09.05.2020 – 07.30 – Il 1934, a Trieste, fu l’anno delle “grandi demolizioni“. Il nuovo sindaco Enrico Paolo Salem diede inizio a un piano di risanamento destinato a trasformare radicalmente l’antico nucleo storico: mentre una parte della città – l’eredità romana – veniva riportata alla luce, un’altra – il nucleo medievale e moderno – veniva irrimediabilmente persa.
Il “piccone risanatore” distrusse 181 case tra il 1934 e il 1937; oltre a uno stallaggio, un albergo e 373 tra magazzini e negozi. Vennero trasferite oltre duemila famiglie, per lo più ri-alloggiate altrove a spese del Comune. I giornali del tempo trasmettono bene l’entusiasmo per eliminare il “vecchio” e lasciare spazio al “nuovo”: una volontà di fare tabula rasa sulle macerie dei secoli precedenti. L’architetto francese Le Corbusier scriveva che demolire è come compiere un’operazione chirurgica; anche se compiuta con successo rimane una cicatrice, lieve o vistosa. Nel caso di Trieste sono più gli organi asportati che le cicatrici a mancare: si pensi alla distruzione delle tante case seicentesche; o alla scomparsa di Casa Montecchi, risalente al 1438 (via S. Maria Maggiore n.2); o di Casa Piccardi, risalente al 1514 (via Pozzo del Mare); o ancora della Casa dei Bavaresi (via della Rena n.352) dove avevano alloggiato le guardie del corpo del re di Grecia Ottone di Wittelsbach (1835).
Come cantava il poeta dialettale Corrai, alias Raimondo Cornet, il “Podestà Piccon” era curiosamente sordo alle voci critiche e proseguì imperterrito con la riqualificazione:
Infati, apena confermado in carica
el se fa preparar progeti e piani
per trasformar Trieste in pochi ani
e darghe un novo aspeto a la zità.
Dito e fato, el picon se meti in opera,
I protesta? No ‘senti de sta orecia.
devi sparir le case in zità vecia…
In realtà i piani per una riqualificazione integrale di Cittavecchia risalgono a molto prima; quello compiuto da Salem non fu né il primo, né l’ultimo tentativo di fornire un assetto razionale al coacervo di case e viuzze del centro storico.
Quando Trieste era sotto l’Austria, s’iniziò, a partire dagli anni Ottanta dell’ottocento, a valutare come recuperare “Citavecia” con particolare riferimento alla parte bassa. L’impoverimento e la criminalizzazione del quartiere era iniziata a partire dal 1870, quando i professionisti e gli impiegati governativi avevano iniziato a trasferirsi altrove, cedendo gli appartamenti a famiglie di poveri immigrati. Dieci anni dopo il Civico Officio alle Pubbliche Costruzioni presentò il primo piano regolatore che prevedeva la distruzione di un gran numero di viuzze laterali a favore di due assi longitudinali, corrispondenti a via San Sebastiano e vie di Riborgo e Crosada.

Cinque anni dopo (1885), l’ingegnere milanese Enrico Prevosti, quale rappresentante della Società edificatrice lombarda, presentava al Comune un piano di riqualificazione che prevedeva la distruzione della parte bassa di Cittavecchia. Il Palazzo del Comune sarebbe stato ingrandito con tre edifici destinati ai Civici Musei, mentre il palazzo della Borsa avrebbe ospitato la Biblioteca Civica. Un’unica via alle pendici del colle si sarebbe snodata dalla piazzetta San Giacomo alla via del Bastione.
Il successivo progetto, a distanza di tre anni (1888), era ancora più ambizioso: ideato dall’ingegnere Federico Comelli prevedeva uno “sventramento” del nucleo storico da realizzare gradualmente nell’arco di 12 anni, con 1632 abitazioni abbattute e 7136 persone dislocate. Un mercato coperto sarebbe sorto in una parte di via Donota, mentre fra il Municipio e il palazzo Riborgo Comelli aveva progettato una galleria di cristalli di 120 metri di lunghezza, coronata da una cupola dal diametro di 26 metri, il tutto contornato da una serie di portici.
La galleria di Comelli era già un progetto imponente; ma sembrò poca cosa al confronto di quanto propose l’architetto Ervino Escher all’alba della Prima Guerra Mondiale (1913).
Il progetto, dalle dimensioni faraoniche, se fosse stato realizzato avrebbe reso irriconoscibile la Trieste odierna, proiettandola in una direzione completamente diversa; certo maestosa e scenografica, ma povera di umanità, come ogni città che rinuncia a una parte della sua storia.
Il progetto di Escher prevedeva infatti di rimodellare non solo il colle di san Giusto, ma la stessa Piazza Grande (odierna Piazza Unità). La strada principale per il traffico nella parte piana di Cittavecchia sarebbe stata costituita da un’unica strada, a partire da via Ponterosso, proseguendo fino alla Scuola popolare di Piazza vecchia, passando per via Santa Lucia e sfruttando via dei Rettori e parte di via Crosada.
Il colle di san Giusto sarebbe invece stato rimodellato attraverso una scala monumentale e una strada carrozzabile a serpentine. Lo stesso colle sarebbe stato diviso a sua volta in cinque terrazzamenti orizzontali; i primi quattro destinati ad alloggi di lusso, l’ultimo al Museo di Storia ed Arte di Trieste. Lo scalone principale sarebbe stato posizionato nella zona dell’odierno Teatro Romano, e avrebbe dato accesso a ciascuno dei terrazzamenti.

Il progetto includeva anche i piani e i disegni per ciascuno degli edifici principali che avrebbero rimpiazzato Cittavecchia: a partire dal nuovo Museo, dai connotati monumentali. Posizionato a fianco della cattedrale, il Museo sarebbe infatti stato composto da un basamento di 12 metri d’altezza, attorniato da tre colonnate gigantesche; una avrebbe connesso la cattedrale e il museo, un’altra lo scalone e una terza infine un piazzale d’onore di San Giusto. La strada a serpentine partiva a sua volta da un piazzale a semicerchio di fronte alla Chiesa di Santa Maria Maggiore, la cui ornata facciata non sarebbe stata più nascosta, ma avrebbe costituito la prima parte di una catena di opere monumentali, collocate a ogni passo della strada.
Scendendo dal colle fino alla Piazza Grande, Escher aveva rimodellato il centro stesso cittadino: il Municipio dell’architetto Giuseppe Bruni andava infatti abbattuto. Lo scalone monumentale sarebbe infatti proseguito dal colle fino alle Rive, accedendo all’acqua tramite tre gradinate. Le rive di fronte alla Piazza sarebbero apparse divise da due fontane costituite da due massi quadrangolari. Il progetto prevedeva inoltre alla sommità della gradinata una statua di bronzo di Dante Alighieri, circondato da aiuole di fiori. Nella parte retrostante alle due fontane l’architetto aveva infine collocato due boschetti, ciascuno segnato da un pilone monumentale; uno con un’aquila e uno con un leone.
Il progetto di Escher – quasi una fantasia architettonica, uno stravagante miraggio urbano – incontrò un certo successo di pubblico; i suoi disegni vennero infatti esposti presso Palazzo Modello. I molteplici riferimenti classici, così come la statua di Dante Alighieri, segnalavano come il progetto fosse in sintonia con la classe liberal-nazionale all’epoca al governo a Trieste. Dante all’epoca infatti non era solo una figura di letterato, ma un simbolo per le frangie irredentiste e filo italiane. I giovani irredentisti avevano santini di Dante nella giacca, la Lega Nazionale stessa lo utilizzava quale simbolo; e una figura medievale e come tale avulsa dal concetto ottocentesco di stato-nazione aveva conosciuto un’involuzione culturale, venendo trasformata in un’icona risorgimentale. Posizionare lì una statua di Dante significava lanciare un chiaro messaggio, solo in parte temperato dal pilone coll’aquila austriacante. La catastrofe della Prima Guerra Mondiale che si avvicinava a grandi passi avrebbe presto trasformato queste goliardate a base di statue e proclami in un mortale gioco di mitragliatrici e trincee.
Fonti: Ervino Escher, Progetto di ordinamento definitivo della Piazza Grande e del Colle di S. Giusto, Tip. L. Herrmanstorfer, Trieste, 1913


