drammatiche e meno cavalleresche furono, sia prima che dopo la fine del conflitto, le vicende dei tantissimi soldati semplici sul Carso.

“A Trieste, tra l’altro, c’è il rovescio della medaglia rappresentato dai tantissimi reduci che rimasero in città nel 1920-21: dopo aver militato sotto l’egida asburgica, furono ritenuti, dai vincitori italiani, dei collaborazionisti dell’Impero. Triestini a tutti gli effetti, che avevano fatto il loro dovere, rispondendo alla chiamata alle armi e battendosi con onore. Una storia importante, che il Presidente della Repubblica, Mattarella, quando venne a Trieste nel ricordo del Centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, onorò, ricordando anche i caduti italiani con la divisa dell’Austria-Ungheria”.

[d.g.]