24.05.2020 – 15.08 – Gli uomini hanno forse fino al 50 per cento di possibilità di subire serie conseguenze alla salute a causa del Covid-19, ma sono le donne a essere quelle messe più in pericolo dalla quarantena e dalle restrizioni. Sui media si parla più di rischi, fino a questo momento dimostratisi relativi, da ‘movida’ piuttosto che di violenza domestica, eppure i centri d’ascolto avevano segnalato un suo aumento già nelle prime settimane di quarantena e la tendenza non si è ancora invertita.
Si era già visto, non in Europa ma la storia è la stessa, a seguito delle epidemie di Ebola e Mers, un passo indietro sensibile nell’attenzione dedicata alla parità e alla protezione. E adesso, sottolineano gli attivisti, sta accadendo globalmente; anticipando il commento su come cose di questo genere accadano solo nei paesi del terzo mondo, può essere utile richiamare alla memoria quello che viene definito come il ‘paradosso nordico‘, ovvero una situazione nella quale a un calo globale e costante delle violenze generiche contro le donne, registrato dalle statistiche, non corrisponda una diminuzione specifica delle violenze sessuali. E proprio nei paesi in cui la parità uomo-donna è maggiore nella vita di ogni giorno (al lavoro, nello sport, fra amici) permane invece un elevato tasso di violenza intima del partner fra le mura domestiche, dove il compagno di vita è responsabile di oltre il 38 per cento delle morti fra le donne. Per quanto riguarda il Coronavirus, “Stiamo pensando alle conseguenze di questa crisi in maniera molto ristretta”, ha dichiarato Julia Smith della Fraser University canadese in un’intervista rilasciata alla Cnn. “Se ci fermiamo a considerare l’impatto secondario” (tutto ciò che non è direttamente collegato alla salute, quindi), “la pandemia sta peggiorando i problemi che le donne si trovavano ad affrontare già prima”. Una crisi come questa porta a esacerbare le disuguaglianze sociali preesistenti; e le donne, tranne pochissime eccezioni, sono state ancora una volta largamente se non totalmente assenti ai tavoli attorno ai quali le decisioni su come fronteggiare l’epidemia sono state prese. Le quarantene, improvvisamente e strettamente imposte, che hanno confinato le persone a casa, hanno contribuito a rallentare la diffusione del virus (anche se per avere rapporti e statistiche affidabili sul risultato effettivo ci vorranno mesi), ma hanno anche fatto schizzare verso l’alto il numero delle violenze domestiche e ridotto la possibilità delle donne di far sentire la loro voce: l’episodio più evidente, la protesta delle attiviste polacche a metà aprile contro una proposta di legge che avrebbe drasticamente modificato la legge sull’aborto, facendo tornare indietro l’orologio della storia agli anni Settanta e prima in un paese che è comunque membro dell’Unione Europea.
L’aumento delle violenze contro le donne è un fenomeno, come hanno dimostrato numerosi studi, che si è sempre verificato in maniera concomitante alle crisi più importanti, siano esse state guerre o carestie o disastri naturali; eppure nel corso della crisi Coronavirus non se ne è praticamente parlato, e in nessun modo situazioni di possibile disagio o rischio sono state tenute in seria considerazione nei decreti via via emanati. Ha fatto un po’ meglio il governo francese, aprendo consultori nei supermercati e mettendo a disposizione alberghi per ospitare le donne reduci da violenza domestica. Nel resto del mondo, la questione è stata lasciata da parte; l’Italia non fa eccezione, e la donna continua a rimanere assente dai radar del Governo e delle Regioni: se non completamente, quasi. Eppure nel Friuli Venezia Giulia fra marzo e fine aprile quasi 200 donne hanno chiamato un centro antiviolenza per chiedere aiuto, e pensare che nella casa vicino alla nostra non stia succedendo niente e che ‘tutto andrà bene’ pare fuori luogo.
[r.s.]


