Marcella Skabar, le atlete e la Ginnastica. La fiamma sportiva nel cuore

05.05.2020 – 15.50 – Ieri e oggi: un mondo fatto di uomini e donne dell’atletica triestina che non gareggiano più da tanto ma che non hanno mai smesso di lavorare per lo sport e di avere il cuore e l’anima accesi dalla fiamma della passione, e che hanno tante cose da raccontare e molta esperienza da trasferire. Come vive, lo sport, la situazione di lento, lentissimo ritorno alla normalità dopo la parentesi portata dall’epidemia e le difficoltà portate dalla totale interruzione degli allenamenti e delle attività agonistiche? Ne abbiamo parlato con Marcella Skabar, atleta e campionessa della Ginnastica Triestina prima di ogni altra cosa, e donna che per trentadue anni, dal 1987 al 2019, è stata presidente dell’associazione nazionale Atleti Olimpici Azzurri d’Italia, ruolo oggi passato a Nicola Cassio. Marcella ci risponde con la spontaneità e l’entusiasmo che l’hanno sempre contraddistinta.

Com’è cambiata, l’atletica, nel tempo? Com’è cambiato lo sport?

“È cambiato quasi tutto. Lo sport prima si faceva… come va fatto: come divertimento e tempo libero. Nel dilettantismo. Il professionismo veniva fortemente scoraggiato, l’esempio più noto è Paavo Nurmi, il grande atleta finlandese, nove medaglie olimpiche e sospeso perché aveva ricevuto del denaro. Oppure Albano Albanese, grande amico di Ottavio Missoni e squalificato subito dopo le olimpiadi perché aveva ricevuto in premio un pollo. Oggi lo sport deve essere professionismo altrimenti non è più competitivo, non è più agonismo. E non solo: gli atleti sono totalizzati dall’attività sportiva, sono costretti a fare solo quello, sette giorni su sette, per potersi creare uno spazio in un mondo molto complesso, anche da un punto di vista di etnia e di genere”.

Qual è la differenza più importante?

“Oggi è necessario crearsi un’immagine. Serve poi per attrarre, trovare sponsor, riuscire a essere economicamente indipendenti, conquistare un posto nella società. Lo sport è diventato una scelta di vita”.

È una vita fatta di stelle o di sacrifici, o di tutt’e due le cose?

“Non è una scelta di vita facile, perché la necessità di essere anche immagine e personaggio ha creato un problema enorme: Livio Berruti si allenava tre volte la settimana, come facevo io, come facevano quasi tutti gli sportivi dell’atletica leggera di allora. Si poteva conciliare lo sport con la vita e lo studio; come Giorgio Mazza, laureato in medicina e grande ostacolista. Oggi no: non c’è tempo. Non solo non c’è tempo: non c’è spazio sociale, o emotivo. Lo sport conquista tutti i momenti di vita dall’adolescenza e prima, fino ai 35 anni: e quando smetti sei completamente impreparato al resto. Il trauma è fortissimo”.

È avvenuto in un momento particolare della storia, questo cambiamento?

“Io sono entrata nel Panathlon, come prima donna a Trieste, nel 1972; già allora quasi tutte le riunioni avevano al centro il tema del dilettantismo e delle trasformazioni che lo sport stava subendo. Negli anni Ottanta si è verificato il cambiamento totale: si è diventati tutti professionisti. Questo cambiamento ha avuto conseguenze pesanti, ha cancellato ad esempio la storia della pallacanestro in Ginnastica Triestina”.

E la forza della Ginnastica? Qual è stata la disciplina di punta, nella sua storia?

“L’atletica, in Ginnastica Triestina, è sempre stata la disciplina forse più forte: i più bravi, i più preparati, quei biancocelesti che giravano il mondo. La leggenda, però, l’ha fatta la pallacanestro, con i cinque scudetti del maschile e cinque nel femminile, più uno con l’Ilva negli anni Quaranta. Atleti come Vecchiato, record di 202 volte in nazionale, l’azzurro triestino con più presenze. E Rubini. E Damiani. Le squadre erano della Ginnastica composte da persone che venivano dal territorio: studiavano, lavoravano, giocavano ed erano fortissimi. Ora invece non c’è più panchina: quella della pallacanestro è fatta da stranieri.

La televisione ha trasformato lo sportivo?

“L’ha reso personaggio. Ha iniziato a venderlo. Gli elevati valori economici e sponsorili di oggi sono dovuti proprio allo spettacolo. Più lo sport è spettacolare, più viene pagato. Si può capire benissimo perché molti sport vengano definiti ‘minori’: perché hanno meno spettacolarità, quindi meno visibilità e meno soldi”.

Questo riguarda anche l’atletica?

“Qualcosa è cambiato, e nell’ultimo periodo l’apice dell’atletica è ben trattato. I gettoni, in particolare quelli internazionali, sono molto alti. A livello locale, regionale e nazionale, c’è ancora da fare”.

L’etnia di provenienza condiziona molto le gare? Penso alle polemiche sulla presenza di atleti africani.

“L’atletica italiana, di fronte a sportivi di etnia africana, è in difficoltà. Gli atleti di colore sono più forti, è inutile nasconderlo o dire di no. Siamo arrivati al punto di essere stati superati persino nella ginnastica artistica, che era sempre per noi d’eccellenza. Questo influisce anche sul mercato, sulla nostra presenza in quello che è diventato spettacolo, sulla possibilità di trovare sponsor, e su tutta la catena di cui abbiamo parlato prima. E provoca a volte polemiche; nella maratona è evidente come gli atleti kenyani siano fisicamente più dotati di noi. Possiamo competere con loro solo con il talento, la volontà e il sacrificio dell’allenamento; è veramente difficile”.

Sportivo diventato personaggio: forse questo ha avuto il merito di avvicinare di più lo sport alle persone?

“L’effetto d’emulazione è quello che noi ricerchiamo, anche come società sportive: è indubbio; e abbiamo fatto, come Azzurri, tantissime attività per incontrare il pubblico. Incontri con le scuole, la Hall of Fame allo Stadio Rocco di Trieste con la mostra fotografica, le manifestazioni. E questo purtroppo sarà un anno molto duro. Ecco perché noi teniamo tanto a far incontrare gli atleti più bravi con i giovani e con chi sta iniziando, e non solo: cerchiamo di farli rimanere sul territorio, di non farli scappar via. Trieste purtroppo è un territorio emissario: gli atleti iniziano a Trieste, si perfezionano, e poi se ne vanno. Succede già dagli anni Sessanta e Settanta, vengono sempre ingaggiati da altre società e non restano qui. I cinque fondatori dell’Olimpia di Milano sono partiti da Trieste”.

Come mai?

“Non possiamo mantenerli. Le società sportive hanno difficoltà di budget; i grandi atleti vengono tesserati da altre società. Accadeva anche in precedenza e a trattenerti era spesso l’affetto; io lanciavo dischi e giavellotti, una società di Milano avrebbe voluto tesserarmi. Io ho risposto di no: non potevo neanche pensare di essere tesserata da una società che mi pagasse. Era una vergogna. E poi, lasciare la mia Ginnastica, dove mi ero formata, avevo costruito amicizie, avevo trovato il primo amore, un aiuto nella ricerca del lavoro? Impensabile. I dirigenti della Ginnastica Triestina, nel dopoguerra, si occupavano poi anche di cercare di agevolare al lavoro, sostenendo gli atleti, e di aiutare nella ripresa sociale. È stato un periodo molto fertile: sono stati ad esempio aiutati molto gli esuli dall’Istria. Oggi purtroppo andar via dalle società sportive triestine viene visto come un vanto: rimanere in città vuol dire essere meno importanti. Essere pagati di meno. Restare dei ‘nessuno’ “.

Com’è cambiata la Ginnastica Triestina?

“I grandi atleti sono tutti scappati. La Ginnastica non può permettersi di sostenere i costi, essa stessa favorisce l’esodo verso altre società: negli anni di Matteo Bartoli, mio marito e presidente della Ginnastica negli anni Ottanta e Novanta, i giocatori di pallacanestro aveva già iniziato a trovare sbocchi fuori da Trieste. La società aveva bisogno di far cassa per mantenere la squadra”.

È stata anche un po’ colpa delle difficoltà economiche della Ginnastica?

“La Ginnastica Triestina non ha mai avuto un periodo in cui le difficoltà economiche non siano state in primo piano; fin dai suoi primi anni. Il denaro delle iscrizioni non basta assolutamente, mai: è una realtà molto grande che ha bisogno di sostegno esterno per eccellere. sia, e direi soprattutto, istituzionale che privato. Trovare imprenditori che sostengano lo sport non è facile”.

Come si trovano gli sponsor per una società delle dimensioni di Ginnastica?

“Attraverso un lavoro di relazione. Di sensibilizzazione delle istituzioni. La grande società che è la Ginnastica Triestina svolge un ruolo formativo, fin dal 1863. Trieste è sempre stata Ginnastica, da quando la Ginnastica è nata: ha accolto giovani, meno giovani, singoli e famiglie intere. Fra gli azzurri ci sono stati padri, madri e figli che di generazione in generazione hanno fatto sport alla Ginnastica. Nel museo storico della Ginnastica è ancora possibile vedere qualcuna delle fotografie delle famiglie”.

Maschi e femmine uguali nello sport?

“Non c’è mai stata differenza. In Ginnastica Triestina non mi sono mai sentita solo donna: nello sport ci si sente veramente uguali; la differenza è poi nella vita. Nello sport conta il merito: il risultato che hai ottenuto è tuo, nessuno può rubartelo; nella vita ci sono altre regole, altre priorità. Tante atlete oggi purtroppo rinunciano alla maternità; nei tempi passati era diverso, si poteva anche essere madri”.

Anche nella dirigenza sportiva ci sono pari opportunità?

“No. Nessuna possibilità. La dirigenza sportiva è fatta solo da uomini; se osi entrare nel santuario, trovi una forte ostilità. Invidia. La donna dirigente sportivo non ha spazio, né sul territorio locale né su quello nazionale. È una battaglia. Solo nelle organizzazioni dove il lavoro è volontario, e spessissimo si fa tutto a spese proprie, si trova spazio. Dopo il mio ingresso in Panathlon nel 1972 ho dovuto fare una lunga gavetta; poi sono diventata primo governatore del Panathlon al mondo donna per il Triveneto, un distretto importante. Ma non è la normalità delle cose”.

Come va la Ginnastica Triestina adesso?

“Molto bene. Ci sono oggi dirigenti seri che hanno volontà di fare e di lavorare per l’interesse della società, e che non hanno voglia di occupare sedie per farsi pubblicità. Lavorare in Ginnastica Triestina è fare un servizio: ci vuole tanto amore per questa società, ci vuole costanza. Nel tempo, la sedia è stata occupata da persone che volevano far figura, servirsi di un titolo che a Trieste è importante. Il contributo dei consiglieri è anche determinante, il presidente da solo non basta: la struttura è vecchia, ha bisogno di manutenzioni, ci sono molte palestre. Ora si sta facendo la cosa giusta e si sta presentando la Ginnastica Triestina anche per il suo importantissimo ruolo storico e sociale. La Ginnastica sopravviverà, ma farà tanta fatica: come ha sempre fatto”.

E ora, dopo il Coronavirus? Sarà possibile ripartire con efficacia?

“La ripartenza sarà tecnica. La città si sta risvegliando. Avremo nuovi ritmi e sistemi di vita, però l’esigenza umana di essere solidali e vicini agli altri è fortissima: per questioni affettive, e anche fisiche. Questo sarà vincente, e io credo che entro pochi mesi torneremo alla normalità. Ho fiducia”.

Niente mondo così diverso da prima come qualcuno ha pronosticato?

“No, penso di no. Ci sarà qualche difficoltà con i giochi di squadra, che hanno promiscuità. Ginnastica, ciclismo, danza, canoa, pattinaggio, scherma e tutti gli individuali invece potrai farli da subito, non sei a contatto stretto con gli altri. Gli sport come il calcio e la pallacanestro avranno più difficoltà. E dopo avremo i contagi normali, come abbiamo sempre avuto con gli altri virus, fin che non acquisiremo l’immunità: avremo perso purtroppo alcuni nonni, una parte di una generazione di anziani. Abbiamo avuto tanti deceduti e questo è un dolore enorme, ma non dobbiamo esagerare e convincerci che sia una catastrofe. Supereremo il virus”.

Uno sport per chi voglia iniziare?

“L’atletica leggera! Io devo dirlo, per forza. Scarichi l’aggressività fino alla stanchezza, raggiungi il limite. È selettiva, bellissima, adatta a tutti. E se sei in maglia azzurra hai anche l’onore di portare una bandiera, ed esserne orgoglioso.

Le Olimpiadi di Tokyo ci saranno, l’anno prossimo?

“Ci saranno, e saranno normali. Vedrete. E cerchiamo di imparare a essere più sani: aria aperta, selezionare le attività e attenzione alla propria salute”.

Il momento più bello vissuto con la Ginnastica Triestina?

“Il più semplice di tutti: andare, appena all’inizio, da giovanissima, al campionato italiano e arrivare terza, sul podio, assieme a Paola Paternoster che aveva i record di tutto. E la giavellottista Ada Turci, che aveva 32 anni, ed era seconda: la ‘nonna d’Italia’. E io ero con loro, allo stadio Comunale di Bologna. Conservo la foto. Mi ha stimolata tantissimo e spinta a impegnarmi per il mio futuro sportivo”.

[r.s.][foto: Marcella Skabar all’inaugurazione del museo della Ginnastica Triestina, 2019]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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